Ovvero, Della libertà di non doversi preoccupare di molte cose

 

Introduzione

Qualche giorno fa mi sono risolto a tradurre qualche pagina da un libro che ho letto di recente intitolato “Femminismo radicale per uomini”. L’argomento era il patriarcato e l’autore ricostruiva la genesi storica del fenomeno a cavallo della trasformazione della nostra specie da cacciatori-raccoglitori nomadi ad agricoltori stanziali. In questo secondo post della serie “Un po’ di ABC” vorrei tracciare il seguito della storia, per mostrare come quel primo, arcaico privilegio di controllo delle risorse si sia trasformato col tempo in un controllo capillare e pervasivo del mondo e dell’interpretazione del mondo, tanto da essere diventato la prospettiva da cui il mondo stesso viene visto, studiato e giudicato. In altre parole, andrò a parlare del privilegio maschile. Già sento fremere qualcuno tra i miei sette-otto lettori, ma vorrei mettere bene in guardia da quello che troppo spesso mi sembra essere un equivoco decisivo.
Può capitare (per lo meno, capita a me) di associare la parola “privilegio” al momento storico in cui le forze popolari e un grande movimento di pensiero si sono incontrati per rigettare l’idea, ormai anacronistica, che la nascita bastasse a garantire diritti, ricchezze, benefici, esenzioni… La notte del 27 agosto 1789 l’Assemblea Nazionale del popolo francese abolisce i privilegi feudali perché “tutti gli uomini nascono e rimangono liberi ed eguali nei diritti”, come recita proprio l’articolo 1 di quella Dichiarazione storica. Ecco, spesso ho la sensazione che quando pronuncio le parole “privilegio maschile”, nella testa dei miei interlocutori si materializzi l’immagine del “giovin signore” di Parini: un nobilastro in culottes, con la parrucca incipriata e il neo finto, che scialacqua ricchezze, si gode la vita perché tanto non ha mai dovuto faticare, e sdegna i lavori manuali della plebaglia indegna. È solo naturale che in tanti reagiscano con stizza e si chiedano “Ma allora, dov’è il mio privilegio?!” Perché è ovvio che se si associa, anche inconsapevolmente, il nascere con un cromosoma Y con l’essere ricchi, potenti e rispettati, allora pochissimi lo sono, ma non è così meccanico: il pene non fa certo vincere centomila euro in gettoni d’oro perché sì. È però vero che nascere maschi, magari bianchi e magari eterosessuali (soprattutto nascere con queste caratteristiche nel mondo occidentale), è senz’altro preferibile al nascere come una persona che non possieda queste caratteristiche.
Ci sono numerose variabili in questo: va da sé che nel mondo arabo, o in Cina, i maschi etero non saranno bianchi; ci sono state in passato società in cui non esisteva l’ “eterosessualità” come la intendiamo noi, e non essere attratti al 100% dalle donne non costituiva motivo di stigma: il mondo antico di Grecia e Roma, ovviamente, ma senz’altro molte altre società di cui sono all’oscuro. Non è quindi “l’uomo bianco etero” la radice di ogni male, perché ogni società ha avuto la propria idea di mascolinità e uomini diversi che hanno incarnato questa idea. Il punto però è proprio che tratto essenziale della mascolinità è sempre stato il potere, a qualunque livello: familiare, giuridico, economico, culturale, religioso, politico. È un dato storico inconfutabile, infatti, che non si è mai data nella storia umana, dall’alba della civiltà, una società in cui il potere fosse gestito dalle donne, o in cui fosse pensabile che il potere fosse detenuto in modo stabile dalle donne: ci sono state donne regine o imperatrici, feudatarie o giudici (es. Deborah nel Libro dei Giudici) ma sono sempre state eccezioni a un mondo in cui tutto era controllato dai maschi, dalla politica all’economia, alla cultura. D’altra parte, questo non vuol dire nemmeno – non lo ripeterò mai abbastanza – che si ereditano potere e ricchezze per il semplice fatto di nascere maschi: sono innumerevoli i casi di maschi che vivono in situazioni disagiate o infelici. Questo post non è su di loro, anche se qua e là alcuni punti possono attribuirsi anche a loro.
Per semplicità, e dato che scrivendo in italiano non posso presumere di rivolgermi a un pubblico molto più vasto di quello del territorio nazionale ed espatriati, parlerò del “maschio” tenendo a mente, salvo ovvie eccezioni, colui che possiede le tre caratteristiche base di essere maschio, bianco ed eterosessuale (magari di classe media). Queste sono peraltro le tre caratteristiche chiave del maschio in tutta la società occidentale. Nella discussione che segue, alcuni “privilegi” possono essere attribuibili anche a femmine, o a maschi gay, o a maschi neri; il punto è che più la propria identità si avvicina a quella del maschio archetipico, più è probabile che si possiederà un numero elevato di questi privilegi. Per comodità, chiamerò questo maschio archetipico “Maschio 0”: lo zero è il punto di riferimento della nostra numerazione ma sorprende sempre ricordare come la cifra che indica l’assenza di quantità numerica sia stata un’invenzione meno antica di quello che si pensa. Anche riconoscere il privilegio della propria mascolinità è un po’ come “scoprire lo 0”, o “scoprire l’uovo di Colombo”: è sempre dentro di noi ma quasi mai ce ne rendiamo conto.
Vorrei citare qui la conclusione di un articolo che mi ha molto aiutato nella ricerca dei dati e dei vari modi in cui i maschi possono considerarsi privilegiati: 


Una lista di privilegi nuda e cruda può fornire esempi di come il privilegio può presentarsi ma non è una spiegazione generale di che cosa significa davvero il privilegio. Sarebbe quindi opportuno chiarire alcune cose.
Esempi del privilegio maschile dimostrano come il patriarcato si rivela, ma non sono rappresentazioni accurate di ogni singolo momento della vita di ogni maschio, né sono cose che solo gli uomini hanno sperimentato. Essi dimostrano solo che è più probabile che li si viva se si è maschi, perché sono sostenuti dal sistema del patriarcato; e dato che il patriarcato non esiste in astratto ci sono altri sistemi di oppressione che colpiscono uomini diversi in modi diversi: per esempio, un uomo che cammina da solo di notte ha il privilegio di non essere un bersaglio di violenza di genere, ma un uomo di colore può doversi preoccupare di essere fatto oggetto di aggressioni razziste, e un gay può diventare oggetto di aggressioni omofobiche. Questi esempi non invalidano l’esistenza del privilegio maschile, che rappresenta una serie di benefici negati alle persone che non sono maschi a causa del loro genere; tuttavia essi mostrano perché è importante considerare l’aspetto dell’intersezionalità, ovvero come più forme di oppressione sistemica interagiscono


Il Maschio 0 è ovunque 

Prima di cominciare davvero, vi chiederei di guardare questa immagine:

PrivilegioMaschile

Raffigura un cucchiaino per bambini. Immaginate di prenderlo con la mano sinistra: non ce la fate, o quanto meno diventa molto più difficile portare il cibo alla bocca. Questo perché è un cucchiaino progettato per la maggioranza destrorsa della popolazione. Il privilegio funziona proprio così: non ci si rende conto di averlo finché non si prova a vedere le cose dal punto di vista di chi non ce l’ha mai avuto. Ecco, il Maschio 0 può permettersi di porsi molti meno problemi di quasi tutte le altre categorie di persone.
Il mondo in cui viviamo è stato plasmato e organizzato da maschi in modo così pervasivo, che diventa difficile rendersi conto di quanto forte sia stata questa influenza:

  • Nella XVII legislatura della Repubblica italiana, le deputate elette sono state 198 (31% del totale) e le senatrici 92 (29%) 
  • Nel Governo Gentiloni le donne sono 17: 5 ministre (su 18: il 27,7%) e 12 sottosegretarie (su 42: il 28,6%) 
  • Su 12 Presidenti della Repubblica, nessuno è mai stato una donna 
  • Nel Consiglio Superiore della Magistratura, le donne sono 3 su 27 (11%) 
  • In generale nei Paesi dell’Unione Europea le donne parlamentari raggiungono al massimo il 45% in Svezia, con una media europea del 25%, mentre nei vari governi sono rappresentate con una media del 22% e in nessuno Stato membro sono più del 50% della compagine governativa (alla metà esatta cui arrivano in Svezia) (NOTA: questi dati si riferiscono al periodo 2005-2012, da qui la divergenza con i dati relativi alla sola Italia) 
  • Nel Congresso degli Stati Uniti, le donne sono 109 su 537, il 20,3%; e anche negli Stati Uniti la massima carica non è mai stata ricoperta da una donna 
  • Sono uomini il 100% della gerarchia della Chiesa Cattolica Romana 
  • Nelle prime 250 persone più ricche del mondo secondo Forbes, le donne sono 23, meno del 10% 
  • Su 881 individui a cui è stato assegnato un Premio Nobel dal 1901, le donne che l’hanno conseguito sono state 48 (il 5,4%). 
  • Secondo Hollywood Reporter, all’inizio del 2016 l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences era composta per il 75% da maschi e per il 92% da persone bianche. Anche con l’apparente massiccia iniezione di diversità proposta quell’anno (683 inviti, di cui il 46% per donne e il 41% per persone di colore), quei numeri sarebbero scesi solo al 73% e all’89% 
  • Un sondaggio del 2012 su alcuni giornali americani a grande tiratura ha rilevato che su 41600 giornalisti/e, le donne sono il 37% e i loro contributi sono in numero maggiore rispetto a quelli dei colleghi maschi solo in aree tradizionalmente femminili, come la famiglia, la moda, il cibo, mentre sono al minimo in aree come l’economia e la politica. 


Insomma, è un po’ come vivere per anni vicino a una cascata e abituarsi al rumore; dopo qualche tempo, il rumore sembra perfettamente ovvio e naturale ed è difficile immaginare la propria vita senza quel rumore. Un bambino che nascesse lì e non si muovesse mai lo considererebbe parte integrante del paesaggio sonoro e rimarrebbe stupito se dopo qualche anno si allontanasse da casa e si trovasse in mezzo al silenzio. Grayson Perry, nel suo ultimo libro The Descent of Man, sostiene di riflettere su quanto siano sessiste l’articolazione interna degli spazi di un edificio, l’urbanistica, la gerarchia delle esigenze di vita… Secondo lui non è da escludere che il fatto che le città e gli edifici siano progettati da maschi, ci possa essere un condizionamento involontario che porta a privilegiare certe caratteristiche tradizionalmente considerate mascoline, specialmente in un mondo industriale o post-industriale: la produttività, l’efficienza, il rigore, l’ordine. Lui stesso non sembra crederci fino in fondo: “mi sorprendo a mettere in discussione tutto: il bidone della spazzatura, è sessista? Le regole del traffico, sono pensate senza tenere conto delle donne? Che tipo di alloggi popolari progetterebbero delle architette donne? È diventato molto difficile discernere tra mascolinità e buon senso, funzionalità e giustizia. Gli uomini sono stati in grado di progettare le cose in modo così generalizzato e per così tanto tempo che diventa difficile mettere in discussione l’idea che ‘è così che va il mondo, tesoro’” (pp. 32-33) 

Non so se le cose stanno così, forse no: forse c’è una tendenza all’ordine e alla funzionalità comune ai due sessi, e in un universo parallelo in cui il potere è stato detenuto dalle donne, forse le case e l’arredo urbano sono progettati allo stesso modo; ciononostante, è senz’altro utile riflettere su questo ed evitare di darlo per scontato, perché ci sono molti, moltissimi elementi della vita quotidiana che testimoniano in abbondanza quanto l’influenza del Maschio 0 sia stata profonda e decisiva.
La cultura, sia alta (accademica), sia popolare, è stata plasmata in modo irreversibile da maschi. I contributi artistici, filosofici, letterari, scientifici e tecnologici dei maschi sono incalcolabili, spessissimo di valore enorme, ma appunto: provengono per una maggioranza preponderante da Maschi 0. Può piacere o no, ma è un fatto che la cultura occidentale si basi sui poemi di Omero, sulla Bibbia, sulla filosofia greca, sugli autori latini, sulla religione cristiana, sugli affreschi degli artisti rinascimentali, sul razionalismo francese e l’empirismo inglese, sulle sinfonie del Classicismo viennese e su tanti altri momenti e autori… maschi. Se non bastasse ripensare a un normale curriculum di scuola superiore (a parte le imprescindibili Saffo e Jane Austen, chi ha studiato anche solo Artemisia Gentileschi, Virginia Woolf, Hannah Arendt?…), basta fare la prova inversa: quante donne hanno creato altrettanto? Pochi nomi ti verranno in mente, caro lettore / cara lettrice, sia perché poche donne sono riuscite a emergere, sia perché non sono stati rari i casi in cui colleghi contemporanei (maschi) o accademici posteriori (maschi) hanno pian piano messo a tacere e oscurato il contributo delle donne.
Questa “congiura del silenzio”, più o meno consapevole, è dimostrata da un atteggiamento costante del Maschio 0: quello di porre la propria opinione e la propria esperienza di vita come razionale e obiettiva quasi naturaliter, tipica dell’essere umano in quanto tale, e non di uno qualunque fra i rappresentanti del genere Homo, autoproclamato arbitrariamente in base a una (o più di una) caratteristica biologica. In base a questo, la percezione comune è che un’opera scritta da un uomo parla dal punto di vista di tutta l’umanità, mentre un’opera scritta da una donna rappresenta il punto di vista specifico del genere femminile. Gli uomini non si sono mai opposti a questa percezione, l’hanno anzi sempre data per scontata e incentivata. Un segno tangibile di questa discriminazione sta nelle librerie e nelle biblioteche: luoghi dove il sapere dovrebbe essere davvero obiettivo e razionale, troviamo sezioni come “Letteratura femminile”, “Scrittrici donne” o, nel mondo inglese, “Women’s Literature”: a nessuno di noi verrebbe in mente di indicare, che so?, romanzi militari come Niente di nuovo sul fronte occidentale come “Letteratura maschile”… Come nota amaramente Rebecca Solnit, «persino Moby-Dick, libro che amo, mi ricorda che di un libro senza donne si può tranquillamente dire che è un libro sull’umanità, ma un libro con delle donne per protagoniste è considerato un libro per donne.» E avevate mai notato che il film – peraltro stupendo – Lawrence d’Arabia non presenta nessun personaggio femminile?
L’imposizione del punto di vista del Maschio 0 come ovvio, ragionevole, sensato, porta con sé tutta una serie di conseguenze positive, che ovviamente innescano una spirale positiva che a sua volta rafforza la percezione del punto di vista del maschio come degno, interessante, meritevole di ascolto (e al contrario quello della donna come sciocco, superfluo, poco informato): un uomo che si arrabbia e fa scenate è considerato alla peggio una persona appassionata, mentre le emozioni di una donna vengono attribuite agli ormoni, al ciclo mestruale, alla sua natura femminile… Vale anche all’inverso: un uomo razionale e pacato suona naturale e ragionevole, mentre una donna razionale e obiettiva viene considerata fredda e innaturale.
Anche molti studi confermano questo: gli uomini tendono a parlare di più, a essere interrotti di meno, ad avere una percezione distorta di quanto parlano le donne, a essere ritenuti generalmente più preparati, a cadere più facilmente nella tentazione di sapere di cosa si sta parlando meglio dell’interlocutore (spesso e volentieri l’interlocutrice – è quello che in gergo si chiama mansplaining; molti uomini appena sentono questa parola si affrettano a negare il concetto o a sminuirlo, ma tantissime donne appena ne sentono parlare si rendono conto benissimo di cosa si tratta, pur non avendone mai sentito parlare prima, proprio perché è parte costante della loro esperienza quotidiana; e difficilmente si può trattare di una cospirazione misandrica del genere femminile…), e la cosa si spinge fino a conseguenze anche meno diffuse come il numero maggiore di retweet che i maschi ricevono e nella produzione di documentari la maggiore affidabilità riconosciuta ai registi maschi.
Se il punto di vista di un maschio è ritenuto più obiettivo e ragionevole di quello delle donne, questo può significare, all’inverso, che i punti di vista delle donne vengono spesso ignorati facendo riferimento a stereotipi come il ciclo, la sindrome premestruale o generiche ansia o isteria. Se questo può risultare seccante a scuola, insultante sul luogo di lavoro, oltraggioso in politica, può addirittura diventare pericoloso quando c’è in ballo la salute delle donne, come nel caso prevedibile di malattie del corpo femminile ma anche nel caso di disturbi cardiocircolatori.
In generale, sulla pagina, noto che nonostante tutta l’autodisciplina che mi sono imposto, io per primo sono più portato a credere a un solo maschio che parla di problemi immaginari o futili, piuttosto che a dieci donne che parlano di molestie, discriminazioni, insulti quotidiani; e non manco di dirmi che se io che mi vanto di essere più avvertito su queste questioni mi lascio ancora illudere così dalla sirena del privilegio maschile, chissà chi non si è mai posto del tutto il problema… Sembra strano dirlo, ma la possibilità di essere creduti è uno dei più grandi privilegi maschili, anche e forse soprattutto quando si è in torto: il capitale accumulato da secoli di visibilità pubblica, credibilità culturale, autorevolezza domestica, alla lunga dà i suoi frutti in termini di giustificazioni, comprensione, indulgenza, da parte della collettività, della stampa, a volte delle stesse vittime di violenza. [v. anche infra]

Maschio è meglio

Il primato maschile è visibile anche nella cultura popolare. Elena Gianini Belotti (Dalla parte delle bambine, Cap. 1) registra i fenomeni o i concetti che venivano (talvolta vengono tuttora) associati alla prossima nascita di un bambino e sottolinea come i segni premonitori che annuncerebbero la nascita di un maschio sono sempre positivi: fanno riferimento al lato destro, a una maggioranza numerica o di sostanza, alla salute (mentale o fisica)… del resto ancora oggi, nel 2017, capita di sentire augurare a futuri sposi “figli maschi!” E la trasmissione del cognome ancora oggi in Italia, e in molti altri Paesi, è privilegio del maschio (si può richiedere che al nascituro venga attribuito anche il cognome della madre ma il fatto stesso che non sia automatico è un retaggio della patria potestas).
Avere un figlio maschio è ancora oggi considerata una benedizione in molte parti del mondo. Anche qui in Occidente non sono lontani storicamente i tempi in cui solo il maschio, oltre a trasmettere il nome e le proprietà della famiglia, poteva andare fuori nel mondo e guadagnarsi da vivere per conto suo, mentre una donna sarebbe stato un peso per tutta la vita, prima del padre, poi del marito; a una donna spesso non si forniva un’educazione ma le si chiedeva di contribuire ai lavori domestici (spesso anche alle piccole attività imprenditoriali se la famiglia ne aveva); in compenso era una bocca da sfamare che non avrebbe procurato grossi introiti alla famiglia e a cui peraltro occorreva preparare la dote per il futuro marito, cosa che sottraeva risorse alla famiglia e suscitava le cupidigie di avventurieri interessati solo a un guadagno materiale. Avere una figlia femmina è spesso stato motivo sufficiente per rifiutare la neonata: nell’antica Grecia e a Roma l’esposizione delle bambine era pratica usuale e ancora oggi in Paesi come l’India o la Cina è molto frequente praticare aborti selettivi o commettere infanticidi delle neonate femmine, destabilizzando il rapporto fra i generi (come riconobbe già nel 1990 Amartya Sen). Quando i maschi si chiedono scandalizzati in che modo mai siano privilegiati, un’altra risposta potrebbe dunque essere: “È molto, molto meno probabile che la tua nascita sia stata un incidente di percorso nella ricerca di un figlio dell’altro genere, ed è molto meno probabile che tu sia stato vittima di rifiuto, anche inconsapevole, da parte dei tuoi stessi genitori.” Io stesso ho sentito dire a donne a cui sono molto vicino cose aberranti come «È un peccato che quel signore abbia avuto solo figlie femmine, vuol dire che ha perso il seme» [sic] o, commentando la notizia di un numero maggiore di nascite maschili nell’anno precedente, «Meglio: tanto le bambine sono stupide…» 

Anche l’educazione dei primissimi anni è pregna di sessismo, e segna in modo spesso irreversibile da un lato il privilegio del maschio e dall’altro la contestuale, costante repressione della femmina: i bambini possono correre e urlare, le bambine devono “fare le brave”; i bambini possono stare seduti in modo sgraziato, sia perché i maschi vengono ritenuti in generale più “selvaggi”, sia perché nessuno si oppone se un maschio “prende possesso del territorio” (da qui nasce anche il fenomeno del cosiddetto manspreading – e non dite che è una necessità fisiologica a imporlo: ne avevo parlato qui), mentre le bambine devono “stare sedute composte”; i bambini vengono educati a fare quello che vogliono, con giochi conseguenti (spesso evocanti spazi aperti ed esplorazioni, dai cowboy alle astronavi, dai robot ai dinosauri), le bambine hanno da subito un ventaglio estremamente ridotto, con la costante pressoché assoluta di un luogo chiuso: la casa (fare le pulizie, cucinare, stirare) o nello specifico la camera da letto (truccarsi); i bambini non vengono sgridati se mostrano interesse o curiosità intellettuale, alle bambine si fa capire in tanti piccoli modi che la loro curiosità è futile e impicciona, o comunque che loro, la curiosità, non le aiuterà nella vita. Le bambine (sempre: in linea di massima) subiscono una insistente e soffocante repressione dei loro istinti vitali e della loro energia, mentre i bambini sono incoraggiati a dare il massimo e a esprimersi più che possono: possono lasciar correre la fantasia, immaginare di diventare scienziati o esploratori; sviluppano interessi per la storia, le scienze, la tecnologia, lo sport, mentre le loro amichette devono pettinare bambole e sperimentare con i trucchi perché da grandi dovranno dedicare del tempo apposito a “farsi belle”. E per cosa? Ma ovviamente per attirare lo “sguardo maschile”! [v. infra], ed essere severamente giudicate se si ribelleranno…
Gli stimoli intellettuali che i bambini (maschi) ricevono nei primi anni sono preziosissimi, mentre le bambine si sentono dire da subito che studiare in fondo non serve, perché il luogo in cui vivranno tutta la vita è la casa chiusa. Si ha un bel dire «Eh, che ci vuole!, si comprino alle bambine i giochi scientifici!»: come si è espressa una donna su Twitter per il progetto EverydaySexism, «Ogni volta che una bambina vede i giochi di scienza sotto l’etichetta “per ragazzi”, si sente dire che la scienza non fa per lei».
Un altro elemento fondamentale dell’immaginario delle bambine è il “principe azzurro”: le bambine vengono educate (meglio: condizionate) da subito a vedere la propria realizzazione sempre accanto a un uomo, mentre ciò non avviene affatto per i maschi. Ai maschi si insegna bensì a dover fare sesso, e questo può certamente essere fonte di frustrazione, ma nessuno ha mai incanalato con pari perseveranza e tenacia le aspirazioni dei maschi verso la famiglia: nessun maschio è mai stato mal giudicato perché ha preferito la carriera alla famiglia, nessun maschio si è mai sentito dire «Vedrai che cambierai idea!» se ha espresso il suo desiderio di non avere una famiglia. Possono sembrare piccolezze, ma riusciamo a metterci nei panni di una donna che dal giorno in cui viene al mondo si sente ripetere da tutte le parti che il suo posto è la casa, che il mondo esterno non fa per lei, che se esce è, in qualche modo, “sbagliata”? Possiamo fare uno sforzo di immaginazione ed empatia, senza che almeno qui vi debba riportare i link, e vedere come è più povera, meno stimolante, la vita di una donna sempre con il pensiero alle pressioni sociali per la cura del corpo, della casa, della famiglia?!…
Come in tantissimi altri casi, i media diffondono in continuazione quest’immagine della donna primariamente bella, che studia solo perché non ha altro da fare (sapevate che Valeria Marini ha frequentato il liceo classico, o che Silvia Toffanin è laureata in Lingue? Bene, ora lo sapete), spesso in un ruolo di comparsa o di accompagnamento dell’uomo (famosi nella cultura popolare i soprannomi dati in particolare nei programmi di Mediaset: le “vallette” a La Ruota della Fortuna, le “veline” a Striscia la Notizia, le “letterine” a Passaparola… – si noti, incidentalmente, che si tratta sempre di vezzeggiativi o diminutivi, sempre per sottolineare il ruolo principalmente di “bella immagine” della donna) e, passando al cinema, che si affida all’uomo salvatore mentre lui non ricambia se non in parte l’affetto di lei: James Bond e Indiana Jones sono solo alcuni fra i tanti eroi che vivono avventure pericolose ed emozionanti e hanno una donna diversa in ogni libro / film.

Ho citato prima storia e scienze, perché la razionalità comunemente associata alle seconde è stata spesso invocata per impedire l’accesso a tali discipline per le donne; quanto alla storia, non sono un filosofo né uno storico del Fascismo, ma dal poco che so mi basta fare 2+2 per intuire, nella associazione gentiliana di storia e filosofia, che per il filosofo del regime i piani più elevati del regno dello Spirito dovevano restare inaccessibili alle signorine. Un’impostazione che perdura: chi era nella vostra classe che amava di più la storia? E quanti nomi di storiche professioniste sapreste citare?
Insomma, gli stimoli costanti forniti dai genitori, dalla famiglia, dalla scuola, dal mondo, dalla televisione, dai giochi, dalle letture… dicono sin dall’inizio a un bambino maschio che deve indagare, scoprire, esplorare, sorpassare limiti, mentre a una bambina che deve stare al suo posto, non strafare, non eccedere, non urlare… Il mondo dei bambini si configura come il mondo della possibilità: un bambino attorno a sé vede infiniti modelli e ruoli positivi; il mondo delle bambine si presenta invece molto più segnatamente come un mondo del divieto e di imposizioni negative. Non sorprenderà a questo punto osservare come la vocazione dei maschi a essere leader e delle femmine a stare nei ranghi sia imposta e incoraggiata sin dalla più tenera età; e come è molto più probabile che artisti, scienziati e pensatori che sfidano i preconcetti e gli stereotipi siano maschi, e che le donne che tentano le stesse strade siano bloccate, prima ancora che dallo scetticismo o dalla aperta ostilità dei colleghi, da quegli stessi dubbi che loro stesse hanno introiettato e fatto propri. 

Lo “sguardo maschile”

Essere una sorta di meridiano zero della visione del mondo significa anche che si sarà coloro che decideranno come descrivere gli altri, e raramente sapranno descrivere se stessi come un gruppo unitario e indistinto. In un passo del suo libro, Perry cita il celebre saggio di Laura Mulvey del 1975 Visual Pleasure and Narrative Cinema, in cui la studiosa osserva come la proposizione del mondo attraverso la cinepresa risponda ad un interesse e ad una curiosità prettamente maschile: il “male gaze”. Ecco, è possibile considerare tutto il mondo come visto attraverso un unico occhio maschile, paragonabile, quando si vede la vastità e la profondità di questa influenza, all’Occhio di Sauron nel Signore degli Anelli.
Sempre secondo Perry, uno dei portati più significativi della cultura del Maschio 0 è stato appunto il concetto di individuo, un concetto che essi ovviamente hanno attribuito solo a se stessi, in quanto le altre categorie identificate dallo “sguardo maschile” venivano caratterizzate in quanto gruppi indistinti: “le donne”, “i gay”, “i neri”, sono categorie che hanno sempre fatto parte del dibattito sociale, culturale, filosofico degli uomini; i Maschi 0 in quanto tali non si sono mai visti come un’identità distinta, ma come rappresentanti dell’umanità, neutri e indeterminati, mentre le altre identità sono state descritte (spesso e volentieri discriminate e insultate) proprio in base al fatto di non possedere caratteristiche chiave del Maschio 0. Qualche giorno fa ho postato sulla pagina un meme in cui volevo sottolineare proprio questo, e ovviamente non sono mancati quelli che hanno protestato dicendo “Ah, non sapevo di non poter essere insultato, mi sarebbe piaciuto saperlo prima!…” Ovviamente il punto del meme era sottolineare proprio come per tutta la storia il Maschio 0 ha potuto tranquillamente discriminare e insultare chiunque non fosse un Maschio 0, mentre l’inverso non è mai avvenuto: per insultare le donne abbiamo termini animaleschi come galline, pollastre, vacche, balene, sineddochi sessuali come figa, fregna, topa (che rientra anche nel caso precedente), giudizi sul comportamento sessuale come troia, zoccola, puttana… per insultare i gay abbiamo frocio, finocchio, checca, culattone… per insultare i non bianchi abbiamo negro, scimmione, mandingo, talebano, muso giallo, cinesino… Nessun Maschio 0 è mai stato insultato in quanto Maschio 0 E ai livelli in cui ha sviluppato il razzismo nei confronti di altri popoli, né è mai stato discriminato, considerato depravato, peccatore, deviato, abominevole, per il semplice fatto di essere un Maschio 0.
Sento già dire «Ma in Asia i bianchi sono discriminati!», o «Ma la tale femminista, nel tale articolo del tale numero della tale rivista sconosciuta, ha detto #KillAllMen!! Non è odio antimaschile questo?!» Richiamatemi quando certi deliri sul razzismo inverso o peggio ancora sulla “misandria” avranno qualche riscontro fattuale vero, perché fino allora resterà vero che la misoginia, l’omofobia e il razzismo hanno una base fattuale in opere filosofiche, religiose, letterarie, artistiche, cinematografiche, nel discorso comune, nei modi di dire, negli stereotipi, negli insulti; in una cultura, insomma, ad ampio raggio, creata dagli uomini, in base a una prospettiva maschile, e che puntava a porre le distanze fra se stessi e chi non era come loro. Quella che gli antifemministi considerano razzismo inverso, sessismo inverso, o “misandria” non è altro che la sensazione di non essere più al centro della scena e di essere soggetti a critiche come per tutta la storia abbiamo fatto noi maschi con tutte le altre categorie. Vorrei riportare a questo proposito un passo del libro di Perry: 

Roland Barthes ha chiamato e-nominazione il processo di fusione nella mente delle persone di un’ideologia (nel nostro caso, quella maschile) con la naturalità della medesima, tanto da farla diventare invisibile. Quando parlo ad altri uomini della mascolinità, mi sembra spesso di parlare di qualcosa di cui nemmeno si rendono conto, tanto è pervasiva; chiedendo agli uomini di immaginare un mondo senza patriarcato mi sembra di far loro immaginare un mondo senza forza di gravità, tanto è fondamentale per loro la prospettiva falsata del loro genere. Gli uomini vivono in un mondo di uomini, incapaci di concepire un’alternativa.
Forse una delle conseguenze più disturbanti per gli uomini (in particolare, gli uomini bianchi) portate dai movimenti di liberazione è stata l’identificazione e descrizione delle caratteristiche di essere maschio e di essere bianco. Una conseguenza della e-nominazione del potere maschile bianco è stata quella di vedersi come l’identità neutra in confronto alla quale sono misurate tutte le altre. Eppure, gli/le attivisti/e per i diritti civili e il femminismo hanno reso i maschi bianchi visibili come non erano mai stati prima. Hanno cominciato attribuendo al gruppo dominante di default una analoga “alterità” e gli uomini bianchi non hanno gradito. Questa sensazione di visibilità ha indotto gli uomini ad adottare uno status di vittima che più si confà a un gruppo oppresso: il patriarcato si è sentito vacillare e oscillare un filo di più verso l’uguaglianza, ma la reazione è stata di urlare come se fosse caduto molto al di sotto dei gruppi che ancora opprimeva. Gli uomini si sentono come se fossero stati convocati dalla preside per ricevere una severa ramanzina, e non lo ritengono giusto. Essendo stati ignari dei molteplici modi in cui sono privilegiati, pensano che il femminismo sia un attacco alla loro identità costitutiva, invece che un richiamo all’uguaglianza. I gruppi di attivisti per i diritti del maschio sembrano punti di raccolta di coloro che uno psicoterapista, prendendo il punto di vista della vittima, chiamerebbe persecutori. (pp. 34-35) 

L’abitudine dei maschi a vedersi come somma di individui più che come gruppo dalle caratteristiche unitarie credo possa spiegare anche un altro dei tormentoni delle pagine femministe: l’hashtag #NotAllMen, #NonTuttiGliUomini. Ogni volta che si discute uno dei tanti, tantissimi fenomeni di violenza maschile (aggressioni, molestie, furti, stupri, omicidi…), qualche anima candida (o scocciatore: dipende…) interviene per far presente che “non tutti gli uomini sono così”. Ora, al di là dell’ovvietà della cosa, quello che mi interessava sottolineare è come si è indotti a rilevare ogni singola volta che non tutti gli uomini si comportano in modo negativo, mentre non appena viene diffusa la notizia di un atto di violenza perpetrato da una donna l’osservazione che questi signori fanno è subito «Ecco, anche le donne sono violente!», e non dare per scontato che, appunto, non tutte le donne sono violente. Proprio qualche giorno fa sulla pagina ho postato un articolo contro la violenza maschile e uno dei commentatori ha osservato che dato che è esistita la contessa Báthory, allora anche le donne sono capaci di violenza: in un contesto in cui si voleva sostenere che la violenza dei maschi è incoraggiata socialmente, basta un solo esempio per affermare che l’intero genere femminile è capace di violenza ma è ancora considerato blasfemo sostenere che le decine e decine e decine di esempi di maschi violenti possano derivare da una violenza socialmente indotta, perché non c’è nulla di male ad accusare dei crimini peggiori le donne “in quanto genere” (in fondo lo si è sempre fatto), mentre per i maschi un’analoga esternazione «Mah, c’è stato Hitler: questo prova che gli uomini sanno essere estremamente violenti» sarebbe comunque accolta da uno scetticismo diffuso. Il punto è che per i maschi come è facile accusare un gruppo in toto, così è difficile accettare lo stesso giudizio di altri su se stessi. 
Questo vale non solo per i criminali della Storia, ma anche per colpe molto meno gravi: ho parlato prima della curiosità intellettuale dei bambini, incentivata nei maschi e trattenuta nelle femmine. Credo non sia un caso che questo sia dovuto anche al fatto che gli uomini vengono incoraggiati a intervenire, e nessuno li rimprovera se ogni tanto dicono cavolate frammiste a cose intelligenti; al contrario le donne, se intervengono, non possono permettersi di dire cavolate, o l’eventuale stupidità di una domanda di una di loro sarà scaricata sull’intero loro genere: in altre parole, un uomo stupido è stupido lui e basta, mentre una donna stupida dà una cattiva impressione di tutto il suo genere.

Insomma, hakuna matata!

Quand’è stata l’ultima volta che vi siete ricordati con sgomento di aver trascurato una parte della toeletta mattutina? Forse quando vi siete dimenticati di pulirvi le unghie? O quando per la fretta avete recuperato le mutande del giorno prima? Vi è andata bene: non vi siete dovuti ricordare di depilarvi, o di truccarvi, o di procurarvi l’assorbente, casomai il ciclo vi colga con qualche giorno di anticipo. Quando vi è stato detto di sorridere di più? Quando vi siete dovuti preoccupare di molestie o insulti a cui tutti si aspettavano avreste sorriso, perché tanto «è solo una battuta!»? Quando vi siete preoccupati l’ultima volta del giudizio del mondo perché non vestite in un certo modo, o perché siete vestiti in un altro modo, portate i capelli in un certo modo, frequentate certe persone?… 
Preoccuparsi di queste cose (e perdere tempo ed energie mentali per quello), per cui le donne subiscono un martellamento costante proveniente da ogni direzione, non capita praticamente mai al Maschio 0. Per tornare a quello che dicevamo prima sulla concezione dell’individuo, un Maschio 0 ha anche molte più difficoltà a vedersi come “uno dei tanti generi”: la nostra cultura (una cultura che inizia con Gn 1, 27, “maschio e femmina li creò”) ha il binarismo di genere come sua costante. Lo vedo spesso nei commenti sulla pagina, dove riscontro spesso una vera difficoltà degli uomini di rompere la corrispondenza biunivoca maschio/femmina e femmina/maschio: tutto o quasi riesce sempre ad essere appiattito sulla differenza biologica di base. Sia chiaro, anche moltissime donne partecipano di questa cultura e possono avere difficoltà ad integrare nella propria visione del mondo persone che dichiarano di essere “transgender”, “agender”, “gender fluid”; eppure le donne, proprio per il fatto di essere state spesso escluse dalla cultura dominante, sono spesso più pronte ad accettare alternative al binarismo tradizionale, mentre per molti uomini questo è ancora difficile, e non a caso sono quasi sempre uomini a etichettare con malcelato fastidio come “capricci” o “fisime” queste ulteriori categorizzazioni (che, non sarà casuale, vengono reclamate da* dirett* interessat* e non sono state imposte da loro). Lo stesso discorso vale per la questione, parallela al genere ma da essa distinta, dell’orientamento sessuale. Un Maschio 0 è in grado di accettare l’omosessualità, almeno in linea teorica; magari la considera una devianza, ma la accetta. Nella sua mente organizzata da sempre in modo binario, da aut aut, diventa invece molto più difficile accettare ulteriori possibilità: se si è gay (o lesbiche), sei come un etero a cui piacciono persone del tuo stesso sesso; ma cosa succede se si è bisessuali? Magari bisessuali omoromantici? O addirittura asessuali?? “Cosa sono queste diavolerie?! Fermate il mondo, voglio scendere!”
Il disagio del Maschio 0 di fronte a questi nuovi nomi è palese: a confermarlo, basti il fatto che se nel caso delle donne ci sono un sacco di problemi della vita quotidiana di cui però il Maschio 0, bene o male, ha un qualche tipo di consapevolezza, nel caso delle identità di genere e degli orientamenti non binari occorre prima di tutto riconoscerne la stessa esistenza, cosa tutt’altro che facile o scontata. Una volta poi che si sia in qualche modo superata questa prima, basilare esigenza, scaturiscono poi tutti gli altri problemi: discriminazione, stereotipizzazione, mancata visibilità nei media… Ancora una volta, considerare queste esigenze delle “fisime” può essere fatto solo da chi non vive sulla propria pelle questi problemi.
E l’elenco dei problemi che il Maschio 0 non si pone non si ferma certo alle questioni di genere o di sessualità. Se al vertice della piramide sociale del mondo c’è un maschio bianco etero anglosassone ricco (Donald Trump, in pratica), un maschio bianco italiano anche non ricco ci si avvicina molto. Se vi chiedessi che anno è in Cina, lo sapreste? O che mese è in Egitto? Ne dubito. Questo perché anche la misurazione del tempo è un segno di privilegio: l’importanza del mondo euro-nordamericano a livello mondiale si misura anche dal fatto che in tutto il resto del mondo i popoli che misurano il tempo in modo diverso devono tenere presente due cronologie contemporaneamente, la propria e la nostra. Al contrario, noi non abbiamo questo problema.
Lo stesso discorso vale anche per l’alfabeto: il giapponese per esempio ha ben tre gruppi di caratteri per esprimere le parole della lingua giapponese (grosso modo, i kanji, ideogrammi presi a prestito dal cinese per i termini con un significato preciso come nomi e verbi, e i kana, a loro volta distinti in due sillabari, l’hiragana per parti invariabili del discorso e il katakana per prestiti linguistici e parole di lessici tecnici) ma ne ha anche un quarto per le traslitterazioni: l’alfabeto latino (che loro chiamano appunto romaji, “romano”). Come sa chiunque abbia provato a imparare l’arabo o il cinese (o appunto il giapponese), o tantissime altre lingue, il primo grosso ostacolo è proprio l’alfabeto, un problema che non abbiamo se vogliamo imparare una lingua europea. Anche qui, i/le madrelingua arabi, ebraici, thailandesi, devono imparare il proprio alfabeto e anche il nostro, data la diffusione mondiale di lingue come il francese e l’inglese; anche qui, noi europei non dobbiamo porci questo problema.
Analogamente, siamo abituati a considerare la nostra parte di mondo più importante, e non è affatto da escludere che questo sia dovuto anche all’immagine mentale che ne abbiamo; un’“immagine” da intendere in senso letterale, perché è stato sottolineato come su mappe e carte geografiche la proiezione di Mercatore ingigantisca l’emisfero Nord a scapito dei continenti a Sud, in particolare l’Africa. Se non credete a un quotidiano progressista come il Guardian, vi suggerisco di giocherellare con questo sito, che permette di mettere a confronto le vere dimensioni dei Paesi del mondo: per cominciare vi suggerirei di trasportare l’Uganda (comunemente ritenuta piccolissima – sempre che si sappia dov’è, ovvio…) sull’Europa, e la Francia (il Paese europeo più vasto) sull’Africa. Credo che entrambi questi spostamenti diano un’idea piuttosto chiara di quanto è davvero grande l’Africa e di quanto è piccola l’Europa…

E ancora: un uomo gode del privilegio di riferirsi sempre, quando parla astrattamente, a se stesso, anche quando non se ne accorge: “un essere umano” nella mente di un maschio (e spesso anche di una donna) sarà sempre di sesso maschile, mai femminile; “un uomo” vuol dire sia “un essere umano” sia “un essere di sesso maschile” (e a differenza di lingue come il tedesco o il greco non abbiamo nemmeno la possibilità di un ulteriore vocabolo per indicare l’“essere umano”); il pronome base è “egli”, mai “ella”; il plurale comune è maschile, anche nel caso di una sola entità di genere maschile e innumerevoli di genere femminile, e guai a sottolinearlo! Indefessi difensori della grammatica sorgeranno a perorare la causa dell’italiano “che è sempre stato così”, incapaci anche solo di porsi il problema! Intendiamoci, io l’ho dato l’esame di Linguistica: so bene che l’arbitro ultimo della grammatica di una lingua è l’uso dei parlanti, e non sarà altri che l’uso a decretare anche solo se forme come “sindaca” o “ministra” sopravviveranno, figurarsi una ristrutturazione complessiva, in una lingua fortemente genderizzata come la nostra, che coinvolga i pronomi personali e la declinazione dei participi. Ma, a parte il fatto che le disposizioni dall’alto qualcosa possono sempre fare, e se sono in nome dell’uguaglianza non si vede perché non provarci; quello che davvero mi lascia perplesso, anche qui, è la totale incapacità di accettare la cosa: ogni volta che leggo un thread sull’argomento mi si rafforza il sospetto (ormai è quasi una certezza) che non è certo amore per la propria lingua a infervorare così tanti retori e grammatici, quanto l’angoscia che davvero il maschile nella lingua possa perdere terreno, manifestazione ideale – e perciò tanto più terrificante – di una retrocessione del maschile nel mondo reale. E, come è noto, il privilegio va difeso soprattutto nei suoi luoghi ideali e simbolici.

E.

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3 pensieri su “Un po’ di ABC – 2. Privilegio maschile

  1. depilarsi si depilano anche gli uomini, io mi faccio la barba, in realtà uomini e donne chi più chi meno si prendono cura del proprio aspetto estetico per se stessi e per il prossimo, fa parte della nostra libertà. Chi si trucca è persona libera quanto chi non lo fa.
    Il punto è questo: il corpo umano è sessuato e non è binario, ci vuole rispetto per ogni minoranza sessuale ma i corpi restano sessuati, il corpo maschile non è il corpo femminile e le persone transgender lo sanno bene, non si può tacere questa realtà, va accettata. Puoi anche definirti agender quando hai la terza di seno ma in questo io vedo qualche problema con tutto il rispetto, i caratteri sessuali primari e secondari maschili e feminili (con tutte le loro diversità) contano non sono imposti dalla cultura. Si può essere etero, gay o bisex ma quasi tutti hanno desideri sessuali, questo è un fatto con tutto il rispetto per la minoranza che si definisce asessuale.
    Sulla questione della lingua sono d’accordo

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