“Dick pics!” Le due parole che suonano come una marca di patatine al formaggio, ma che a differenza di quelle non vorreste MAI far trovare incustodite ai vostri bambini. Non ho resistito a un attacco a effetto alla John Oliver, anche perché oggi mi decido finalmente a scrivere un post a cui pensavo da un po’, e il punto di partenza sono appunto le fotografie del proprio pene inviate alle ragazze tramite i servizi di messaggistica, come Skype, Facebook, e-mail: dovunque ci sia la possibilità di inviare immagini in allegato, là arriverà la prepotenza del maschio che deve sottoporre all’ignara e incolpevole sconosciuta le dettagliate fotografie dei propri genitali.
Le “dick pics” (appunto, “immagini del pisello”) sono il punto di partenza perché l’argomento del post è il fallocentrismo: non, come da definizione, come sinonimo di maschilismo, ma piuttosto come serie di considerazioni sparse sull’importanza storica e psicologica del pene per i maschi. A che scopo, infatti, inviare a perfette sconosciute con cui, in teoria, si vorrebbe avviare una conversazione immagini così intime? Io personalmente lo trovo inspiegabile, e ammetto con serenità che se non avessi letto decine e decine di storie di donne che affermano di essere state vittime di questo modo così esplicito di rompere il ghiaccio, avrei ancora dubbi in proposito. Non è certo un modo di “mettersi a nudo”; un modo, cioè, per dichiarare all’altra persona “sono così come mi vedi”, “sono sincero”, “non ti mentirò”. È piuttosto un gesto che assolve, credo, a due esigenze molto sentite nella psiche del maschio: la prima è quella dell’affermazione aggressiva di sé, e questa spiegazione può sembrare scontata, persino banale, ma ci tornerò, mentre la seconda è quella dell’aspettativa dell’ammirazione; entrambe si incontrano e danno vita ad una cultura dove le simbologie falliche sono pervasive (tanto che a volte, anche per malintese suggestioni freudiane, le si vede anche dove non ci sono). 

InAlto!
Obelisco di Luxor (Egitto), Colonna Traiana (Roma), Pagoda di Liaodi (Monastero di Kaiyuan, Cina), Minareto della moschea di Po-i-Kalyan (Bukhara, Uzbekistan), Empire State Building (New York, USA) (Credits: WikiCommons)

Partiamo prima da questa seconda. Può sembrare paradossale che uomini maturi – be’, almeno da un punto di vista fisico – si aspettino seriamente che una donna reagisca dicendo “Accidenti, com’è bello!” (per lo meno, io dubito molto che ci siano uomini che si aspettano davvero questo!) Credo sia piuttosto il retaggio infantile dell’entusiasmo che i genitori tendono a mostrare per i genitali del maschio nei primissimi anni di vita del bambino. Ricordo che una volta ero nel lettone dei miei – avrò avuto massimo sei anni – ed ebbi un’erezione (eh, sì: capita anche da bambini…) e mia mamma scherzò “Ehi, fai l’alzabandiera??” Lì per lì mi suonò strano, perché vengo da una famiglia religiosa e sentivo che c’era qualcosa che non andava; sapevo che “laggiù” avveniva qualcosa, che intuivo essere “sporco” e che in quanto bambino non avevo il diritto di conoscere. Eppure nella sua voce c’era anche una velata ammirazione, una miscela strana che sul momento mi lasciò perplesso e vagamente turbato. È un episodio forse stupido ma che non poteva non tornarmi in mente quando, molti anni dopo, lessi Dalla parte delle bambine di Elena Gianini Belotti, testo ancora oggi, dopo oltre quarant’anni, straordinario, e che non perdo mai occasione di raccomandare. Belotti evoca già all’inizio del suo libro una scena simile a quella che ho appena descritto; una scena che molti maschi avranno senz’altro vissuto e che poi avrà sicuramente condizionato le loro idee sulla propria virilità: mi riferisco ai complimenti dei genitori per i genitali del bambino maschio. Vale la pena rileggere il passo originale con le considerazioni dell’autrice:

Spesso capita che le madri coprano le nudità di una neonata durante le operazioni di pulizia se sono presenti estranei, mentre ciò succede molto raramente con un neonato maschio. Al contrario, ci si compiace molto della sua nudità e si fanno osservazioni scherzose e compiaciute sui suoi attributi sessuali: “guardate che ometto”, “ha tutte le sue cosine a posto, lui”, “cosa ti crederai di fare con questo ridicolo pisellino”, “chissà cosa ci farai da grande”, e una serie di simili allusioni. Queste frasi, che abbiamo citato perché le abbiamo udite pronunciare da madri, padri, parenti, di fronte a un neonato maschio, suonano del tutto inapplicabili a una neonata e non solo per la conformazione diversa degli organi sessuali, ma perché si desidera soprattutto che lei dimentichi il più a lungo possibile, meglio per sempre, di avere un sesso. Meno lo si nomina, lo si nota, lo si tocca, meglio è.
(E. Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine, Milano, 1973-2000, pp. 43-44) 

In effetti i maschi recepiscono molto presto il culto del pene: da bambini si fa a gara a chi fa la pipì più lontano, da preadolescenti ci si preoccupa se gli ormoni lo stanno facendo ingrossare abbastanza, da grandi ci si diverte a disegnarlo sui cavalcavia, sui cessi pubblici, sui muri (in pratica ovunque), e non si perde occasione di fare riferimento alla propria potenza sessuale, in termini sia di dimensioni effettive “a riposo” che di prestanza “in posizione”, come anche recenti esempi nostrani sono sempre lì a ricordarci. È anzi molto interessante dal punto di vista antropologico considerare come si sia passati dal culto della Dea Madre a culti maschiocentrici: dalla Venere di Willendorf a Priapo, o anche da Gaia, che concepisce e gesta i figli nelle proprie viscere (letteralmente le “viscere della terra”) alla virilità ostentata di Zeus, il cui desiderio incontenibile per dee, ninfe e mortali è all’origine di numerosissimi racconti mitologici, come alcuni meme di internet ci ricordano
Il simbolismo del fallo ha infatti radici antichissime nella cultura umana (non solo quella occidentale), tanto da essere ormai profondamente radicato nell’immaginario collettivo. Nell’antica Grecia esso era ancora saldamente legato a un significato religioso, apotropaico e propiziatorio: da processioni religiose in cui venivano esibiti dei falli (le falloforie – per l’appunto) si originò niente meno che la commedia come genere teatrale, e la matrice fallica del culto di Dioniso, dio al quale i concorsi teatrali erano dedicati, permane nel costume dei coreuti nelle commedie e nel dramma satiresco, dove essi portavano esagerati falli eretti in cuoio, legati alla cintola:

Aristophanes-Birds-LDS
Cratere a campana apulo, 420-410 a.C. ca., Malibu, Paul Getty Museum

Ai bordi delle strade e agli incroci, invece, si trovavano le cosiddette “erme”, cippi quadrangolari sacri a Ermes, il dio dei viandanti, del quale venivano raffigurati solo la testa e, appunto, i genitali. Presso i romani, si trovavano falli esposti all’ingresso degli edifici, appesi al soffitto, usati come minaccia nella letteratura e nella gestualità quotidiana. Rientra nel fallocentrismo che sto descrivendo, anche se tecnicamente si riferisce alle gonadi, la venerazione per i testicoli, dallo stendardo di Bartolomeo Colleoni, in cui figuravano tre coppie di testicoli, all’ancora oggi diffusissimo uso di “palle” per indicare coraggio e audacia. Come nota a margine, vorrei osservare che probabilmente tutto ciò dipende anche, almeno in parte, da un dato eminentemente fisiologico: mentre anche i genitali femminili vengono irrorati di sangue in fase di eccitazione, ma di fatto l’unica conseguenza ai fini del rapporto è la lubrificazione della vagina, il pene in erezione necessita di sangue, e ovviamente un pene più grosso ha bisogno di più sangue; non escluderei dunque che l’esaltazione della virilità e del fallo eretto dipenda anche dalla necessità di mantenere a lungo (almeno per la durata del rapporto) lo stato di erezione, il quale però richiede la sua parte di energia e stress perché obbliga a convogliare una discreta quantità di sangue nei corpi cavernosi dell’organo. Un maschio dotato che riesca a mantenere il pene eretto a lungo avrà dunque più possibilità di concludere il rapporto, e quindi di fecondare la donna e di trasmettere i propri geni (andrà anche detto che per lungo tempo si è pensato – tra gli altri, da Aristotele – che il principio vitale della nuova vita risiedesse esclusivamente nel seme maschile, e non nei due gameti separati).
Va da sé che vivere in un mondo in cui il fallo è celebrato, esaltato, esposto, ostentato etc. crea una cultura per cui “ci si aspetta” che il maschio lo celebri, lo esalti, lo esponga, lo ostenti etc. È inevitabile che questo provochi conseguenze a volte drammatiche, come l’ansia da prestazione o addirittura depressione se si soffre clinicamente di impotenza. Dall’altro lato, questo risponde alla domanda sulle “dick pics”, ma risponde anche, per esempio, alla domanda che molte donne si fanno quando leggono tra le improbabili giustificazioni per uno stupro degli “irrefrenabili impulsi”, o delle “esigenze fisiologiche del maschio”, e si chiedono con sconcerto se i maschi non si vergognino ad essere rappresentati così, come dei rabdomanti in balia di bastoni impazziti. Per quel che mi riguarda non posso certo rispondere per tutti i maschi della Terra, ma la mia risposta è che tendenzialmente no, non ci vergogniamo. E, si badi, non perché ne andiamo fieri: tutt’altro! Semplicemente, la pressione culturale su un maschio è così forte che rinnegare la propria virilità, o anche solo il limitarsi a non ostentarla, rischia di esporlo al dileggio dei pari. Vi racconterò un altro episodio stupido e imbarazzante relativo al sottoscritto. Ero in prima o seconda media, quindi avrò avuto circa dodici anni; stavo aspettando l’autobus e mi sono avvicinato incuriosito a degli amici, tra cui alcuni più grandi, che confabulavano; mi mostrano un giornaletto porno con una fotografia a tutta pagina di una donna nuda – e intendo completamente nuda. Visibilmente eccitati (ehm, no, non in quel senso. Almeno spero…), si aspettavano che anch’io partecipassi alla foga collettiva per la signorina ritratta, ma io sinceramente già così piccolo avevo un senso diverso dell’eccitazione sessuale, e trovavo stimolante un erotismo più raffinato e complesso di una donna con la passera al vento, quindi abbozzai timidamente un “Mah, no, dai: è troppo nuda…” “AHAHAHAHAH, ‘è troppo nuda’, AHAHAHAH” Come a dire: “Le si vede la topa! Cos’altro puoi desiderare??” Mi rendo conto che è una cosa stupida e irrazionale, ma la pressione psicologica per dimostrare di essere un “vero uomo” (dove per “vero” si intende, lo si immaginerà, “eterosessuale”) esiste e agisce, sin da piccoli. Immagino sia per questa pressione dei pari, percepita anche solo a livello mentale, a spingere a lasciare centinaia di commenti (tutti o quasi dello stesso masturbatorio tenore) sotto le fotografie di avvenenti modelle o anche, per esempio su Facebook, a creare pagine e gruppi appositi dove condividere immagini di ragazze e donne discinte (o anche di semplici sconosciute ignare) onde manifestare la propria sana eterosessualità. Che sia anche in parte per compensazione? Non lo posso escludere, e senza dubbio questa sempre valida spiegazione dovrà pure essere invocata di quando in quando; se però mi devo immaginare l’uomo medio seduto al computer o davanti al telefonino che vede una fotografia di una donna seminuda e avverte questa specie di imperativo categorico a far presente che “lui c’è”, lo attribuirei più a un’esigenza di legittimazione, per se stesso e appunto per gli altri maschi, i quali vedrebbero quindi in lui un fratello e un compagno. 
Con l’età, l’educazione ricevuta e le frequentazioni, si impara che il “vero uomo” deve risultare deciso, deve imporsi, ha tutto il diritto di sgomitare, di far valere la propria presenza, e anche qui il simbolismo sessuale diventa immagine potente dell’aggressività maschile. Analogamente alle “dick pics”, a volte si arriva a molestare ragazze di persona appoggiando il pene in erezione sul loro corpo (come raccontò in un’occasione una ragazza indiana), spesso nella certezza di non poter essere denunciati. L’ammirazione ricevuta da bambini, la crescita in una cultura impregnata di esaltazione del fallo, la pressione sociale a ostentare la propria virilità incontenibile diventano quindi gli ingredienti fatali che, uniti alla mascolinità tossica, portano i maschi a infliggere al mondo in continuazione disegni, allusioni, battute, gesti, e, appunto, fotografie. Salvo poi rimanerci male, malissimo, quando questo si ritorce loro contro, come dimostra l’esilarante episodio di una ragazza che rende pan per focaccia al molestatore e lo costringe a riconoscere l’obbrobrio e la sgradevolezza di un tale approccio.
Vorrei toccare qui incidentalmente una questione spesso relegata ad aspetto folkloristico del femminismo, ovvero la battaglia sul cosiddetto “manspreading”, termine inglese con cui si indica, come forse saprete, la tendenza dei maschi a sedere con le gambe molto divaricate.

man-spreading
(Fonte: Tumblr, condivisa da CBCNews)

Orbene, nell’interpretazione del femminismo il manspreading è una manifestazione esteriore e plastica dell’educazione che i maschi ricevono a “occupare” lo spazio intorno a sé, a esercitare un dominio sul territorio; prova ne sarebbe che l’inverso è altrettanto vero, ovvero si insegna alle bambine a stare sedute “composte” (leggi: con le gambe unite), perché la posa a gambe divaricate nel caso di una donna viene considerata sconveniente e immorale. Io che non mi ero mai posto il problema di stare seduto in una posa più o meno virile, al liceo fui consigliato da delle amiche (si noti: amiche femmine) di stare seduto divaricando le gambe, proprio per assomigliare di più a un maschio; ma non mi ero mai fatto problemi, come non me ne faccio tuttora, a stare seduto con le gambe unite. Ma come reagiscono gli uomini a questo tema? Prevedibilmente, quelli che si sentono in dovere di intervenire lo fanno esibendo virilità: una delle risposte più usuali che trovo nei commenti Facebook ad articoli dove viene affrontato il problema è “Ma le donne non hanno parti molli così grosse da proteggere, mica possiamo schiacciarle!” La realtà è che proprio per la natura di parti molli dei genitali maschili è perfettamente possibile stare seduti su una sedia, o un sedile di un mezzo pubblico, senza doverle per forza schiacciare fra le cosce, e quindi senza per forza divaricare le gambe con angoli di anche più di 90°. Il punto, però, quello che trovo interessante, è che si arriva a deformare la realtà pur di reagire ad un’accusa: reazione che può essere dovuta a pregiudizio antifemminista ma anche – non mi sento affatto di escluderla – a volontà di affermazione della propria prestanza sessuale, in quanto solo dei genitali abbondanti in misura abnorme necessiterebbero di uno spazio così ampio per “respirare”. Solo che, come si è visto, non è questo il caso – a meno di non possedere fra le gambe l’equivalente in dimensioni di un salame e due limoni…
Il paradosso di tutta questa esaltazione millenaria del pene è che alle donne non è mai importato! Non solo perché spesso non ci hanno lasciato sufficienti testimonianze sui loro gusti ma anche perché da qualche decennio, da quando cioè si sentono più libere di esprimersi in tal senso, hanno sempre sostenuto che le dimensioni in definitiva non contano, o solo relativamente. Certo, mentirei se negassi di aver mai letto o sentito commenti di donne secondo cui “grosso è meglio” ma anche queste riconoscono che un superdotato con cui non avessero la minima sintonia emotiva le lascerebbe comunque insoddisfatte; anzi, un maschio anche dotato ma inesperto può persino fare male alla partner.
La preoccupazione per le dimensioni dei propri genitali è dunque, in ultima analisi, un problema eminentemente maschile, e le madri la ripropongono ai bambini perché sono convinte che sia così che devono andare le cose, che il proprio bambino vada rassicurato nella propria virilità. Alla faccia dell’invidia penis!… Facili ironie a parte, questa angoscia per la propria virilità ha portato nella storia anche a conseguenze drammatiche, per esempio all’imposizione, soprattutto nel cinema americano, dello stereotipo degli asiatici come poco dotati: uno stereotipo che nasceva in realtà dall’invidia dei bianchi per il successo di cui godettero alcune star del cinema, in particolare Sessue Hayakawa, e la cui origine è provata dall’imposizione dello stereotipo di segno opposto, ovvero quello che vedeva gli asiatici come insaziabili predatori di donne (oltre che come operatori di malvagità assortite). Nell’umiliazione della virilità di interi popoli, gli americani esorcizzarono il fascino che le donne provavano per i fusti dagli occhi a mandorla, e ancora oggi i popoli estremo-orientali soffrono lo stigma, duro a morire, di possedere una virilità “dimidiata”.
Ancora una volta, solo se saremo noi maschi a sfidare i preconcetti e lo stigma dei nostri simili, i nostri figli potranno crescere liberi dall’ansia di essere “veri maschi” che “ce l’hanno duro” – e forse anche noi la smetteremo di inondare le caselle e-mail delle ragazze con le nostre ansie più nascoste e il nostro inconfessato bisogno di essere rassicurati…

E.

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9 pensieri su “Vuoi che ti suoni il clarinetto?

  1. Mi ricordo un episodio molto imbarazzante della mia adolescenza, nel quale, rimasta seduta accanto ad un ragazzo che conoscevo appena in una stanza vuota, verso la fine di una di quelle feste senza genitori che si fanno in casa quando sei intorno ai quattordici anni, mi ritrovai a fissare il suo pene che usciva dai pantaloni, così senza preavviso, senza che ci fosse stato il minimo accenno di dialogo tra di noi. Era stato un gesto improvviso e immotivato, che mi lasciò del tutto sgomenta.
    Evidentemente neanche lui sapeva bene cosa farci, con quel pene, così, visto che io ostentavo indifferenza, cercando di apparire come una che non lo aveva neanche notato, se lo rimise nei pantaloni e tornò dove erano gli altri.
    Ricordo che con le mie amiche ridemmo tutta la notte della cosa, giungendo alla conclusione che doveva essere uno un po’ matto.

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    1. Oddio, che imbarazzo, mi spiace per te! E, devo dire, un po’ anche per lui: avanzo l’ipotesi che l’avesse visto accadere in qualche film, o che avesse orecchiato suggerimenti malsani del tipo “Ma sì, se trovi una che ti piace e rimanete soli, glielo fai vedere” ma per inesperienza non sapesse cosa fare arrivato a quel punto… ^^”

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  2. basterebbe trattare la nudità delle bambine con la stessa disinvoltura con cui è trattata la nudità dei bambini. Comunque averlo “duro” in certe circostanze non è importante per una questione di virilità (o non solo) ma perchè senza erezione niente sesso, e non importa se il tuo amante è un lui o una lei. Non condivido le accuse al cinema americano. personalmente non ho mai avuto problemi a sedere con le gambe unite e anche accavallate.

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    1. Io, da bambina, sono stata più volte rimproverata dagli adulti perché mi sedevo con le gambe divaricate. Probabilmente lo facevo perché vedevo farlo a quelli che tutt’ora considero i miei migliori amici, tutti maschi (li ho conosciuti perché erano gli amici di mio cugino).
      Il mio ragazzo, al contrario, ha sempre trovato più elegante (e più comodo) sedersi con le gambe accavallate, ma mi ha detto di aver smesso per un periodo perché gli amici gli lo avevano preso in giro perché “lo fanno solo i gay”.

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