“Nel corso di migliaia di anni, il patriarcato si è dimostrato tenace: si è via via adattato a circostanze diverse ma è sempre riuscito a impedire alle donne di raggiungere la piena uguaglianza, mantenendo gli uomini nella cultura dominante”

[Già da alcuni mesi accarezzavo l’idea di scrivere una serie di post in cui esporre in modo il più possibile divulgativo per i curiosi, i profani (e perché no?, anche per i più critici) i termini fondamentali del dibattito femminista contemporaneo. Dato che sono oltremodo umile (scherzo: solo molto pigro), preferisco rifarmi a quello che altri e altre hanno scritto prima di me, quindi come primo appuntamento propongo la traduzione delle pagine che Robert Jensen dedica nel suo recente libro, che conto di recensire a breve, al concetto di patriarcato. Per chi si trova davanti questo termine per la prima volta, io per primo comprendo lo scetticismo: per me “patriarcato” aveva sempre avuto un significato ristretto alla storia biblica delle origini, quella, appunto, dei “patriarchi”, e non nascondo che vederlo usato nei meme femministi tipo “Smash the Patriarchy” mi lasciava molto perplesso. 

Smash

A proposito, buon mercoledì! Con il tempo, tuttavia, ho imparato ad abituarmi al termine e a usarlo a mia volta, sia per comodità, sia perché mi sono effettivamente reso conto di quanto le posizioni degli uomini nella società siano ancora forti. Le reazioni che ogni tanto si manifestano contro il femminismo (e di alcune di esse conto di parlare prossimamente) sono appunto la reazione in senso politico del potere che si sente minacciato e cerca di conservarsi.] 

(traduzione di R. Jensen, “Patriarchy”, in Id., The End of Patriarchy. Radical Feminism for Men, Melbourne, 2017, pp. 38-47)

“Patriarcato”, dal greco “governo del padre”, può essere definito nel suo senso più ristretto come un’organizzazione sociale umana (dal nucleo familiare alla società nel suo complesso) che concede a un governante maschio il predominio sopra altri maschi, e a propria volta concede agli uomini il controllo sulle donne. In un senso più generale, “patriarcato” viene usato per descrivere diversi sistemi dove si osserva un predominio maschile istituzionalizzato; alcuni storici, tuttavia, opinano che il termine non dovrebbe essere usato in senso tanto generale, e che con patriarcato si dovrebbe invece intendere un “potere del padre” basato su un’autorità di tipo generazionale, nonché una specifica concezione del potere familiare, che è solo una delle forme del potere maschile [1].
Sebbene sistemi patriarcali si siano sviluppati migliaia di anni fa, è stato solo nella seconda metà del XX secolo che è emersa la critica femminista contemporanea del patriarcato, visto come un sistema culturale / politico / economico onnicomprensivo che svantaggia / subordina / opprime le donne. La prima autrice femminista alla quale viene solitamente attribuito questo uso del termine è Kate Millett, nel libro Sexual Politics (1970) [2]. Nell’analisi sociologica contemporanea, il patriarcato è solitamente definito come “un sistema di strutture e pratiche sociali nel quale gli uomini dominano, opprimono e sfruttano le donne”. In questa definizione della sociologa Sylvia Walby, “strutture sociali” è un’espressione chiave che “implica chiaramente un rifiuto sia di un determinismo biologico, sia dell’idea che ogni singolo uomo si trovi in una posizione dominante e ogni singola donna in una posizione subordinata”. [3]
Analogamente, la storia Gerda Lerner ha definito il patriarcato come “la manifestazione e istituzionalizzazione del predominio maschile su donne e bambini nella famiglia e l’estensione del predominio maschile sulle donne nella società nel suo complesso” e, continua, il patriarcato implica “che gli uomini detengono il potere in tutte le istituzioni di rilievo della società mentre le donne sono private di un accesso a tale potere. Non implica che le donne siano totalmente impotenti o totalmente prive di diritti, influenza e risorse”. [4] Le specifiche forme assunte dal patriarcato variano a seconda dell’epoca e del luogo “ma l’essenza rimane: alcuni uomini controllano la proprietà e detengono il potere su altri uomini e la maggior parte delle donne; uomini o istituzioni controllate da uomini controllano la sessualità e la riproduzione delle femmine; la maggior parte delle istituzioni di rilievo nella società è controllata da uomini”. [5]
La psicologa Sandra Bem ha usato il termine “androcentrismo” per descrivere il medesimo “privilegiare i maschi, l’esperienza maschile e la prospettiva maschile” che conduce alla definizione da parte degli uomini delle donne come l’Altro, con attenzione particolare a:

1) la sua differenza, e conseguente inferiorità, alla norma o paradigma generale, che egli considera rappresentato secondo natura da lui stesso;
2) la sua funzione domestica e riproduttiva all’interno della famiglia, a capo della quale egli considera secondo natura lui stesso;
3) la sua abilità di stimolare e soddisfare il suo appetito sessuale, cosa che egli trova allo stesso tempo eccitante e minacciosa. [6]

Queste definizioni non intendono sostenere che tutte le donne abbiano la stessa esperienza del patriarcato, o che il “femminile” è stato definito allo stesso modo ovunque in ogni epoca, ma, come afferma la storica Judith Bennett, “la qualifica di ‘donna’ agisce solitamente come una categoria precisa (in relazione a quel tempo e a quel luogo) che può determinare le possibilità di vita di una persona”. [7] Secondo Bennett, in altre parole, lo schema di svantaggio delle donne in relazione agli uomini è chiaro: “Quasi ogni bambina nata oggi si troverà a dover affrontare più vincoli e restrizioni di quanto toccherà ad un bambino nato oggi nelle stesse condizioni sociali di quella bambina”. [8]
Dove e quando si è imposta nelle società umane questa idea di organizzazione gerarchica e predominio maschile? Il patriarcato, insieme ad altre radicate forme di gerarchia, è uno sviluppo relativamente recente nel corso dei 200000 anni di vita dell’Homo sapiens sul pianeta, un’osservazione che smentisce lo stereotipo da cartone animato del “cavernicolo” che tramortisce una donna con la clava e poi la trascina per i capelli per accoppiarsi / stuprarla. Questa immagine famosa sui rapporti di genere nella Preistoria ha incontrato il favore del pubblico medio perché propone un modello facilmente comprensibile, ovvero che i maschi, essendo – in media – più forti fisicamente delle donne, devono aver posseduto il potere sin dall’alba dell’umanità. Eppure, nonostante continuino i dibattiti sulla storia, e ancora più di frequente quelli sulla preistoria, non esistono prove che supportino questa immagine del patriarcato ab origine.
Gli antropologi e i paleoantropologi ritengono generalmente che le piccole bande di cacciatori-raccoglitori, che sono state la norma per buona parte della storia umana, fossero di massima egualitarie, senza un predominio istituzionalizzato del maschio sulla femmina, o viceversa. Nella maggior parte dei gruppi di cacciatori-raccoglitori, i maschi si dedicavano quasi totalmente o del tutto a cacciare le prede più grosse, mentre le femmine raccoglievano il cibo vegetale e talvolta cacciavano animali più piccoli. La tesi del cavernicolo postula che la caccia degli animali più grossi concedesse agli uomini un valore e una posizione più alti, ma la maggioranza delle calorie nella dieta di queste società proveniva dalle raccolte delle femmine: erano dunque le donne a fornire il nutrimento essenziale, nonché ad essere le prime responsabili dell’allevamento dei figli. Sistemi sociali di questo tipo si manifestarono nelle varie parti del mondo in modi diversi, ma la maggior parte non era né gerarchica né dominata dai maschi.
Judy Foster e Marlene Derlet analizzano l’ascesa del patriarcato negli ultimi seimila anni, utilizzando come ipotesi di lavoro la teoria kurganica di Marija Gimbutas, che si concentra sullo sviluppo del patriarcato nei popoli che parlavano una lingua proto-indoeuropea e che provenivano dalle steppe dell’Europa orientale in seguito all’addomesticamento del cavallo. Foster e Derlet spiegano che le società pre-patriarcali erano spesso matriarcali, ma con questo non si intende che le donne dominassero sugli uomini: “matriarcato”, anzi, dovrebbe essere inteso come un termine descrittivo di società egualitarie che erano sì tipicamente matrilineari ma nelle quali non si riscontravano particolari restrizioni sugli uomini o le donne in base alle differenze di sesso. [9]
Lerner ha analizzato l’affermarsi del patriarcato nel Vicino Oriente attorno al 3000 a.C. mostrando come la subordinazione delle donne e il controllo da parte maschile della proprietà abbiano preceduto lo sviluppo della proprietà privata e siano serviti come modello per la successiva subordinazione di altri esseri umani da parte delle classi dominanti al potere:

L’oppressione e lo sfruttamento in campo economico si basano tanto sulla mercificazione della sessualità femminile e l’appropriazione maschile della forza lavoro e del potere riproduttivo delle donne, quanto sull’acquisizione diretta di risorse e persone. [10]

Lo sviluppo del patriarcato è in parte un prodotto della rivoluzione agricola, l’addomesticamento di piante e animali che l’essere umano avviò circa 10000 anni fa: nelle società agricole, l’etica di uguaglianza e collaborazione dei precedenti gruppi di cacciatori-raccoglitori, fu sostituita dai concetti di proprietà privata e patrimonio, che portarono al controllo da parte degli uomini della riproduzione delle donne e alla loro rivendicazione di possesso delle medesime. Ecco, secondo la ricostruzione di Lerner, come sarebbero andate le cose: nel Neolitico, in corrispondenza con lo sviluppo di società più vaste e gerarchiche, le femmine vennero sempre più ad essere viste come una merce, secondo quanto gli antropologi hanno definito “lo scambio di donne”, ovvero la cessione di donne da un gruppo umano a un altro per forgiare alleanze tramite matrimoni, o in segno di ospitalità, o come parte di riti di fertilità. Lerner sostiene che questo sistema non sia certo stato l’esito di una cospirazione di maschi malvagi, ma sia anzi stato voluto sia dagli uomini che dalle donne per via dei benefici che entrambi i generi ricevevano. Tuttavia, quali che siano state le motivazioni originarie, Lerner sottolinea le disastrose conseguenze:

La sessualità delle donne, nella fattispecie delle loro potenzialità e dei loro servizi sessuali e riproduttivi, fu mercificata, prima ancora della creazione degli stati arcaici nel II millennio a.C. Lo sviluppo dell’agricoltura nel Neolitico incentivò lo “scambio di donne” da una tribù all’altra, non solo come mezzo per evitare un incessante stato di guerra, ma anche perché società con più donne potevano generare più figli. A differenza delle necessità dei gruppi di cacciatori-raccoglitori, le nuove società di agricoltori potevano sfruttare il lavoro minorile per aumentare la produzione e accumulare scorte. Il primo ruolo sociale attribuito alle donne in base al genere fu quello di essere gli oggetti degli scambi in queste transazioni matrimoniali, mentre agli uomini toccò l’inverso, ovvero essere quelli che operavano lo scambio o ne definivano i termini; data la diffusione assunta da queste pratiche, gli uomini acquisirono diritti sulle donne che le donne non avevano sugli uomini. Le donne divennero pertanto una risorsa, che poteva essere acquistata dagli uomini tanto quanto la terra per coltivare. [11]

Con l’ascesa dell’agricoltura, le fatiche delle donne (non solo quelle tese allo sforzo produttivo nei campi e nei villaggi, ma anche quelle rivolte allo sforzo ri-produttivo di generazione di nuovi figli per la crescente quantità di lavoro nei campi) divennero una risorsa di cui il patriarcato rivendicò il possesso. Per di più, con l’accrescersi dei conflitti su larga scala, in particolare durante periodi di carestia, le femmine venivano catturate e rese schiave. Lerner afferma che sarebbe stato questo il modello di comportamento che portò poi a rendere schiavi anche gli uomini.
Nelle società pre-patriarcali maschi e femmine avevano ruoli diversi originati dalla realtà ineludibile delle differenze sessuali: la differenziazione basata sul sesso che risultava della biologia (le femmine generano figli e li allattano) divenne la base per una differenziazione basata sul genere (i maschi, che non badavano ai figli, cacciavano, mentre le femmine raccoglievano). Anche se non c’è un unico stile di organizzazione delle società di cacciatori-raccoglitori, Lerner evidenza che una differenziazione non genera automaticamente una gerarchia diseguale:

Fu solo tramite l’elaborazione culturale della differenza che la differenza puramente biologica fra maschi e femmine venne ad essere concepita come un marchio di sottomissione: nelle società preistoriche, prima della piena istituzionalizzazione del patriarcato, la differenza biologica fra uomini e donne trovava espressione in una divisione del lavoro basata sul sesso, nella quale le donne praticavano attività economiche peculiari e diverse da quelle degli uomini (che fosse con gravidanze, con l’allattamento, o con l’allevamento dei piccoli), ma questa differenza non le contrassegnava necessariamente come inferiori o svantaggiate. Fu quando, in una costruzione sociale storicamente determinata, l’elaborazione culturale trasformò questa “differenza” in un segno di subordinazione che nacquero il genere e una società basata sulle gerarchie. [12]

La rivoluzione agricola creò una nuova dinamica: la possibilità di conservare il cibo creò per singoli individui l’opportunità di acquisire potere tramite il controllo di tale risorsa, un potere che fu avocato dagli uomini. Questo ovviamente solleva l’inevitabile domanda sul perché siano stati gli uomini ad acquisire questo controllo. Secondo il sociologo Allan Johnson, la risposta alla domanda potrebbe celarsi nel fatto che “l’apporto maschile alla creazione di una nuova vita è invisibile” e le società pre-patriarcali mancavano della conoscenza di come funzioni la riproduzione. Gli uomini, secondo questa teoria, si sarebbero percepiti come più distaccati dal mondo naturale e dai suoi cicli, a differenza delle donne che hanno un ciclo mestruale e partoriscono figli, il che avrebbe reso gli uomini più aperti al ciclo di paura e controllo che definisce il patriarcato: “Poiché la ricerca del controllo va di pari passo con il distacco dall’oggetto del controllo stesso, è ragionevole supporre che con l’emergere dell’idea di controllo come parte naturale dell’evoluzione culturale, gli uomini fossero più portati delle donne a vederlo come qualcosa da sviluppare e sfruttare”. [13]
È plausibile che con l’espansione delle popolazioni umane in seguito allo sviluppo dell’agricoltura, gli uomini fossero più aperti all’idea di controllare altri come “soluzione” al problema del conflitto; questo a propria volta li avrebbe portati alla paura di quello che altri uomini avrebbero potuto fare a loro, originando una spirale di controllo e paura. Quale che sia la spiegazione, in queste società patriarcali la differenziazione, generalmente eguale, basata sui ruoli di genere dei gruppi di cacciatori-raccoglitori, diede vita a una nuova differenziazione, la realtà patriarcale del mondo contemporaneo. In una società patriarcale, quella di “genere” è una categoria che ha definito e a tutt’oggi rafforza la disuguaglianza.
Nel corso di migliaia di anni, le società patriarcali hanno elaborato diverse giustificazioni per questa disuguaglianza, molte delle quali sono assurte col tempo allo status di evidenza naturale: “è così che va il mondo”. Il patriarcato si è dimostrato tenace: si è via via adattato a circostanze diverse ma è sempre riuscito a impedire alle donne di raggiungere la piena uguaglianza, mantenendo gli uomini nella cultura dominante. Certo, nel corso del tempo la posizione delle donne può cambiare, e ci sono variazioni nella posizione occupata dalle donne a seconda di numerose variabili; eppure, come sostiene Judith Bennett, questi progressi occasionali non hanno trasformato le donne intese come gruppo in relazione agli uomini: le società funzionano ancora in un “equilibrio patriarcale” [14] nel quale solo gli uomini privilegiati possono vantare la pretesa di essere pienamente umani, nel senso che solo loro possiedono l’abilità di sviluppare appieno il loro potenziale umano. Gli uomini con minore privilegio devono accontentarsi di meno; alcuni, anzi, si troveranno persino in una posizione inferiore a quella di alcune donne (in particolare quelli a cui mancano privilegi di razza, classe sociale o casta: il genere non è il solo discrimine della disuguaglianza). Ad ogni modo, nel quadro di questo sistema di potere dinamicamente stabile, le donne non arrivano mai a possedere lo status pieno di esseri umani.
Queste analisi ci aiutano a capire noi stessi come individui perché gettano luce sull’essenza dei sistemi in cui viviamo, anche se alcuni usano altri termini. La sociologa Judith Lorber, per esempio, ha sostenuto che il termine “patriarcato” sarebbe stato abusato a scapito della sua chiarezza concettuale, ma purtuttavia mantiene uno sguardo sistemico: “Considero il genere un’istituzione che determina schemi di aspettative sugli individui, determina i processi sociali della vita quotidiana, è insita nelle maggiori organizzazioni della società come l’economia, le ideologie, la famiglia, la politica, ed è inoltre un’entità di per sé”. [15]
Questa breve esposizione della storia del patriarcato ci ricorda che sebbene il predominio del maschio bianco abbia le sue radici nelle differenze biologiche tra il maschio e la femmina, la disuguaglianza di genere è un prodotto della storia e della politica, non solamente della biologia. E proprio come ci fu un periodo pre-patriarcale, così potrebbe esserci un periodo post-patriarcale, un punto nella storia in cui supereremo la gerarchia del patriarcato. È importante infatti ricordare che il patriarcato non è l’impostazione base delle società umane, ma piuttosto uno sviluppo recente. Vale la pena ribadirlo: nei 200000 anni di vita della specie Homo sapiens, il patriarcato rappresenta meno del 5% della nostra storia evolutiva; se poi consideriamo i 2 milioni e mezzo di anni del genere Homo, i nostri diretti antenati, il patriarcato diventa meno dello 0,5% della nostra storia.
Non possiamo prevedere se la specie umana creerà nuove formazioni sociali in cui i ruoli di genere basati sulla differenza biologica (le femmine sono i soli umani che procreano) daranno vita a modelli interpretativi diversi sul significato di quella differenza; modelli che non si basino su una gerarchia e e che non producano disuguaglianza sociale. Eppure possiamo lottare perché un tale futuro si realizzi: il movimento politico-sociale che ricerca questo futuro è stato, ed è, il femminismo. Se gli umani sono destinati a trovare un senso nella differenza di sesso (ovvero se non riusciamo a sottrarci a una qualche teoria sul genere), il femminismo diventa essenziale per combattere il significato che gli umani attribuiscono al genere oggi, nel patriarcato.

[1] L. Gorton – A. Hunter, Not All Male Dominance is Patriarchal, Radical History Review, 71, 1998, pp. 71-83
[2] K. Millett, Sexual Politics, New York, 1970
[3] S. Walby, Theorizing Patriarchy, Oxford, 1990, p. 20
[4] G. Lerner, The Creation of Patriarchy, New York, 1986, p. 239
[5] G. Lerner, Why History Matters: Life and Thought, New York, 1997, p. 147
[6] S. Lipsitz Bem, The Lenses of Gender: Transforming the Debate on Sexual Inequality, New Haven, 1993, p. 46
[7] J. M. Bennett, History Matters: Patriarchy and the Challenge of Feminism, Philadelphia, 2006, p. 9
[8] Ibid. p. 10
[9] J. Foster – M. Derlet, Invisible Women of Prehistory: Three Million Years of Peace, Six Thousand Years of War, Melbourne, 2013, pp. 18-19
[10] Lerner, Creation, p. 216
[11] Lerner, Why History Matters, p. 155
[12] Ibid. p. 209
[13] A. G. Johnson, The Gender Knot: Unraveling Our Patriarchal Legacy, Philadelphia, 2014, p. 69
[14] J. Bennett, History Matters: The Grand Finale, 29/03/2009, and History Matters, Ch. 4
[15] J. Lorber, Paradoxes of Gender, New Haven, 1994, p. 1

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2 pensieri su “Un po’ di ABC – 1. Patriarcato

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