(traduzione di R. Solnit, Men Explain Things To Me. Facts Didn’t Get in Their Way, ora in ead., Men Explain Things To Me And Other Essays, 2014, pp. 1-16 – da cui proviene anche il Post Scriptum)

Non sono mai riuscita a capire perché io e Sallie ci siamo prese la briga di andare a quel ricevimento sul pendio boscoso delle montagne sopra Aspen [una località di villeggiatura nel Colorado, N.d.T.]. I partecipanti erano tutti più vecchi di noi e incolori in un modo significativo; tanto vecchi, in effetti, che noi due, sulla quarantina, passavamo per le giovani della compagnia. La casa era grande, stilosa (se vi piace lo stile un po’ ostentato), un robusto chalet a quasi 3000 metri completo di palchi di corna di alce alle pareti, tappeti persiani, camino a legna. Stavamo quasi per andarcene, quando il nostro ospite ci chiese di rimanere perché “voleva parlarci”. Era un signore imponente, uno che aveva fatto un sacco di soldi.
Si fece attendere mentre gli altri invitati scivolavano via nella notte estiva, finché non si sedette al suo tavolo in legno massiccio e mi disse: «Allora, ho sentito che ha scritto un paio di libri!» «In realtà ne ho scritti diversi», replicai. «E di cosa parlano?», col tono di chi vuole incoraggiare il figlio settenne dell’amica a parlare di come suona il flauto dolce. In effetti erano su argomenti disparati, almeno i sei o sette che avevo pubblicato fino a quel momento, ma quella sera d’estate del 2003 cominciai a parlare del più recente, River of Shadows: Eadwerd Muybridge and the Technological Wild West, che parlava dell’annichilimento del tempo e dello spazio e dell’industralizzazione della vita di tutti i giorni.
Mi interruppe non appena menzionai Muybridge: «Ah, e ha sentito di quel libro importantissimo uscito su Muybridge quest’anno?» La conversazione mi aveva di fatto imposto il ruolo dell’inesperta e mi ritrovai a dare corda alla cosa, al punto da essere perfettamente disposta a contemplare la possibilità che un altro libro sullo stesso argomento fosse uscito in contemporanea al mio e per qualche motivo mi fosse sfuggito. Lui era già lanciato a parlarmi di questo libro importantissimo, con lo sguardo saccente che riconosco bene in un uomo, quello di chi discetta tenendo gli occhi fissi sull’orizzonte indistinto e lontano della propria autorevolezza. Vedete, per tutta la vita ho avuto a che fare con uomini adorabili: una lunga teoria di editori che sin dalla mia giovinezza mi hanno ascoltata, incoraggiata e pubblicata; il mio infinitamente generoso fratello minore; amici meravigliosi di cui si potrebbe dire, come del Chierico dei Canterbury Tales, “gladly would he learn and gladly teach” (“con gioia apprendeva e con gioia insegnava”, v. 308). D’altra parte, ci sono anche uomini come quest’altro: Mr. Importantissimo stava continuando a pertrattare con sicumera questo libro di cui avrei dovuto sapere quando Sallie lo interruppe: «Ehm… è il suo libro.» O meglio, cercò di interromperlo.
Ma lui continuò imperterrito: lei dovette fare presente «È il suo libro» tre o quattro volte prima che finalmente comprendesse. A quel punto, come in un romanzo ottocentesco, il suo volto divenne terreo. Che fossi veramente io l’autrice del libro importantissimo che a quanto pare lui non aveva mica letto ma di cui aveva solo leggiucchiato qualcosa nella New York Times Book Review alcuni mesi prima, turbò talmente le semplici categorie in cui il suo mondo era diviso che rimase senza parole – per un momento, prima di riprendere di nuovo a discettare. Da donne, attendemmo educatamente di trovarci abbastanza lontano prima di scoppiare a ridere fragorosamente, senza mai davvero smettere da allora.
Mi piacciono questi episodi, perché è possibile osservare forze solitamente subdole e difficili da individuare emergere dal sottobosco e palesarsi in modo totale come, poniamo, un anaconda che abbia divorato una mucca, o un escremento di elefante sul tappeto. Quando uscì River of Shadows, a riviste prestigiose come il New York Times o la London Review of Books arrivarono lettere da parte di pignoli che si sentirono in dovere di puntualizzare correzioni per nulla necessarie e che sarebbero anzi state vanificate da una lettura più attenta, anche solo dell’indice, o anche dello stupendo libro sullo stesso argomento di Philip Prodger. Probabilmente poiché il libro trattava argomenti virili come il cinema e la tecnologia, gli Uomini-Che-Sanno sbucarono fuori dal nulla. Di certo qualcuno di questi sarà morto d’imbarazzo, ma mai con una pubblicità adeguata.

man-woman-discussing-1

Silenziare: un piano inclinato
Ebbene sì, uomini così fanno le pulci anche a libri di altri uomini, e persone di entrambi i generi spuntano agli eventi per discettare di cose irrilevanti e teorie del complotto, ma la sicumera sfrontata e pugnace del totalmente ignorante è, nella mia esperienza, un fatto di genere. Gli uomini mi spiegano cose e, come lo fanno con me, lo fanno anche con altre donne, che sappiano oppure no ciò di cui stanno parlando. Alcuni uomini.
Ogni donna sa a cosa mi riferisco: è l’aspettativa che talvolta rende le cose difficili a qualunque donna in qualunque campo; che trattiene le donne dal far sentire la propria voce e dall’essere ascoltate quando osano parlare; che schiaccia nel silenzio le giovani sottolineando, proprio come fanno le molestie per strada, il fatto che questo non è il loro mondo. Ci educa a dubitare di noi stesse e a limitarci, proprio come allena l’eccessiva – quanto infondata – sicurezza in sé degli uomini. Non mi sorprenderebbe sapere, per esempio, che il percorso della politica americana dopo il 2001 sia stato tracciato almeno in parte dall’incapacità di ascoltare Coleen Rowley, la donna dell’FBI che aveva diramato precoci avvertimenti a proposito di Al Qaeda; è stato certamente tracciato da un’amministrazione Bush a cui non si poteva dire niente, compreso il fatto che l’Iraq non aveva legami con Al Qaeda né armi di distruzione di massa, o che la guerra non sarebbe stata “una passeggiata” (perfino gli esperti maschi non potevano penetrare quella fortezza di spocchia).
L’arroganza può avere qualcosa a che fare con la guerra, ma questa sindrome è una guerra che praticamente ogni donna affronta ogni giorno. Una guerra combattuta anche contro se stessa, nella convinzione di essere superflua, nell’autoindursi al silenzio; una guerra da cui una discreta carriera come scrittrice (con un sacco di ricerche e di dati allegati nel modo corretto) non mi ha del tutto liberato. Dopotutto, c’è stato un momento in cui ero disposta a lasciare che la mia malferma certezza venisse travolta dalla tracotante sicurezza di Mr. Importantissimo… Non dimenticate che io ho ricevuto molte più conferme del mio diritto a pensare e parlare rispetto alla maggioranza delle donne, così come ho appreso che in una certa misura dubitare di se stessi è un ottimo strumento di correzione, comprensione, ascolto e miglioramento – per quanto averne troppo sia paralizzante e una fiducia incondizionata in se stessi produca arroganti idioti. C’è un medium felice fra questi due estremi ai quali i generi sono stati spinti, una calda fascia equatoriale di scambio reciproco dove dovremmo incontrarci tutti.
Versioni più estreme di questa situazione esistono, per esempio, in quei Paesi del Medio Oriente dove la testimonianza di una donna non ha valore legale: in altre parole, una donna non può testimoniare di essere stata violentata se manca per corroborare la sua tesi un testimone maschile. Che di solito non c’è. La credibilità è un necessario strumento di sopravvivenza: quando ero ancora molto giovane e iniziavo appena a comprendere cosa fosse il femminismo e perché era ancora necessario, avevo un ragazzo il cui zio era un fisico nucleare. Un Natale, costui stava raccontando – come se fosse stato un argomento leggero e divertente – di come una volta, nella periferia dove lui, gli altri scienziati e le loro famiglie risiedevano, la moglie di un suo vicino fosse uscita di casa nuda nel bel mezzo della notte urlando a gran voce che il marito stava cercando di ucciderla. Gli chiesi allora come faceva a sapere che il marito non stava cercando di ucciderla; spiegò, pazientemente, che erano persone rispettabili della classe media: semplicemente, la tesi del marito che cercava di ucciderla non era una spiegazione credibile per giustificare la sua corsa notturna. L’ipotesi che fosse pazza lei, d’altro canto…
Persino un ordine restrittivo, che è uno strumento legale tutto sommato recente, impone che si possegga la credibilità di convincere la corte che quel tale è una minaccia, nonché di assicurarsi che la polizia lo faccia rispettare. Gli ordini restrittivi, tuttavia, spesso non funzionano comunque. La violenza è un modo per ridurre al silenzio le persone, per negare la loro voce e la loro credibilità, per affermare il proprio diritto al controllo a scapito del loro diritto all’esistenza. Circa tre donne al giorno vengono uccise da partner o ex partner negli Stati Uniti, e sempre la violenza maschile è la principale causa di morte di donne incinte. Al centro della lotta del femminismo per far sì che lo stupro, lo stupro al primo appuntamento, lo stupro coniugale, la violenza domestica e le molestie sul luogo di lavoro ricevessero statuto legale di crimini, c’è stata la necessità di rendere le donne meritevoli di fiducia e di ascolto.
Sono incline a credere che le donne abbiano raggiunto lo status di esseri umani quando questo genere di azioni ha cominciato ad essere preso sul serio, quando ciò che ci tiene ferme e ci uccide ha cominciato ad essere affrontato legalmente dalla metà degli anni ’70 in poi; molto dopo, vale a dire, la mia nascita. E se qualcuno si appresta a rilevare come l’intimidazione a sfondo sessuale sul luogo di lavoro non è una questione di vita o di morte, ricordate che il caporale dei Marines Maria Lauterbach, 20 anni, fu uccisa lo scorso inverno dal suo collega di grado superiore mentre lei attendeva di testimoniare nel processo per stupro in cui lui era l’accusato. I resti carbonizzati suoi e del bambino che portava in grembo furono ritrovati nella buca per il fuoco nel suo giardino in dicembre.
Sentirsi dire, in modo categorico, che in una qualunque data conversazione fra un uomo e una donna, lui sa quello di cui parla e lei no, per quanto piccola parte ciò sia della conversazione, perpetua la bruttezza di questo mondo e ne trattiene la luce. Quando nel 2000 uscì il mio libro Wanderlust, mi ritrovai a sentirmi più brava a resistere le intimidazioni miranti a farmi rinnegare le mie percezioni e interpretazioni. In due circostanze in quel periodo criticai il comportamento di un uomo, solo per sentirmi rispondere che gli incidenti non si erano affatto svolti come sostenevo io, che ero io ad essere parziale, delirante, stressata, bugiarda – in una parola, una femmina.
Per la maggior parte della mia vita attiva sarei stata preda dei dubbi e mi sarei sempre ritirata in buon ordine; invece, avere una posizione pubblica come scrittrice di storia mi ha aiutato a mantenere la mia posizione in un dibattito. Poche donne, però, ricevono un tale sostegno, e su questo pianeta di sette miliardi di persone, miliardi di donne là fuori si sentiranno dire che non sono testimoni attendibili della loro stessa vita, che la verità non è loro proprietà, né mai lo sarà. Questo trascende gli Uomini che mi spiegano Cose, ma fa parte della stessa costellazione di ignoranza. E purtuttavia gli uomini mi spiegano cose, e nessuno si è mai scusato per spiegarmi, sbagliando, cose che io so e loro no. Non è ancora successo, per quanto in base alle statistiche potrei avere ancora una quarantina di anni da vivere, quindi potrebbe ancora accadere – ma evito di trattenere il fiato mentre attendo.

I due fronti della guerra delle donne
Alcuni anni dopo l’episodio dell’idiota di Aspen, mi trovavo a Berlino per una conferenza, quando lo scrittore marxista Tariq Ali mi invitò a una cena a cui partecipavano anche un uomo, scrittore e traduttore, e tre donne un po’ più giovani di me (che sarebbero rimaste in deferente silenzio pressoché tutta la cena). Tariq fu fantastico, mentre il traduttore rimase forse infastidito dal fatto che insistevo nell’offrire un pur minimo contributo alla conversazione. Ad un certo punto dissi qualcosa su “Women Strike for Peace”, un gruppo pacifista per il disarmo nucleare fondato nel 1961 e che contribuì a far crollare l’House Committee for Un-American Activities, HUAC, un organo federale specializzato nella caccia ai comunisti. Sogghigno di Mr. Importantissimo II: l’HUAC, sostenne, non esisteva nei primi anni ’60 e in ogni caso nessun gruppo di donne ha avuto un tale ruolo nella sua caduta. Il suo disprezzo era talmente feroce, la sua sicumera talmente aggressiva, che discutere con lui era una sfida persa e un invito aperto a farsi solo insultare di più.
A quell’epoca credo avessi pubblicato nove libri, compreso uno che attingeva da fonti primarie e interviste su “Women Strike for Peace”; eppure, gli Uomini che Spiegano ritengono tuttora che io sia, per usare una sconveniente metafora presa a prestito dalla biologia, un corpo vuoto che loro devono riempire, fecondare quasi, con la loro sapienza e la loro conoscenza. Un freudiano sosterrebbe di sapere che cosa possiedono loro che io non ho, ma l’intelligenza non si trova nelle parti basse, nemmeno se prendessero uno dei lunghi, melliflui, musicali periodi di Virginia Woolf sulla velata sottomissione delle donne e lo scrivessero sulla neve col pistolino. Rientrata in albergo nella mia stanza, cercai su Google e trovai che Eric Bentley, nella sua fondamentale storia dell’HUAC, attribuisce a “Women Strike for Peace” l’aver sferrato “il colpo decisivo nella caduta della Bastiglia dell’HUAC”. Nei primi anni ’60. Decisi dunque di aprire un saggio che scrissi per The Nation con questo scambio, in parte anche come allusione a uno dei più sgradevoli Uomini che mi hanno spiegato Cose: Amico, se stai leggendo questo, sappi che sei un foruncolo sulla faccia dell’umanità e un ostacolo alla civiltà. Vergognati!
La battaglia con gli Uomini che Spiegano Cose ha abbattuto molte donne: della mia generazione, della generazione che sta arrivando, qui in Occidente così come in Pakistan, in Bolivia, in Indonesia, per non parlare delle innumerevoli donne che sono venute prima di me e a cui non era concesso accedere al laboratorio, alla biblioteca, alla conversazione, o anche solo alla categoria definita come umana. In fondo, “Women Strike for Peace” fu fondata da donne stanche di fare il caffè e dattilografare, e non avere voce alcuna o ruolo alcuno nei processi decisionali del movimento antinucleare degli anni ’50. La maggior parte delle donne combatte una guerra su due fronti, uno per qualunque sia l’argomento oggetto di discussione, e uno per il semplice diritto di parlare, avere idee, essere riconosciuta come in possesso di fatti e verità, avere un valore, essere una persona. Le cose sono certamente migliorate ma questa guerra non avrà fine nel corso della mia vita. Io la sto ancora combattendo, ovviamente per me stessa, ma anche per tutte quelle donne più giovani che hanno qualcosa da dire, nella speranza che avranno un’occasione di dirlo.

 

Post Scriptum (2014) 

Una sera del marzo 2008, mentre eravamo a cena, mi misi a scherzare come avevo fatto altre volte in merito all’idea di scrivere un saggio intitolato “Gli uomini mi spiegano cose”. Ogni autore ha un maneggio di idee che non arrivano mai alla griglia di partenza, e personalmente era da un po’ che facevo trottare questo pony all’aperto, di quando in quando. La mia ospite, la brillante teorica e attivista Marina Sitrin, insistette perché lo scrivessi, affermando che persone come sua sorella minore Sam dovevano leggerlo. Le giovani, proseguì, dovevano sapere che essere sminuite non era dovuto a loro mancanze segrete ma era sempre la vecchia, noiosa guerra dei generi, e accadeva più spesso a noi donne. Lo scrissi di getto la mattina seguente. Ora, quando qualcosa si costruisce tanto rapidamente, è ovvio che si era andato costruendo nei recessi della mente da un bel po’. Voleva essere scritto: questo pony era impaziente di essere portato al circuito e quando mi sedetti al computer obbedì mansueto. Dal momento che Marina restava a letto più a lungo di me in quei giorni, l’ebbi pronto per colazione e in giornata lo inviai a Tom Engelhardt perché lo pubblicasse online su “TomDispatch”. Si è diffuso rapidamente, come in generale tutti i saggi pubblicati là, e non ha mai smesso di girare, venire postato, condiviso, commentato. Ha circolato come nessun altro dei miei articoli. Ha toccato i cuori. E un nervo scoperto.
Alcuni uomini hanno spiegato come mai il fatto che gli uomini spieghino cose alle donne non è, in fondo, un fenomeno di genere. Di solito, a quel punto le donne fanno presente che insistendo sul loro diritto di sminuire le esperienze che le donne dicono di avere, gli uomini finivano per spiegare le cose esattamente nel modo che avevo descritto io. Per la cronaca, io sono convintissima che le donne sappiano spiegare cose in modo condiscendente, ad uomini peraltro; ma questo non controbilancia affatto l’enorme differenza di potere che assume forme ben più sinistre, né il modo più ampio in cui le differenze di genere operano nella nostra società. Altri uomini hanno afferrato il concetto e hanno accettato la cosa serenamente. In fondo, questo è stato scritto nell’era in cui gli uomini femministi sono diventati una presenza significativa e il femminismo più divertente che mai.
Ovviamente non tutti hanno pensato che fosse una cosa divertente: su “TomDispatch”, nel 2008, ricevetti un’e-mail da un anziano di Indianapolis nella quale egli sosteneva di non avere «mai personalmente o professionalmente sminuito una donna» e proseguiva rimproverandomi di non vedermi con «ragazzi più a posto, o per lo meno fare i compiti a casa». Mi diede infine dei consigli su come gestire la mia vita commentando anche su un mio «senso di inferiorità». Pensava che sentirsi sminuita fosse un’esperienza che una donna sceglie di avere, che potrebbe scegliere di non avere, e che quindi la colpa fosse mia. La vita essendo breve, non ho mai risposto.
È nato un sito chiamato “Gli uomini dell’Accademia mi spiegano cose”, nel quale centinaia di donne dell’università hanno condiviso le loro storie di condiscendenza, sminuimento, interruzioni, e altro. Poco dopo la pubblicazione del pezzo, fu coniato il termine “mansplaining”, talvolta attribuito a me: in realtà, non sono stata io a crearlo, anche se evidentemente il mio saggio, insieme a tutti gli uomini che ne hanno incarnato l’idea, l’ha ispirato. Personalmente ho dei dubbi su questa parola e non la uso molto: mi sembra enfatizzi troppo che questo sia un difetto connaturato agli uomini, invece di trasmettere l’idea che alcuni uomini spiegano cose che non dovrebbero spiegare e non ascoltano cose che dovrebbero ascoltare. Se non è chiaro abbastanza nell’articolo, lo ribadisco: adoro quando le persone mi spiegano cose che non so e che mi interessano ma che io ancora ignoro; è quando mi spiegano cose che so, e che loro non sanno, che la conversazione va male. Nel 2012 “mansplaining” (una delle parole del 2010 secondo il New York Times) era entrata a far parte del vocabolario giornalistico usuale

Ahimé, questo era dovuto alla consonanza del saggio con i tempi: “TomDispatch” ripostò “Men Explain Things to Me” nell’agosto 2012, e per caso, proprio in quei giorni, il deputato repubblicano Todd Akin rilasciò la sua famigerata dichiarazione che le donne violentate non dovrebbero poter abortire perché «se è stato uno stupro vero e proprio, il corpo femminile ha dei modi per bloccare la cosa». Quella campagna elettorale vide la zappa delle folli e controfattuali dichiarazioni pro-stupro dei maschi conservatori e il rastrello delle femministe che sottolineavano perché il femminismo era necessario e questi qui pericolosi. Fu piacevole essere una delle voci che presero parte alla conversazione e l’articolo conobbe una rinascita. Cuori, nervi: quell’articolo è ancora in circolazione al momento della scrittura. L’intento del saggio non è mai stato quello di insinuare che mi senta particolarmente oppressa: era bensì quello di descrivere il carrello ferroviario che lascia passare gli uomini e non le donne, che permette a quelli di accedere a uno spazio dove possono parlare, essere ascoltati, avere diritti, partecipare, essere rispettati, essere appieno degli esseri umani liberi. Questo è uno dei modi in cui il potere si esprime nelle interazioni educate; lo stesso potere che nelle interazioni non educate e attraverso atti fisici di intimidazione e violenza, e molto spesso nel modo in cui il mondo è organizzato, riduce al silenzio, cancella e annienta le donne, a cui si vuole impedire di essere pari, partecipanti, esseri umani con diritti, troppo spesso persone vive.
La battaglia per far sì che le donne siano trattate come esseri umani con diritto alla vita, alla libertà, alla ricerca di un coinvolgimento negli agoni culturali e politici, continua, ed è talvolta una battaglia alquanto fosca. Mi sono sorpresa di me stessa scrivendo il saggio, dato che l’ho cominciato con un buffo incidente e l’ho concluso parlando di stupri e assassinii: questo mi ha reso evidente la successione di episodi discriminatorî, da uno squallore quotidiano e poco rilevante fino a un silenzio imposto con la violenza e talvolta con la morte. Credo anzi che comprenderemmo la misoginia e la violenza contro le donne ancora meglio se considerassimo l’abuso di potere nel suo insieme, piuttosto che come manifestazioni fra loro irrelate, volta per volta di violenza domestica, stupro, omicidio, molestie, intimidazione, sul web, in casa, sul luogo di lavoro, per strada. Considerate nel loro insieme, lo schema è perspicuo.
Detenere il diritto di intervenire e di far sentire la propria voce sono fondamentali per la sopravvivenza, per la propria dignità e la propria libertà. Sono grata che dopo una prima fase in cui mi sono spesso sentita messa in silenzio, talvolta in modo violento, sono cresciuta fino ad avere una voce: circostanze che mi legheranno sempre ai diritti di chi di una voce è privo.

Annunci

3 pensieri su “Gli uomini mi spiegano cose

    1. Questo è il modo migliore per sviare la conversazione dal soggetto principale.

      Splendido articolo comunque *-*
      Da quando ho iniziato l’università, ho incontrato una pletora di soggetti del genere. Non avrei mai pensato di poter essere guardata dall’alto in basso in virtù della mia vagina, come se questa interferisse in qualche modo con i miei processi cognitivi.
      In alcuni casi ho avuto le mie rivincite, con i libretti che parlano da sè, in altri no. Ma forse cercare di averla vinta con chi già in partenza ha deciso che tu non sai/non hai/non puoi è semplicemente spreco di tempo, per quanto io muoia dalla voglia di prendere questi individui a calci nelle gengive.

      Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...