E. Cantarella, L’ambiguo malanno. Condizione e immagine della donna nell’antichità greca e romana, Milano, 1981 (2010), pp. 270, €10,00 

Celebre studiosa del diritto antico, Eva Cantarella condensa in questo agile libretto anni di studio, non solo suo personale ma anche dei molti studiosi del mondo antico che hanno considerato il problema della donna. Il tema della sua indagine è la condizione della donna, per come emerge dalle testimonianze legislative; è però anche, come recita il sottotitolo, la sua “immagine”, ovvero l’idea di donna che ci è conservata dagli uomini che hanno fatto la storia e la cultura della Classicità, e solo in second’ordine dalle donne stesse. Cantarella organizza il materiale in due parti distinte, una sulla Grecia (pp. 23-146) e una su Roma (pp. 147-255), al cui interno i capitoli sono organizzati in ordine grosso modo cronologico.
Data la sua formazione e la sua area di ricerca, la studiosa dà priorità ai dati legislativi che stabilivano a un livello ufficiale la posizione della donna, e li considera per come essi emergono: naturalmente da leggi, decreti e contratti, ma anche dai cenni che si trovano negli oratori, negli storici, a volte anche nei poeti. Laddove il dato legale manca, occorre rifarsi alle acquisizioni dell’antropologia, della storia delle religioni, della filosofia e della cultura popolare. In mancanza di dati legislativi e persino archeologici, sono proprio le scienze sociali, ex silentio, a consentire a Cantarella di respingere l’ipotesi di un arcaico stadio matriarcale inteso come fase in cui le donne avrebbero detenuto un potere di tipo amministrativo; questo non porta però a scartare le più plausibili indicazioni che lo status della donna nelle fasi protostoriche delle due civiltà classiche fosse più alto che nelle fasi arcaiche e ad esse successive, per quel che riguarda sia la partecipazione delle donne alla vita sociale, sia la loro attività religiosa (Cap. 1, Il matriarcato tra preistoria, mito e storia, pp. 25-43, e Cap. 8, L’ipotesi matriarcale, pp. 149-166).

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Ad eccezione di alcune feste religiose, la vita della donna greca si svolgeva pressoché interamente al chiuso della casa in stanze apposite, dove passava le giornate a filare e tessere (qui Penelope, interpretata da Irene Papas, nella ricostruzione dell’“Odissea” di Franco Rossi, 1968). 

Quando finalmente cominciamo ad avere testimonianze esplicite di diritto, sorprende la lunga serie di divieti a cui erano sottoposte le donne nella prima fase dell’epoca storica: dalla ininterrotta condizione di proprietà a cui erano sottoposte nel passaggio dalla famiglia paterna a quella dello sposo all’impossibilità di detenere proprietà e ricchezze, fino a vincoli in apparenza astrusi ma che ben rispondevano all’esigenza di tenere sotto controllo un comportamento, quello femminile, ritenuto inaffidabile e pericoloso se lasciato libero di esprimersi, come per esempio il divieto di bere vino per le donne romane. Molti altri interventi legislativi contribuiscono a definire un quadro opprimente per la metà della popolazione deputata alla riproduzione della specie. Colpiscono, fra gli altri, quelli per concedere le attenuanti di “delitto d’onore” (diremmo noi) al marito che sorprendesse la moglie in flagrante adulterio, anche se va detto che ad Atene queste attenuanti si applicavano all’amante, non alla donna, perché “la donna non era [considerata] un soggetto attivo, un essere che ragionava e che voleva”, (p. 67 – dato che le testimonianze di diritto greco che possediamo sono in larga parte relative ad Atene, la studiosa si premura di precisare che in altre poleis la situazione poteva variare); ma colpiscono anche le regole per l’eventuale divorzio, in cui, sempre ad Atene, il padre poteva arrivare ad interrompere motu proprio il matrimonio della figlia per esigere la restituzione della dote (p. 77); a Roma, invece, si arrivò in età imperiale a concedere maggiori diritti alle donne sposate in merito alla gestione del proprio patrimonio.
Nella seconda parte, su Roma, pur non mancando interessanti pagine di antropologia e cultura, prevalgono le considerazioni di ordine giuridico e chi fosse interessato più agli aspetti di mentalità (l’“immagine” del sottotitolo) troverà forse più familiari le sezioni della prima parte sulla misoginia greca. Nel Cap. 2, L’origine della misoginia occidentale (pp. 44-62) non sorprende certo trovare Esiodo e Semonide, ma prima ancora dei due poeti arcaici sorprenderà leggere le considerazioni dell’Autrice sulla misoginia di Omero (in particolare sulla “frivolezza” di Penelope). Nel cap. 4, I filosofi e le donne (pp. 85-99), invece, la parola passa ai pensatori, che in un crescendo dai Presocratici alla sistematizzazione aristotelica canonizzeranno il ruolo secondario della donna nella riproduzione, la sua mancanza di qualità razionali superiori e in generale la sua inferiorità rispetto all’uomo, ignorando peraltro in questo le aperture che alle donne aveva fatto Socrate.

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Sia in Grecia che a Roma, le donne cercarono a un certo punto di sfuggire alla repressione sessuale tramite i culti misterici, in particolare quelli dionisiaci. La reazione dei maschi, come è noto, fu tutt’altro che positiva. Se un greco come Euripide, nelle “Baccanti”, poteva limitarsi a lasciare il suo testamento spirituale di sconcerto di fronte alla potenza di quello che era pur sempre un dio, a Roma la classe dirigente tentò più volte di arginare il culto di Bacco: rimase celebre il senatus consultum ultimum de Bacchanalibus del 186 a.C., ma ancora in età imperiale personalità anche importanti come la prima moglie dell’imperatore Claudio, Messalina (qui interpretata da Sonia Aquino in “Nerone”, 2004), prendevano parte ai riti dionisiaci.   

L’indagine di Cantarella, pur sommaria, considera un po’ tutti gli aspetti della vita quotidiana delle donne nelle due civiltà classiche, dalla nascita (toccanti le pagine sull’esposizione delle neonate) a una crescita condotta quasi totalmente all’ombra della casa, prima paterna, poi coniugale; le poche occupazioni che erano loro riservate; i pochi diritti che vennero concessi col tempo; ma anche la vita di chi rimaneva ai margini della società, le schiave e le prostitute, prive di tutto e davvero considerate solo come corpi di cui servirsi non solo per il lavoro manuale che potevano offrire ma anche per il piacere che il maschio ne avrebbe tratto.
Nel complesso si tratta di un libretto assai interessante e pieno di notizie e posizioni stimolanti, utile sia per gli addetti ai lavori come primo orientamento sia per gli interessati a questo aspetto fondamentale ma quasi sempre trascurato dell’Antichità classica.

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3 pensieri su “Recensione: “L’ambiguo malanno” di Eva Cantarella

  1. Scartabellando per cercare informazioni sui culti dionisiaci ho trovato una tesi particolare riguardo alla raffigurazione delle Menadi: in molte pitture su vasi di qualsiasi mito, anche riconoscibili come poteva essere ‘Il giudizio di Paride’ o un ‘Teseo vs Minotauro’ i personaggi hanno quasi sempre il nome. Al contrario nel caso delle pitture a tema Dionisiaco, che erano diffusissime, pare che per le menadi non ci sia mai un nome per identificarle nemmeno come tali: si supponeva quindi che fosse voluto per evitare l’identificazione delle donne di casa con personaggi considerati troppo insubordinati, perchè invece per altre scene ci sono delle scritte.

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