Al di là delle polemiche sulla reale necessità di una giornata come questa, volevo approfittare dell’occasione per richiamare l’attenzione personalmente sul tema dei suicidi maschili, perché si tratta effettivamente anche in Italia di una delle principali cause di morte prematura in Italia, nonché di una causa di morte violenta e assai differenziata in base al genere. Vorrei parlare però di questo anche perché io stesso ci ho pensato più volte.
Quando dico che ci ho pensato più volte, non intendo (solo) che ripenso ai suicidi celebri di cui ho appreso nelle mie letture: da Demostene a Bruto e Catone, come pure Saul, Giuda, Pier delle Vigne, o quelli fittizi ma che così tanto mi hanno condizionato di Werther e Jacopo Ortis (quello di Werther ispirato però dal caso di un suicidio vero), fino ai casi più recenti, e per questo anche più drammatici, di Cesare Pavese, Primo Levi, Robin Williams. Né intendo (solo) che penso al risvolto sociologico, di testimonianza cruda e dolorosa della “mascolinità tossica”; Urwin, per esempio, parla spesso di suicidio nel suo libro (e per forza di cose – ma tradurrò passi suoi in un’altra occasione). No, quello che intendo è che ho pensato spesso a suicidarmi. Così tante volte, in effetti, che ormai una delle mie fantasticherie più ricorrenti è quella di immaginare che cosa mi sarei perso se mi fossi soffocato nel sacchetto di plastica in prima superiore; o se mi fossi ficcato il tagliacarte nel cuore nel maggio 2005; o se mi fossi buttato dal ponte il 3 maggio 2015; o se mi fossi lasciato investire dall’autobus lo scorso settembre; o se mi fossi buttato dalla finestra della biblioteca l’altra sera.
Alla lunga ripensare a ciò che c’è stato in mezzo diventa quasi un modo per sdrammatizzare, per dirsi “Be’, dai: sono sopravvissuto finora; posso tirare avanti un altro po’!” Almeno fino alla crisi successiva; almeno finché il senso di non potercela fare, di non essere in grado di resistere al senso di inadeguatezza sempre più opprimente non torna a farsi sentire e a far sentire circondati.
E se ne parlo qui non è per elemosinare pietà o compassione: sono anni che cerco di venirci a patti e quasi due anni che combatto davvero la depressione con sedute di gruppo, terapia, ultimamente anche con i farmaci; ne parlo qui per due ragioni principali. La prima è che la necessità di autoescludersi dal mondo potrebbe sempre ricapitare e finché sono in vita ho bisogno di urlare a quanti più uomini posso che i modi per salvarsi ci sono. La seconda è che è decisamente in tema con il blog e la pagina parlarne, non solo perché io per primo devo dare l’esempio e “mettermi a nudo”, ma anche perché io per primo sono stato vittima della mascolinità tossica che non me ne ha fatto parlare.

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Aiace si appresta al suicidio, nella raffigurazione di Exechias su un’anfora a figure nere (530 a.C. ca.). A differenza dei suicidi di altre figure classiche, quello di Aiace è motivato dalla vergogna di aver massacrato, nel suo accesso di follia, delle pecore là dove egli credeva di essersi scatenato sui giudici che avevano deciso in favore di Odisseo. L’angoscia di avere “perso la faccia” porta all’estrema decisione questo campione della mascolinità tossica. (Credits: WikiCommons) 

La prima ragione. Una delle conclusioni che raggiungo ogni volta che mi chiedo come sarebbe stato il mondo senza di me è che non sarebbe cambiato niente; mi dico anzi che il mondo sarebbe stato migliore, perché non avrei ferito nessuna delle persone che ho ferito (ma del resto, se non si fosse ossessionati dalla propria inutilità e dal senso di sconfitta irreparabile, si arriverebbe mai a pensare che darsi la morte sarebbe una soluzione accettabile?) D’altra parte non manco di pensare alle poche cose positive; se non quelle che ho dato al mondo (questo blog? Poco altro?), per lo meno quelle che ho vissuto: imparare qualcosa come una lingua nuova, fare parte di una pagina di divulgazione scientifica, recitare, suonare, visitare Atene, un complimento inaspettato, vivere momenti di emozione pura ogni volta che ascolto un brano musicale che amo o rileggo pagine che adoro… Piccole cose che però per qualche momento mi fanno sentire la vita come qualcosa che merita di essere vissuto.
La seconda ragione. Già alla fine del 2013 il mio relatore mi consigliò di cercare un aiuto psicologico; all’epoca soffrivo per cose personali (una relazione infelice, dubbi sul mio lavoro, mancanza di autostima…) e subire lo stigma di dovermi pure dichiarare bisognoso di aiuto psicologico era troppo. Ricordo che gli risposi di no con decisione, quasi con secchezza: non era la sicurezza con cui troppo spesso ostentavo (e con la quale ingannavo più che altro me stesso) la mia determinazione a completare il percorso di studi, quanto un rifiuto a voler ammettere che stavo male. All’epoca non l’avrei articolato come lo esprimerei oggi, ma il senso del “Io sono un uomo: non chiedo aiuto per quelle cose, devo anzi farmi forza, resistere, tenermi tutto dentro” c’era tutto. Ho lasciato passare tutto il 2014, prima di arrivare a parlare con il mio secondo relatore, sentirmi dare lo stesso identico consiglio, rendermi conto che forse non era un consiglio tanto campato per aria e che avrei fatto bene a seguirlo. Ho dunque messo in moto tutto il meccanismo di sostegno psicologico che in parte mi sostiene ancora ma nel fare ciò ho buttato via un anno come niente… 
Perché c’è ben poco di eroico nel suicidio: possiamo autoconvincerci che nessuno ci vuole bene, che a nessuno importa di noi ma la triste verità è che alle nostre famiglie qualcosa importa pure e alla fine sarebbero loro a raccogliere i pezzi di un’esistenza che non c’è più. Per dire, mi ha toccato molto più di quanto potessi immaginare il modulo, che poi ho scoperto essere standard, con cui nel Regno Unito genitori e famigliari avvisano di una scomparsa: “siamo qui per te quando te la sentirai; possiamo ascoltarti, parlare dell’aiuto di cui hai bisogno, aiutarti a stare bene”.
Possiamo anche figurarci in lotta contro un destino avverso come eroi tragici, ma la soddisfazione migliore che possiamo dare ai nostri avversari è di ritirarci dalla battaglia e far vincere loro. Possiamo pure pensare che solo noi stiamo male, che nessuno potrebbe capirci, ma non è così: essere depressi è (purtroppo) molto più comune di quello che si pensa e le immaginette motivazionali che si vedono sui social possono spesso essere buoniste fino alla vacuità ma una come “Sii sempre rispettoso perché non sai mai che battaglia sta combattendo l’altra persona” sono spesso ancora più vere di quello che dicono, perché moltissime persone ci sono dentro e sanno cosa si prova ma si fanno riguardo a dirlo.

Se ci si rompe una gamba si viene giustificati, ci si può assentare dal lavoro, tutti si chiedono come si sta, mentre nel caso delle malattie mentali sembra valere l’inverso: si sminuisce, si invita a non fare sceneggiate, si pensa che tanto passerà in fretta e non c’è niente di cui preoccuparsi. Occorre fare ancora molto per distruggere lo stigma sociale, ma di certo chi ne è colpito non lo distrugge rimanendo in silenzio e facendo finta che vada tutto bene, magari per un malinteso desiderio di non voler passare per uno che cerca attenzioni, o per uno che vuole incomodare amici e parenti: cercate persone fidate e apritevi! È meglio confessare segreti scomodi a una persona che potrebbe non capirvi, che perdere tempo preziosissimo nella granitica convinzione che tanto nessuno vi capirà o sarà in grado di sostenervi.
Una delle mie scene preferite della saga di Harry Potter è in “Harry Potter e l’Ordine della Fenice”, quando Hermione pronuncia il nome di Voldemort: non è una scena che amo solo perché c’è Hermione ma anche perché “malattia mentale” funziona un po’ come il nome di Voldemort: il primo passo per combatterla è avere il coraggio di uscire allo scoperto e pronunciarne il nome. Abbiate questo coraggio!!

E.

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6 pensieri su “Aspiranti suicidi, non siete soli!

  1. Aiace “mascolinità tossica”? A essere sinceri gli eroi omerici piangevano apertamente e senza vergognarsi (Achille che piange disperato quando apprende la morte dell’amato Patroclo), senza che la loro virilità e il loro essere “guerrieri” ne risentisse. questo è in contrasto con il concetto di “mascolinità tossica”.
    Comunque nessuno nè donna nè uomo parla facilmente dei propri pensieri suicidi o di una eventuale depressione, la mascolinità centra poco

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  2. Hai pensato spesso a suicidarti… e perché non lo hai fatto?
    Vabbé, scherzi a parte, il tuo relatore aveva ragione, hai bisogno di un serio sostegno psicologico. Ma se il risultato è questo blog, però…

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  3. Avevo promesso di non riprovarci dopo il tentativo fallito del 2004. Però ciclicamente a seguito di fattori esterni scatenanti (a volte non troppo importanti) ritorno a pensarci come unica soluzione possibile. Ci sono notti in cui riesco ad addormentarmi solo pensando che almeno ho una scelta. Oggi è sabato, non c’è nessuno…Sto un pò più serena al lavoro e domani è appena domenica. Son sul divano e mi sforzo di non uscire perché l’idea è sempre quella: la stazione, i treni, i fallimenti, la malattia cronica, il senso di inutilità e inadeguatezza. Cerco di avere sempre degli obiettivi…ma ho appena finito un percorso di studi e ora non sento di aver qualcosa che mi tenga qui…:(.Non mi piace stare qui. Passerà anche stavolta…

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    1. “ho appena finito un percorso di studi e ora non sento di aver qualcosa che mi tenga qui”: mi ritrovo moltissimo in questa frase, sai? Eppure per la prima volta dopo tanto tempo seguire questo blog e la pagina FB mi sta dando speranza e sostegno. Non l’avrei creduto possibile solo pochi mesi fa ma almeno per il momento ho trovato una specie di dimensione che non avevo mai nemmeno lontanamente sospettato: davo per scontato che sarei diventato uno studioso immerso nei libri e nella letteratura del passato, invece ora ho questo lavoro a tempo perso di un blogger che fa finta di parlare di questioni di genere… 😀 Dico “lavoro” come “occupazione”, perché lo faccio ancora gratis! Ad ogni modo, il punto è che esperienze e conoscenze mi hanno portato a trovare un modo in cui posso dare qualcosa al mondo anche se non è quello che avevo sempre immaginato. Sono sicuro che anche tu hai tante cose da dare!! Mi dispiace da morire che tu ci abbia provato sul serio e non ci abbia solo fantasticato come me; per quel che vale ti mando un abbraccio forte forte e se ti va di parlare con più calma scrivimi per e-mail o sui messaggi della pagina, dato che controllo quei due servizi un po’ più spesso del blog (scusa anzi che ti rispondo solo ora 😦 ).
      E.

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      1. Se non sono indiscreto perche’ eri/sei depresso?
        Inoltre,parlare della depressione e’ ok,ma se la causa della depressione e’ “materiale” come ne esci?

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        1. Nessuna indiscrezione: credo anzi sia doveroso parlarne se è una condizione che ti costringe a vederti come un fallimento totale un giorno sì e l’altro pure. 🙂 Diciamo che soffrivo / soffro di perfezionismo e patisco molto il confronto con colleghi e amici: vedevo loro avanzare e fare progressi nelle loro carriere mentre io rimanevo indietro, ancorato a una relazione abusante che non riuscito a chiudere nonché ai fantasmi del mio perfezionismo e delle aspettative che sentivo da parte degli altri. Non potevo accettare di fallire, e tutto quello che facevo sembrava portarmi sempre più vicino al fallimento totale, come persona e come studente. Sono sempre stato abituato a giudicarmi male e ad esigere il massimo da me stesso, quindi vedermi fallimentare era il segno più evidente che non meritavo di vivere. Cose così, insomma… 😀 Pian piano ne sto uscendo sia con cure farmacologiche sia con la terapia; se la depressione ha cause “materiali”… intendi se nasce da un insuccesso lavorativo, o dalla disoccupazione? Non saprei: in mancanza del sostegno di amici e familiari, penserei a ribadire che nessuna vita merita di essere gettata via e che abbiamo comunque qualcosa da dare, perché il nostro valore come persone non risiede nella nostra capacità produttiva. Certo, mi rendo conto che queste sono parole generiche, infatti spero di contribuire nel mio piccolo a sensibilizzare sempre più persone su questo tema, perché è facile lamentare chi si suicida per colpa della crisi economica, ma ognuno di noi nel proprio quotidiano, che cosa fa per smontare l’ideologia del maschio che se non provvede alla famiglia non serve a niente? Credo che possiamo tutti dare un nostro piccolo contributo nella vita di tutti i giorni. 🙂

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