Il nostro compito è rifiutare la pretesa dei maschi di controllare il potere riproduttivo e la sessualità delle donne, e allo stesso tempo denunciare il suprematismo bianco e una crescente diseguaglianza.

(trad. di R. Jensen, With Trump, a Renewed Call to Radical Feminist Men, YES! Magazine, 10/11/2016)

Proprio la sera del giorno delle elezioni ho ricevuto un’e-mail dalla mia editrice australiana in cui mi si informava che la stampa aveva ricevuto le prime copie del mio nuovo libro, La fine del patriarcato: Femminismo radicale per uomini. Nel messaggio scriveva: “i libri sembrano a posto! Non credo di poter dire lo stesso delle elezioni…” in una manifestazione tanto di interesse, quanto di apprensione, che la competizione elettorale del nostro Paese aveva suscitato nel resto del mondo.
Il titolo del mio libro aveva sempre avuto un carattere di aspirazione: sostengo che la fine del patriarcato sia una necessità ma non ne predico a tutti gli effetti la sua scomparsa imminente. Eppure, persino in una società in cui il dominio maschile è strutturale e istituzionalizzato, è difficile per molti immaginare la vita con l’espressione di odio per le donne trasmessa dal “presidente Trump”. Questo rende il sottotitolo del libro più importante che mai: per quanto possa sembrare curioso associare il femminismo radicale agli uomini (tanto più che non tutte le femministe donne si riconoscono nella prospettiva radicale), esso dovrebbe essere uno degli aspetti chiave della resistenza al trumpismo, accanto alla sfida da portare alle politiche reazionarie di cui esso è espressione, in materia di razza, economia, politica estera e ambiente.
Certo, nell’ultimo secolo abbiamo fatto importanti progressi nell’assedio all’illegittima autorità degli uomini; la campagna elettorale di Trump, tuttavia, ha reso dolorosamente evidente che l’ordinario sfruttamento sessuale delle donne da parte degli uomini (possibile soltanto in una società in cui gli uomini si ritengono i naturali dominatori delle donne) rimane profondamente radicata. L’agio con cui così tanti uomini hanno approvato la celebrazione che Trump ha fatto del proprio comportamento abusante, e così tante donne erano pronte a giustificarlo, testimonia la forza dei valori e delle norme del patriarcato.
La condizione delle donne può cambiare col tempo, e questa condizione può variare a seconda di altre variabili. Eppure, come la storica Judith Bennett ha rilevato, questi alti e bassi non hanno trasformato le donne come gruppo in rapporto agli uomini: le società operano all’interno di un “equilibrio patriarcale” nel quale solo i maschi privilegiati possono rivendicare il diritto di possedere pienamente quella umanità, definita come la libertà incondizionata di sviluppare appieno il proprio potenziale umano. Uomini con minori privilegi devono accontentarsi di meno; alcuni, addirittura, si ritroveranno in una condizione inferiore a quella di alcune donne (soprattutto gli uomini che difettano di privilegio di nazionalità, razza, o classe; il genere, infatti, non è il solo discrimine di diseguaglianza). Ma nel quadro di questo sistema di potere, che possiamo definire dinamicamente stabile, alle donne non è mai garantita un’umanità piena e incontrastata.
Perché si rende necessario il femminismo radicale? Innanzitutto, non fatevi spaventare dall’aggettivo “radicale”: non si tratta di un sinonimo di “pazzo”, quanto piuttosto di una presa in esame seria, dalla “radice”, dei sistemi e delle strutture di potere che rendono possibile il sessismo messo in atto dai singoli individui. Le femministe radicali propongono critiche incisive e convincenti dello sfruttamento sessuale delle donne da parte degli uomini, in contesti sia interpersonali sia commerciali. Ancora decenni fa, le femministe radicali ci hanno aiutato a comprendere che le molestie e violenze sessuali, nonché la violenza domestica, erano il risultato prevedibile della pretesa degli uomini di controllare le donne all’interno di un sistema di tipo patriarcale. Se vogliamo sperare di ridurre la frequenza di stupri e violenza domestica, dobbiamo mettere in discussione il patriarcato. Le femministe radicali hanno sviluppato una altrettanto incisiva e convincente analisi delle industrie dello sfruttamento sessuale (prostituzione, pornografia, strip club), i modi in cui gli uomini abitualmente comprano e vendono i corpi delle donne per sesso. L’idea che gli uomini dovrebbero poter comprare piacere sessuale in questo modo è un prodotto del patriarcato.
Nonostante Hillary Clinton abbia parlato spesso del “soffitto di cristallo”, e la sua candidatura sia certamente stata una pietra miliare, non possiamo permetterci l’ingenuità di credere che qualunque personalità politica popolare, o qualunque partito, comincerà a parlare con franchezza sul problema del perdurante potere del patriarcato. E tuttavia, questo momento può aprire nuove possibilità per movimenti già impegnati con passione, e il nostro compito è quello di affrontare il difficile lavoro necessario per respingere la pretesa maschile di controllare il potere riproduttivo e la sessualità delle donne, il cuore stesso del patriarcato.
Il femminismo radicale riconosce che minacce ad una vera uguaglianza e alla libertà delle donne possono venire, e sono storicamente provenuti, sia dalla destra che dalla sinistra. I tentativi di intaccare i diritti riproduttivi delle donne vengono in generale da persone e movimenti conservatori, quasi sempre religiosi, mentre tentativi di allargare lo sfruttamento della sessualità delle donne vengono da persone e movimenti progressisti, quasi sempre laici. Destra e sinistra sono troppo spesso due lati della stessa medaglia patriarcale: i conservatori tendono a voler attribuire a determinati uomini (mariti e padri) il controllo sui corpi delle donne, mentre i progressisti tendono a cercare di rendere i corpi delle donne quanto più disponibili possibile, al maggior numero di uomini possibile, per esempio considerando l’acquisto e la vendita di donne come semplice “commercio di sesso” [“sex work” nell’originale, N.d.T.]. Purtroppo, Trump offre il peggio di entrambe le categorie. È stato ripetuto moltissime volte e vale la pena ripeterlo ancora: più importante ancora di Donald J. Trump, sono le forze che permettono a Trump di essere preso sul serio, ma troppo poco spesso il suo disprezzo per le donne è stato identificato come una caratteristica patriarcale che richiede una risposta femminista radicale.
Ci saranno innumerevoli battaglie che i progressisti, uomini e donne, dovranno combattere nei prossimi anni: critiche radicali non solo del patriarcato ma anche del suprematismo bianco, e della crescente diseguaglianza di un’economia capitalista che sta commettendo un ecocidio attraverso una predazione selvaggia del mondo naturale. Alcune di queste battaglie sono la protezione dei diritti riproduttivi più basilari, compreso il sostegno per le donne che non possono permettersi di pagare per l’aborto; un’accentuata enfasi sull’interpretazione femminista radicale della violenza sessuale; una profonda messa in discussione del modo in cui lo sfruttamento sessuale delle donne da parte degli uomini nell’ambito dell’industria del sesso è stato normalizzato e reso accettabile. Questi sono punti di partenza, accanto alla critica di stampo intersezionalista del suprematismo bianco in ogni ambito; all’attacco agli effetti corrosivi del capitalismo sia sul nostro senso di identità sia sulla possibilità di una democrazia effettiva; all’opposizione di ogni tentativo degli Stati Uniti di sguinzagliare le truppe per controllare la politica del mondo in via di sviluppo.
Infine, se non riusciamo ad affrontare con onestà le numerose e ramificate crisi ecologiche che minacciano l’ecosistema del pianeta, i nostri sforzi di promuovere la giustizia all’interno del consorzio umano verranno letteralmente sommersi nel lungo periodo: i cambiamenti climatici, un’agricoltura sostenibile, le energie alternative, l’agricoltura urbana, sono tutti ambiti in cui possiamo creare un modo diverso di stare al mondo.
I progetti che meritano il nostro tempo non mancano: un futuro decente per l’umanità dipende dalla nostra volontà di diventare radicali.

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Un pensiero su “L’elezione di Trump: un’occasione per i femministi radicali

  1. e certo questi progressisti laici che non credono nel proibizionismo e non vogliono vietare il porno e gli strip club sono proprio cattivi..

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