K. Banyard, Pimp State. Sex, Money and the Future of Equality, London, 2016, pp. 262, £12.99

A soli 34 anni, Kat Banyard è già una voce di punta del femminismo inglese. Convinta abolizionista in materia di prostituzione, condensa in questo suo ultimo libro la sua opposizione frontale al commercio sessuale, inteso non solo come prostituzione nel senso usuale ma anche come pornografia, che descrive più volte come “prostituzione filmata”, e il sistema dei night club.
La struttura è semplice ma ingegnosa: Banyard condensa i problemi e l’orrore dello sfruttamento sessuale attorno a sei “miti” che i suoi sostenitori solitamente propagandano, e che chiunque sostenga la lotta alla prostituzione ha sentito almeno una volta: MYTH 1: Demand for the sex trade is inevitable (pp. 11-52), MYTH 2: Being paid for sex is regular sex work (pp. 53-94), MYTH 3: Porn is fantasy (pp. 95-132), MYTH 4: Objecting to the sex-trade makes you a pearl-clutching, sexually conservative prude (pp. 133-152), MYTH 5: Decriminalise the entire prostitution trade and you make women safe (pp. 153-208), MYTH 6: Resistance is futile (pp. 209-234).
Enunciato il mito nel titolo, la discussione svolta da Banyard è serrata e convinta, aliena da patetismi; l’autrice riporta dati e interviste, svolgendo una disamina lucida e appassionata, spesso assai sarcastica, della drammaticità dell’esperienza prostitutiva per le donne, nonché delle contorsioni logiche e della cecità morale a cui si suoi avvocati si spingono. Accanto alla fatalistica accettazione del “è sempre stato così” che da sempre circonda lo sfruttamento sessuale delle donne a scopo di lucro (ad ogni livello: culturale, politico, mediatico…) e che bene o male tutti conosciamo, quello che contribuisce a mantenere vivo il mito di una prostituzione felice è il vero e proprio dolo che i suoi sostenitori dimostrano quando si tratta di difendere il sistema prostitutivo: dal truccare la realtà al presentarsi come portavoce di larghe maggioranze (salvo poi ammettere di non rappresentare più di una decina di persone), alle infiltrazioni lobbistiche in organizzazioni internazionali o in comitati politici, sino alla negazione dell’evidenza e alla sfrontatezza di sostenere che le donne sceglierebbero in piena libertà e coscienza di volersi vendere. Banyard si astiene dai giudizi espliciti o moralistici: preferisce che ad emergere dalla sua esposizione siano le contraddizioni e la malizia di questi avvocati – alcuni dei quali, soprattutto di recente, si presentano pure come femministi. 
Banyard svolge un’ampia analisi degli intenti, dell’implementazione e delle conseguenze sia del modello nordico che del modello tedesco, dimostrando, sulla scorta anche di testimonianze di addetti ai lavori, come il primo sia la strada giusta perché non criminalizza le donne, ma anzi offre loro vie d’uscita dalla professione, e rivolge invece il biasimo sul cliente. D’altra parte, un modello dove la prostituzione diventa una professione riconosciuta non solo non rende più sicure le donne, ma le rende anzi più esposte al pericolo a causa della “filosofia” secondo cui chi acquista per un servizio sessuale non acquista solo una prestazione ma tutta la persona, arrivando a sentirsi in diritto di fare quello che vuole con la donna che ha davanti (secondo un’avvocata neozelandese, nel suo Paese “i ragazzi crescono nella convinzione che vada tutto bene: è legale, quindi perché sarebbe un problema?”, p. 181).
Banyard non è una fanatica: riesce a non dare l’idea di selezionare solo le informazioni e le testimonianze utili alla sua tesi ma al contrario risulta seria e convincente, pur nella passione civile che la muove. Una testimonianza interessante, per esempio, è quella di un poliziotto svedese, precedentemente in ruolo nella sezione narcotici: egli confessa di essere stato scettico appena la legge entrò in vigore, ma di aver rapidamente cambiato idea dopo aver cominciato a lavorare nell’unità prostituzione ed essersi reso conto della situazione delle donne (pp. 191-2).
Come accennato all’inizio, Banyard include nella sua analisi anche due fenomeni collegati alla prostituzione ma di rado inclusi nel dibattito, ovvero la pornografia e gli strip club. Se su questi ultimi non si dilunga moltissimo, la pornografia occupa buona parte del primo capitolo e l’intero terzo capitolo, e anche in questo caso emergono quasi tutti i problemi che sostanziano la prostituzione “di strada”: l’abuso nell’infanzia e adolescenza come spesso decisivo per spingere una donna a ritenere che il suo unico ruolo sia quello di oggetto sessuale; la pretesa maschile del “diritto al sesso”; la professione vista come “accettabile” per uscire da una situazione familiare o finanziaria difficile; i ritmi di lavoro estenuanti; la difficoltà ad uscirne e a ritrovare un proprio posto nella società. Trovo che questa parte in particolare meriti di essere conosciuta: se il contenuto e le tesi che si trovano nel resto del libro a proposito della prostituzione di strada, al netto delle ricerche e dello stile di scrittura di Banyard, si possono trovare in molte altre discussioni, ammetto che non avevo ancora letto un attacco frontale così preciso, acuto ed argomentato sulla pornografia.
Come nota personale, vorrei concludere con una frase che a Banyard difficilmente poteva venire in mente, non essendo lei italiana, ma che così spesso durante la lettura è occorsa a me: parafrasando Giovanni Falcone, la prostituzione, proprio come la mafia, “è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine”. Sta a tutti noi impegnarci per mettere fine a quella che è, a tutti gli effetti, la schiavitù più antica del mondo.

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Anche se la romantica storia di Edward e Vivian in “Pretty Woman” (1990) è entrata nell’immaginario collettivo, basta poco per rendersi conto di quanto la prostituzione vera sia tutt’altro che idilliaca.
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