“Io sono quei 66 milioni di bambine senza un’istruzione.” (M. Yousafzai)

(tr. e adatt. da N. van der Gaag, Feminism and Men, Ch. 4, No Zero-Sum Game: Education and Health, pp. 84-85; 87-89; 96-99)

Se c’è qualcuno che simboleggia l’importanza dell’istruzione, e in particolare l’istruzione delle bambine, è la diciassettenne Malala Yousafzai, vittima di un fallito attentato dei Talebani in Pakistan per la sua battaglia in favore del diritto delle donne di andare a scuola [il libro non menziona il Premio Nobel vinto da Malala perché è stato scritto nel 2014, N.d.T.]. In un’intervista a BBC Radio, parla dell’importanza del sostegno paterno:

Mio padre crede nell’uguaglianza e ha detto che ragazze e ragazzi hanno gli stessi diritti. Lui mi ha accettato come figlia ma anche come essere umano libero, ha riconosciuto la mia libertà e ha accettato me come ha accettato i miei fratelli. Ha affermato “Voglio per mia figlia la stessa istruzione dei miei figli maschi”. E questo è davvero importante per le ragazze della nostra società perché per loro è difficile avere un’istruzione.

I benefici della scolarizzazione per le ragazze (e per l’uguaglianza di genere) sono evidenti. Innanzitutto, per le ragazze stesse in termini di conoscenze, abilità, fiducia in se stesse e socializzazione; e secondariamente per le donne che diventeranno. Le donne istruite hanno una minore fertilità, i loro figli godono di salute e alimentazione migliori e hanno più probabilità di andare a scuola. Il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione afferma: “Le ragazze che hanno ricevuto un’istruzione tendono a sposarsi più tardi e ad avere famiglie meno numerose e più sane, Le donne scolarizzate sono in grado di riconoscere l’importanza della sanità e sanno come ricercarla per se stesse e per i propri figli. L’istruzione aiuta le donne a conoscere i loro diritti e ad acquisire sicurezza nel rivendicarli”. La sicurezza che Malala ha in modo tanto evidente, almeno in parte anche grazie al sostegno di suo padre.

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L’attivista pakistana Malala Yousafzai (Credits: Trunk Archive, per TIME)

Purtroppo non è sempre così. Ci sono molte ragioni per cui in così tanti Paesi le bambine non vanno a scuola: i genitori non le lasciano; non ci sono scuole o quelle che ci sono sono lontane; devono stare a casa a badare a fratellini minori; si sposano molto giovani; devono lavorare. Questa storia che ho raccolto proprio in Pakistan durante una visita nel 2012, però, è forse una spiegazione efficace di ciò.
Nelle zone remote e rurali del Pakistan, solo il 60% dei bambini in età scolare va a scuola, e solo 56 bambine ogni 100 bambini. Questo è dovuto in parte alla maggior presenza di scuole per maschi (per esempio, nel distretto di Thatta, nella regione del Sindh, ci sono 2700 scuole per bambini e solo 330 per bambine), ma anche alla maggiore importanza che i genitori attribuiscono alla scolarizzazione dei figli maschi rispetto a quella delle figlie femmine. Ne consegue che l’alfabetizzazione complessiva del Pakistan sia molto bassa, al 55,5%, e la differenza fra città e campagna e fra uomini e donne è marcata: un bambino in città ha l’80% di possibilità di andare a scuola ma una bambina in un paese in campagna ne ha solo il 34%. In alcune province rurali solo una donna su dieci è alfabetizzata, rispetto alla metà dei maschi.
Nelle regioni rurali che ho visitato nel 2012, ho trovato pochissime ragazze che erano andate a scuola. Rabia Bibi, di dieci anni, era una di queste: il suo paese è lontanissimo da tutto e nelle vicinanze non c’è nessuna scuola pubblica, nemmeno elementare. Solo il 7% dei paesi in Pakistan offre scuole pubbliche che si trovino solo a uno o due kilometri di distanza; il 26% ha scuole ha una distanza compresa fra tre e cinque kilometri o anche oltre. Considerate le strade dissestate e la scarsità dei mezzi di trasporto, l’unica soluzione per molti è camminare: i genitori poveri non possono prendersi il tempo di accompagnare i figli a scuola, quindi la maggior parte, come le bambine nel villaggio di Rabia, resta a casa.
Savera, una bambina di dieci anni in rosa shocking con occhi intelligenti, è una di poche bambine del suo paese che frequentano una scuola per maschi perché non ce n’è nessuna per femmine. “C’è scritto fuori dalla scuola che è una scuola media per maschi, ma alcune di noi femmine andiamo. Ci andiamo insieme ma quando diventiamo grandi gli uomini ci impediscono di andare perché nessun uomo ci accompagna per tenerci al sicuro.” Rabia frequenta una scuola privata: un privilegio che le è concesso solo perché è la figlia del sindaco; lei vorrebbe stare con le sue amiche ma, afferma: “I loro padri non sono convinti che valga la pena mandare una figlia a scuola” Oltre a questo, soggiunge con un sospiro di rassegnazione, “non possono permetterselo”. Se i genitori hanno i soldi per mandare un figlio a scuola, sarà quasi sempre un figlio maschio piuttosto che una femmina.
Il padre di Rabia ha mezzi sufficienti per mandare a scuola anche i suoi fratelli e le sue sorelle ma molte altre bambine nel paese non sanno né leggere né scrivere, anche se alcune dichiarano di aver imparato a leggere il Corano. Aziza, quindici anni, deve rivolgersi a qualcuno persino per scrivere il proprio nome: “mi piacerebbe andare a scuola ma qui vicino non ce n’è nessuna”. Farzana, quattordici anni (ma sembra più giovane), dice di essere andata a scuola fino alla terza elementare: “Ora però sono cresciuta, non posso più andare a scuola: fabbrico vestiti e ricami e do il denaro a mia madre”. Anche Savera parla dei suoi doveri domestici: spazzare, lavare i piatti, badare ai fratelli minori… tutte cose che aumenteranno con l’età, lasciandole poco tempo per studiare. Zeinab, di dodici anni, sottolinea un’altra delle ragioni principali per cui le bambine non vanno a scuola, e non perché loro non vogliano: “io voglio andare a scuola, ma mio padre non me lo permette”.

Nonostante molte difficoltà e certe posizioni retrive, in molti Paesi, madri e padri in numero crescente sembrano avere precise aspirazioni per i loro figli: vogliono che le vite dei loro figli, sia maschi che femmine, siano migliori delle proprie. Talvolta, però, costretti dal dilemma di non poter mandare entrambi a scuola, essi scelgono comunque il ragazzo, nella speranza che sia lui a sostenerli economicamente quando saranno anziani.
Come parte della sua campagna “Because I am a girl”, Plan International sta seguendo in nove Paesi 135 bambine nate nel 2006. Genitori e tutori hanno risposto nel 2010 ad alcune domande sulle loro aspirazioni per le piccole. La madre di Mary Joy, nelle Filippine, ha affermato: “Essendo l’unico genitore rimasto, vorrei che Mary Joy finisse i suoi studi: mi piacerebbe tanto vederla indossare la toga bianca alla consegna dei diplomi alla fine delle superiori! Farà le elementari qui nel nostro paese e se tutto va bene si sposterà dai nostri parenti a Catarman per gli anni successivi. Là avrà tutto ciò che le occorre e con l’aiuto di Dio vedrò realizzati i miei sogni per la mia bambina!” Il padre di Charnel nel Benin: “Non ci avvantaggerebbe non far andare nostra figlia a scuola: una ragazza che va a scuola avrà successo nella vita e in futuro potrà portare avanti quello che abbiamo cominciato”. Molte donne sperano che l’istruzione delle loro figlie le aiuterà a ottenere di più nella vita di quanto abbiano ottenuto loro stesse. La madre di Consolata, sempre nel Benin, afferma: “Dicono che dando un’istruzione a una bambina si istruisce un’intera nazione, e sono d’accordo: se avessi potuto studiare di più, oggi sarei qualificata. Spero che mia figlia sia in grado di concludere i suoi studi al mio posto, per superare questa sfida.” Nella Repubblica Dominicana, la nonna di Noelia, che la alleva mentre la madre lavora in città, dichiara: “Certo che è importante per una ragazza avere un’istruzione! È quello il modo migliore di vivere: non voglio che debba vivere una vita dura come la mia”. Il padre di Soumeyatou nel Togo: “L’istruzione della figlia femmina ha la stessa importanza perché alla fine lei sarà in grado di badare a se stessa e nessuno la imbroglierà; potrebbe anche lavorare per sostenere la famiglia”. La madre di Chea, in Cambogia, tuttavia, afferma che se dovesse scegliere a quale figlio far continuare gli studi, sceglierebbe il figlio maschio; certo, se avesse i mezzi, le piacerebbe che entrambi i figli continuassero.
Alcuni genitori hanno addirittura aspettative più alte nei confronti delle figlie femmine che dei maschi: un’indagine in Canada ha scoperto che “i genitori di ragazze di quindici anni si aspettano che la figlia consegua un diploma universitario con maggior frequenza rispetto ai genitori di ragazzi maschi della stessa età, e che tendenzialmente i maschi hanno meno probabilità di ritrovare tutti i loro amici all’università”.
Le idee su quale sia l’istruzione più importante, se quella dei maschi o quella delle femmine, appaiono ancora divise, come mostra un recente sondaggio del Pew Research Center. Alla domanda se si è d’accordo o no con l’affermazione “Un’istruzione di tipo universitario è più importante per un ragazzo che per una ragazza”, più di sei persone su dieci in India hanno risposto affermativamente; anche in Pakistan (51%), Egitto (50%) e Cina (48%) circa metà degli intervistati era d’accordo, mentre in Gran Bretagna, Francia, Messico e Germania più dell’80% dissentiva, e la quasi totalità in Libano (97%).

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