J. Urwin, Man Up. Surviving Modern Masculinity, London, 2016, pp. xvii+234, £12.99

Mi è capitato di citarlo spesso nei giorni scorsi e sono sicuro che lo citerò ancora molte volte nei prossimi mesi. Lo ricorderete come il ragazzino di dieci anni che imparò a soffocare nell’umorismo il trauma della morte paterna e che poco più che ventenne scrisse quasi per caso un articolo sulla mascolinità tossica che divenne famoso.
Ora ha proseguito le riflessioni iniziate con quell’articolo (che avevo tradotto e annotato qui) e ha pubblicato un libro, Man Up, dal titolo intraducibile: “fai l’uomo”, a senso, ma l’immagine è quella di alzare lo sguardo e affrontare la vita, soffocando ogni dubbio, esitazione, preoccupazione, nell’ossessione soltanto per la propria reputazione di maschio, da difendere anche a costo della vita – proprio come il padre. In questo percorso, che parte da una sorta di evoluzione storica del maschio inglese, Urwin affronta prima problematiche legate più all’immagine che i maschi hanno di se stessi e con se stessi (nel senso: con altri maschi), ma negli ultimi capitoli allarga sempre più lo sguardo per affrontare le questioni di come la mascolinità tossica tocca e danneggia anche le persone intorno a noi, familiari, partner, amici, la società tutta.
Urwin dichiara più volte il suo essere quasi “scrittore per caso”, non accademico e senza troppe pretese di serietà, ma ovviamente questo fa parte della maschera che gli è propria e che lui stesso si attribuisce: quella del bonaccione che fa battute per sdrammatizzare e mascherare questioni serissime. E le questioni serie non mancano, dai condizionamenti mentali sin da neonati (“L’idea che il rosa sia da bambine e l’azzurro da bambini innerva così profondamente la nostra cultura che è praticamente impossibile dissociarsene prima dell’età in cui si comincia a decidere per conto proprio, e finché continueremo a vestire i bambini a seconda del sesso, queste idee non se ne andranno”, p. 40), all’attitudine all’aggressività, incentivata in ogni possibile occasione (a scuola, nello sport, sulla strada, e ovviamente nelle forze armate, alle quali viene dedicato un intero capitolo), sino alla violenza di genere (“A quanto pare l’attrazione iniziale dell’aggressore per qualcuno che si sia rivelato essere transessuale gli ha fatto percepire la sua sessualità minacciata, inducendolo a rivendicare la propria mascolinità tramite la violenza. Nonostante alla mascolinità sia comunemente associata la forza fisica, è sconcertante la debolezza che si è in grado di mostrare quando la mascolinità viene minacciata”, p. 172).

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“Fight Club” (1999) viene esplicitamente richiamato da Urwin quando parla del tentativo dei maschi di riappropriarsi di una mascolinità aggressiva e decisa che l’era del consumismo ha reso superflua (pp. 72-73).

Molte di queste questioni sono ben note a chi frequenti pagine o gruppi femministi, e proprio una lealtà ai valori del femminismo è esplicitamente rivendicata in più punti da Urwin, in particolare là dove le sue parole potrebbero venire fraintese da attiviste (o attivisti) più radicali. Anche in questi punti, come nel resto della sua esplorazione, Urwin dimostra un’acutezza, un’indipendenza di pensiero e spesso un’onestà intellettuale davvero notevoli. Per esempio quando parla dei movimenti antifemministi come gli MRA o l’alt-right, e ne descrive la retorica avvelenata e perniciosa con parole di fuoco. Così però anche quando descrive i “matrimoni” fra persone omosessuali come una normalizzazione accettabile per la maggioranza eterosessuale della popolazione, ma non qualcosa che in definitiva risolva il problema; vale la pena riportare anche qui le sue parole: “Non basta sostenere l’uguaglianza nei matrimoni e pensare ‘Oh, che carini che sono proprio come noi!’: quello che succede qui è l’occasione per poche, selezionate persone omosessuali di conformarsi alle nostre vecchie tradizioni mentre chiunque non sia un cisgender monogamo viene lasciato indietro. Questa non è uguaglianza LGBT: è fare in modo che gli/le omosessuali i cui stili di vita si conformano a uno stereotipo etero raggiungano la parità giuridica e sociale; è solamente il lato tollerabile dell’omosessualità, ma ciò che in realtà viene detto ai ragazzi e ai giovani è che essere gay va bene, ma comportarsi da gay (ovvero comportarsi nei modi effeminati e stravaganti che la società considera intrinsecamente tratti da gay) non lo è” (p. 181 – corsivi suoi).
In altri punti egli evita di sposare la posizione facile del pacifismo integralista per cui le forze armate sarebbero il male in sé, e presenta il caso virtuoso della RAF, l’aviazione britannica, in cui una politica più tollerante nei confronti delle persone non cishet ha permesso a una donna trans, Christina, di ritrovare la propria identità di genere femminile proprio attraverso la sue esperienza in quel luogo così pregno di mascolinità che è l’esercito – un’esperienza che le sarebbe stata impossibile, o molto diversa, in un esercito ancora molto maschiocentrico come quello statunitense. E offre sempre un punto di vista stimolante quando, pur presentandola un po’ come una provocazione, sostiene che la pornografia potrebbe avere un effetto positivo sull’immagine fisica che i maschi hanno di sé in contrapposizione al modello di “manzo” con cui bene o male siamo anche noi maschietti siamo chiamati a misurarci; Urwin riconosce senza problemi che la pressione psicologica e sociale esercitata sulle donne in fatto di aspetto fisico è enormemente maggiore di quella vissuta dagli uomini ma ritiene che anche questa questione vada affrontata come un problema di genere.
Personalmente ho trovato la passione personale di Urwin accendersi in questa seconda parte, dove compaiono le discussioni sulla violenza di genere, sui suicidi maschili, sull’autolesionismo, sui disturbi del comportamento alimentare, sulla concezione che abbiamo dell’eterosessualità, vista come unico orientamento accettabile per un maschio, e sul rapporto fra i maschi e la sessualità, dalla delicata questione della verginità maschile alla castità forzata che conduce spesso a una misoginia o criminale o, nella migliore delle ipotesi, facile preda delle sirene dei movimenti antifemministi. Se nei primi capitoli il discorso tende qua e là a diventare oggettivo (anche se non mancano casi personali toccanti, come quello di Christina citato prima), in questa seconda parte, dove Urwin torna spesso sulle proprie esperienze personali, la sostanza umana diventa accesa, vibrante, e si percepisce un’urgenza diversa; non fosse altro che perché qui non si parla più di come i maschi si relazionano gli uni agli altri ma di come questi problemi incidano sulla società tutta e causino dolore e morte in abbondanza (per esempio quando una famiglia viene colpita dal suicidio di uno dei suoi membri, pp. 148-49, o negli ancora numerosissimi stupri in tutto il mondo, pp. 197-211).
Come avevo scritto presentando il suo articolo del 2014, il discorso sulla mascolinità tossica è un problema che dobbiamo introdurre nel dibattito italiano, perché è il grande ostacolo che impedisce a tutt* di raggiungere l’uguaglianza di genere, e questo libro dovrebbe essere una lettura se non obbligatoria almeno caldamente consigliata, perché offre uno sguardo panoramico – ancorché non sistematico – su moltissime questioni su cui gli uomini ancora stentano a pronunciarsi, ancor meno prenderne le distanze o criticarle. Insomma, come conclude Urwin, “la mascolinità non è in crisi: è solo confusa” (p. 231): sta ora a noi maschi autoriformarci e diventare persone nuove.

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3 pensieri su “Recensione: “Man Up” di Jack Urwin

  1. un uomo, eterosessuale o omosessuale, è sempre un uomo. Un uomo che piange è sempre un uomo ma non facciamo l’errore di pensare che piangere facilmente sia indice di maggiore sensibilità e trattenere le lacrime sia sempre “tossico”

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