Finché non affronteremo la nostra incapacità di parlare e aprirci, continueremo a morire presto e inutilmente.

(traduzione di J. Urwin, A Stiff Upper Lip is Killing British Men, VICE, 17/10/2014)

[Questo pezzo del 2014 di un allora anonimo blogger inglese, è diventato presto assai celebre, quasi “virale”, quindi ve lo propongo in traduzione perché mi sembra giusto farlo conoscere. Mi sono permesso di inserire qua e là dei passaggi tratti dalla revisione che ne ha fatto poco più di un anno dopo, per il libro che alla fine gli è toccato davvero scrivere, e che sto leggendo per presentarvene presto una recensione. Sia questo pezzo sia, poi, il libro partono dall’esperienza dei maschi del Regno Unito, quindi qua e là vi sono variabili storiche peculiari del popolo inglese e non trasferibili, ma molto di quanto egli scrive sulla mascolinità tossica è un discorso che dobbiamo introdurre, fare nostro e approfondire anche in Italia, dove permane, come sappiamo troppo bene, l’idea che i maschi non devono “fare le femminucce” se piangono, devono “tirare fuori le palle”, non devono cedere, devono “fare i duri”; atteggiamenti inculcati sin dall’infanzia e che provocano in età adulta conseguenze estremamente simili a quelle descritte da lui, come dimostrano molti inquietanti paralleli con i dati italiani che ho allegato. E.]

Ci sono tre cose che una persona che ha vissuto un evento traumatico durante l’infanzia può fare nella sua vita: scrivere mediocri romanzi; crearsi un blog dove scrivere cavolate solipsistiche; fare battute inquietanti che mettono a disagio gli amici in ascolto. Tanto per dire, questa è la divertente storia vera dell’ultima conversazione che ebbi con mio padre, che era stato a casa dal lavoro un paio di settimane per un’influenza: “Come stai, papà?” “Meglio!” mi rispose, nell’atto di alzarsi e andare nel bagno a morire.
Probabilmente non aveva idea che di lì a pochi istanti sarebbe caduto riverso accanto al water; probabilmente mentì per proteggere me; ma la verità a cui scelgo di credere è che lui sapeva di essere sul punto di morire ed era deciso ad andarsene con stile. Ed è una cosa che rispetto un sacco, accidenti! Una parte non piccola di me spera che, nel momento in cui la sua vista si annebbiava e le sue labbra diventavano cianotiche, l’ultimo pensiero di mio padre prima di arrendersi alla fredda stretta della morte sia stato un compiaciutissimo “A-ha! Te l’ho fatta, pistolino!” Perché se veramente sono state quelle le ultime parole in tutta una vita di incorreggibile sarcasmo, be’, ve lo devo dire: sarebbe la chiusa più pungente che potrei immaginare!
Tre settimane dopo compivo dieci anni; alcuni mesi dopo ancora, mi guadagnai il titolo di “scolaro più divertente” in una premiazione in classe. Avevo imparato a sublimare il mio dolore suscitando risa nel prossimo, e francamente questo era molto meglio che scoppiare in lacrime più volte al giorno – cosa che, a ripensarci, era ciò che volevo fare e probabilmente avevo bisogno di fare. Non è facile, tuttavia, affrontare un trauma di quel genere in un modo sano, soprattutto se è la prima volta che si vede davvero che schifo di mondo questo può essere. Dopo un evento così doloroso ci si aggrappa all’ottimismo in tutte le sue forme; inoltre credo di aver trovato una mia legittimazione nelle risate dei compagni; e poi, diciamolo pure, nessuno vuole essere il bambino che sta sempre a frignare per il papà morto: si diventa dei mortori così…
Dopo un’approfondita autopsia, quella che era stata per 51 anni la sede corporea di un membro del Mensa (che però si era rivelato così tirchio da non pagare la quota d’iscrizione negli anni successivi al primo), rivelò la causa del decesso in un infarto fatale e in seguito essa si avviò alla sua fine gloriosa nel crematorio di Loughborough. Un’altra cosa che emerse dall’esame medico, però, fu anche del tessuto necrotizzato che rivelava un precedente attacco cardiaco in un lasso di tempo collocabile fra qualche mese e qualche anno prima. Quest’informazione ci colse tutti di sorpresa. Poco tempo dopo, mia mamma trovò nella tasca di una delle sue giacche alcuni farmaci per l’angina: fu quindi palese che lui sapeva che qualcosa non andava, ma a quanto pare quei dolori al petto che l’avevano quasi portato alla morte una prima volta non li aveva ritenuti meritevoli di un qualunque controllo medico. Tipico di papà!…
Dopo la sua morte, mi scoprii incline a fare battute praticamente in ogni singola circostanza a scapito della franchezza, dal momento che l’idea di punzecchiare le ferite e rivelare la fragilità umana sottostante era più o meno la cosa più terrificante che potessi concepire; è un tratto del carattere che oggi riconosco essere stato uno dei più grossi difetti di mio padre, una cosa che in definitiva contribuì alla sua fine. È anche un tratto caratteristico e connaturato in moltissimi uomini.
Il marito cocciuto che si rifiuta di chiedere indicazioni stradali anche dopo che si è perso sembra un personaggetto caricaturale, soggetto di barzellette e sketch comici, ma è anche rivelatore di qualcosa profondamente radicato in una nozione di mascolinità molto reale e molto pericolosa. Siamo condizionati sin dalla più tenera età a credere che ammettere una propria debolezza sia di per se stessa una debolezza, e una quantità tristemente elevata di dati avvalora le enormi dimensioni di questo problema.

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Anche mettendo in conto i problemi che riguardano la salute riproduttiva, in un anno qualunque gli uomini tendenzialmente si fanno visitare dal loro medico la metà rispetto alle donne [dati italiani qui, molto simili: se si eccettua la fascia da 0 a 14 anni, gli uomini tendono a farsi visitare più delle donne da anziani, mentre dai 15 ai 65 anni meno, o anche molto meno, rispetto alle donne, N.d.T.].  Si tratta di una cosa apparentemente inspiegabile, dato che sono abbastanza sicuro che le donne non si ammalino il doppio degli uomini. Nel Regno Unito il tasso di morti premature (si intende al di sotto dei 50 anni) è una volta e mezza più alto fra gli uomini che fra le donne, con cause da rintracciare soprattutto in malattie cardiovascolari, incidenti, suicidi e tumori [così anche in Italia, pp. 7-8, N.d.T.]. Quest’ultima causa offre forse la prova più concreta della riluttanza degli uomini a cercare aiuto: per esempio, pur colpendo uomini e donne allo stesso modo, il tumore della pelle uccide quattro volte più uomini che donne perché noi evitiamo di affrontare il problema finché non è troppo tardi [dai dati della CRUK parrebbe invece che la differenza sia molto inferiore; probabilmente Urwin si riferisce a dati precedenti, N.d.T.].
Il progetto “Feeling Nuts” [gioco di parole fra “sentirsi pazzerelli” e “sentirsi le palle”, N.d.T.] incoraggia gli utenti maschi dei social media a pubblicare selfie in cui si mettono le mani sulla borsa: sensibilizzare sul cancro ai testicoli è senz’altro un nobile intento ma non posso fare a meno di pensare che possa diventare più una spettacolarizzazione che un gesto che davvero aiuterebbe gli uomini ad affrontare le loro preoccupazioni. Celebrità come Spencer Matthews che postano ammiccanti selfie a tema possono ricevere una noterella su questo o quel tabloid ma quante probabilità ci sono che se ne discuta nei pub? La verità è che in molti abbiamo troppa paura di confessare le proprie emozioni perfino a noi stessi, tanto meno agli altri. Abbiamo il terrore di aprirci, e questa cosa ci sta uccidendo.
Anche la differenza nei dati dei suicidi è eloquente: nonostante la depressione sia più comune fra le donne, gli inglesi si tolgono la vita tre volte più di frequente [come in Italia; v. ancora il rapporto ISTAT citato prima, N.d.T.]. Un rapporto del 2012 dei Samaritani conclude rilevando come la pressione sociale della mascolinità fosse un fattore chiave di questo squilibrio, affermando che “il modo con cui gli uomini vengono educati nell’infanzia ad essere ‘virili’ non pone l’accento su abilità sociali ed emotive” e che, a differenza delle donne, “i modi ‘salutari’ con cui gli uomini fanno fronte ai momenti di stress o ansia sono ascoltare la musica o praticare esercizio fisico, e non, invece, parlarne”.
Anche l’alcolismo è un problema significativamente maggiore per gli uomini, trattandosi spesso di un modo per fare fronte da sé a problemi mentali. Il mio nonno paterno combatté in Normandia e sopravvisse per puro accidente della sorte, solo per vivere consumato dall’orrore inenarrabile di ciò che aveva visto e arrivare a fare poco altro se non bere e basta. Nato sei anni dopo il D-Day, mio padre crebbe come altri figli del boom del secondo dopoguerra, con un padre profondamente represso dal punto di vista emotivo, incapace di amare, figurarsi parlare delle proprie emozioni. È una condizione che si eredita se i maschi vengono cresciuti da altri uomini incapaci di comunicare sul piano emotivo, con tutto ciò che oggi conosciamo come disturbo da stress post-traumatico che diventa sinonimo di mascolinità. Se ci si ferma a rifletterci, è una roba malata, altroché!
E naturalmente il disastro non si ferma qui: mentre tocca alle vedove gestire le conseguenze della nostra sfiducia nei confronti dei dottori, noi uomini facciamo un lavoro meraviglioso di danneggiare le relazioni sentimentali ancora ai loro inizi grazie alla nostra incapacità di comunicare. Non contento di ripercorrere la morte di mio padre per questo articolo, ho avuto la per niente tragica idea di chiedere alla mia ex ragazza Megan di spiegarmi per bene i problemi emersi durante il mio periodo in cui sono stato il suo pessimo ragazzo.
Questo quanto mi ha detto: “credo che la cosa più grave fosse che il fatto che non parlavi ti abbia reso difficile esaminare le tue emozioni da te stesso: non era solo che non eri in grado di comunicare con me, ma ancora più che ti eri così abituato a reprimere tutto, da aver perso familiarità con il tuo mondo emotivo. Anche quando riuscivo a identificare una situazione difficile, tu la negavi. Oltre a dover affrontare questioni difficili da sola, mi toccava pure l’impresa impossibile di raggiungere il livello preliminare: fare arrivare te ad ammettere che quelle questioni esistevano davvero.”
La comunicazione è la chiave per una relazione felice, come vi potrà garantire qualunque coppia di sposi (sì, ok: aiuta anche il non avere relazioni clandestine). La cosa peggiore è che ne siamo consapevoli: è una lezione che ci viene impartita da ogni libro, film, serie TV, che tratta questi problemi, eppure la ignoriamo, perseverando nell’erronea convinzione che queste regole valgano solo per gli altri.
Che fare, allora? È forte la tentazione di considerare il problema una causa persa e lasciar perdere, in quanto sarebbe consustanziale alla nostra cultura tanto da non poter mai essere veramente cambiato. Non si può certo cambiare in una notte la personalità di metà della popolazione mondiale, e menomale! Ma si può sempre cominciare con una cosetta semplice: parlarne. Parliamo tutti i giorni: perché non farlo quando si tratta di questioni davvero importanti? Sono sicuro che avete praticato a sufficienza l’arte di aprire e chiudere la bocca per farne uscire dei suoni inseriti in un continuum fonico significativo: si tratta solo di inserire certe sequenze chiave in mezzo a quelle parole. Potrebbe perfino farvi bene!
Se avesse imparato a confidarsi un po’ di più, forse mio papà non avrebbe passato la sua vita a rifuggire l’aiuto e sarebbe ancora qui. Se penso che avrebbe potuto risparmiare al mondo un altro inutile e morboso pezzo di un ragazzo dei primi anni del secolo su un padre emotivamente assente, e potrebbe invece essere qui a brontolare ogni qual volta parlassi di come vanno il lavoro, la casa, la mia vita… I “se” non ci porteranno da nessuna parte: quel che occorre fare è affrontare la nostra incapacità di aprirci. Fino ad allora continueremo a morire presto e inutilmente, così come a distruggere le relazioni che abbiamo fintanto che siamo qui.
Perciò, vi scongiuro: cominciate a parlarne. Non voglio dover scrivere un libro su questa roba.

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4 pensieri su ““Fare l’uomo” ci sta uccidendo

  1. negare le proprie debolezze anche davanti all’evidenza non è “da uomo” ed è un comportamento giustamente deriso in tante commedie e barzellette, invece affrontare le proprie fragilità, gestirle e superarle per non essere dominati e sopraffatti è da persone adulte, uomini o donne. Comunque nell’immagine di chi non vuole chiedere indicazioni (io le chiedo sempre) si potrebbe vedere anche la tenacia di chi vuole farcela da solo o da sola e questo se non si esagera (perchè chiedere aiuto non è debolezza) è anche una cosa buona..

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