Ieri mattina la pagina Facebook “La Friendzone non esiste” pubblica lo screenshot di alcuni commenti in cui dei ragazzi si chiedono se sia effettivamente stupro quando la ragazza è in stato di incoscienza perché drogata: si scambiano pareri e battute, incuranti dell’oggetto della loro – chiamiamola per il momento così – goliardia, nonché del fatto che una persona, membro come loro di questo gruppo segreto su Facebook, crede di fare cosa giusta denunciando lo scambio alle admin di una pagina femminista.

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La pagina pubblica subito il post, non curandosi di cancellare i nomi degli interlocutori, in quanto ritiene che la gogna mediatica per chi fa battute e scherza su una ragazza in stato di incoscienza penetrata sessualmente non sia che il minimo. Io stesso ritengo di dover pubblicare a mia volta lo scambio sulla mia paginetta, che conta sì molti meno seguaci, ma che a causa delle proteste e delle segnalazioni di chi si era sentito chiamato in causa è stata pure essa, come “La Friendzone non esiste”, bloccata per un certo tempo, per “esposizione di nudo” e “messaggi che incitavano alla violenza sessuale”.

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Orbene, questo era il mio post: 

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Ora, il doppio standard di Facebook nel bloccare pagine che vogliono denunciare fenomeni di razzismo e sessismo, e nel lasciare indisturbate le fonti di tali messaggi di violenza, è ben noto, non sta a me aprire qui un dibattito che ci porterebbe via troppo spazio, e d’altra parte non è nemmeno mia intenzione fare la vittima: come Socrate nel Critone, se accetto di aderire alle regole di una comunità mi prendo la responsabilità anche di subire un’interpretazione a mio parere fallace o sbagliata di quelle stesse regole. Approfitto però dell’essermi creato un mio spazio personale per dilungarmi un attimo su due questioni che emergono da questo increscioso episodio.
La prima è quella della difesa dello scambio incriminato, una difesa che a sua volta esaminerei in due parti, la questione della riservatezza e quella della – come l’abbiamo chiamata – goliardia.
Si è detto: “Era un gruppo segreto, quella conversazione non doveva uscire da lì”. Se è una conversazione innocua non c’è niente di male se qualcuno la diffonde al di fuori: al massimo si può decidere di espellere la talpa se le regole interne lo prevedono. Se invece è una conversazione che verte su argomenti delicati, o che rischia di mettere a rischio alcuni dei membri del gruppo, o che, come qui, si muove a un filo sottilissimo di distanza dall’apologia di reato, il confine diventa molto, molto più labile e ogni difesa di questo tipo potrebbe essere considerata al limite della complicità. Io stesso sono membro di gruppi segreti e non sentirei certo il dovere di intervenire per difendere altri membri di quei gruppi se scrivessero cose così preoccupanti. Permettetemi di farvi un esempio. Mettiamo che ci sia un gruppo segreto “Musulmani d’Italia” in cui a un certo punto i membri assistessero a questo scambio:

Abdullah: Comunque, ragazzi, ma se organizzassimo un attentato fatto bene potrebbero risalire a noi?
Kemal: Beh, se ti fai esplodere non ne paghi le conseguenze! Però almeno ne porteresti via con te un sacco! 😀 😀
Yusuf: Io so come si preparano le molotov: ogni tanto ci penso ad andare in giro con qualcuna di quelle, ma occorrerebbe un posto con tanta gente…
Safih: Giusto, come Piazza mercato sabato mattina alle undici, o l’IKEA la domenica pomeriggio. Basterebbe anche solo procurarsi una mitraglietta e sparacchiare un po’ in giro… 😀 😀

Poniamo che questo scambio scandalizzi un* dei membri del gruppo, il/la quale lo riporterebbe all’attenzione di un pubblico più vasto. Che cosa succederebbe? Personalmente non faccio fatica a immaginare che la paura sarebbe pervasiva, si urlerebbe ai musulmani invasori che “vogliono le nostre teste”, gente come Salvini e la redazione del Giornale non tarderebbe a metterci le mani sopra e a presentarlo a gran voce come la prova provata della preparazione di un attentato in Italia, al grido di “Alfano che fa, dorme?!” e così via, per tacere di episodi di xenofobia e islamofobia di cui moltissimi di noi si renderebbero testimoni o persino colpevoli… A quel punto si avrebbe un bel dire “Ma era un gruppo segreto” e “Ma stavamo scherzando!”: la prima scusa verrebbe rovesciata per chiedere che il gruppo stesso venga tolto se questo è il tenore delle conversazioni che avvengono lì dentro, mentre la seconda verrebbe – giustamente – percepita come un insopportabile affronto alle migliaia di morti del terrorismo islamico, dall’11 settembre (guarda caso, proprio oggi) all’ospedale di Quetta in Pakistan un mese fa. E ovviamente, il fatto che i difensori dello scambio sarebbero quasi esclusivamente musulmani o persone con nomi come Muhammad o Barak (e quasi nessuna Fatima) non aiuterebbe molto la difesa, perché si penserebbe subito che “si danno man forte tra di loro”. Perché questa reazione così veemente non c’è stata in questo caso e, laddove c’è stata, è stata zittita con la forza, tramite segnalazioni e insulti personali? Perché discutere amabilmente di come esercitare violenza sessuale viene considerato un argomento che non suscita scandalo o riprovazione, a prescindere dal luogo in cui ciò avviene?
Vengo con questo alla questione dell’“ironia”: in moltissimi si sono giustificati dicendo che era una cosa scherzosa, tacciando perfino di analfabetismo chi non l’avesse capito. A me non sembra ci sia niente da scherzare su una violenza sessuale. Un amico mi raccontò una volta di un personaggio che “si divertiva” a percorrere in motorino una strada dove si raccoglievano le prostitute per prendere a bottigliate in testa le transessuali che si prostituivano; una volta questo idiota scivolò col motorino e fu raggiunto dalle trans inferocite che ottennero la loro vendetta con uno stupro di gruppo, da cui l’infelice soprannome che costui si guadagnò di “Rottinculo”. Per quanto la vendetta atroce fosse ampiamente giustificata, non riesco a riderne: perché non riesco a non pensare all’intimità violata di questo ragazzo, per quanto spregevole egli sia. E se riesco ad avere compassione per questo deficiente, com’è possibile non averne per le centinaia di ragazze molestate, violentate, stuprate da amici, fidanzati, mariti, parenti, sconosciuti, e che ogni notte per anni avranno incubi su quei momenti, dovranno fare sedute di terapia, in molti casi somatizzeranno l’orrore con disturbo da stress post-traumatico, o con disturbi del comportamento alimentare? Come si può trovare tutto questo materia di ridicolo?! Come si può anche solo pensare di fare battute su questo? Sarebbe come farle sugli ebrei nei forni, o sui bambini che muoiono di fame, o sui migranti che affogano: se deve diventare oggetto di risa chi è povero, debole e infelice, tanto vale non ridere più!
Questa recente vignetta di Charlie Hebdo

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può essere ritenuta di cattivo gusto (e secondo me lo è) ma è stata attaccata ingiustamente quando si è detto che “non si fa ironia sui morti”; lì l’“ironia” (ma sarebbe meglio parlare di sarcasmo) era più che altro sulle costruzioni italiane, spesso instabili e pericolanti. O ancora, indietro nel tempo, la vignetta di Vauro sugli stupri di Colonia:

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questa era, almeno secondo me, una evidente e amarissima frecciata al femminismo a giorni alterni degli uomini europei, che difendono le donne violentate solo se gli aggressori hanno la pelle caffelatte ma fanno orecchie da mercante quando i colpevoli sono “dei loro”. Ho forse un senso dell’umorismo diverso per non cogliere l’ironia nel caso che stiamo discutendo? Possibile, ma allora vi chiederei qual era qui l’intenzione di critica sociale: su cosa si voleva “fare ironia”? L’ironia è uno strumento formidabile di analisi e critica, ha una tradizione filosofica e retorica lunghissima, ma troppo spesso in tempi recenti è diventata l’ultima spiaggia di chi dice una cazzata e non ha il coraggio di dire “ho detto una cazzata perché ho offeso qualcuno sapendo di farlo”. Allora sarà ironico anche il mio “sei una testa di cazzo e un(‘)ignorante se non capisci cosa vuol dire ironia”, no?! Invece no, si preferisce dire “ma era ironico!”, usando il termine altissimo di “ironia” per nobilitare quello che solo pochi anni fa si sarebbe chiamata appunto “goliardia”. Che poi: pure “goliardia” ha una sua crassa e rustica nobiltà, dal buttare i laureati nelle fontane a compiere improbabili (a volte francamente davvero nonnistici) riti di iniziazione sulle matricole. Qui si vuole solo giustificare con una scusa inconsistente il proprio desiderio di essere insindacabili, di poter scherzare su tutto, anche su drammi personali tutt’altro che comici. C’è chi si lamenta “Beh, ma allora non si può più scherzare su niente!” Come no?! Si può scherzare su chiunque scelga le proprie disgrazie! Si può scherzare sul malcostume, sui politici, sui ricchi, in poche parole su chi ha la possibilità di difendersi, non su vittime inermi che possono benissimo rimanere ferite dalle battutacce indegne di chi rutta offese come al bar sport.
Arrivo qui alla seconda questione a cui mi riferivo sopra, e di cui ho già dato cenni nella prima parte: quella, cioè, più inerente all’argomento generale del mio blog e della pagina e che emerge da una lettura non dei commenti in sé quanto dai nomi delle persone che li hanno vergati – e di cui non sono nemmeno disposti a prendersi la piena responsabilità. Prima di proseguire, vi chiederei di dare un’occhiata al resto della conversazione, in questo post pubblico della pagina “Il maschilista di merda – mdm” e in questo link, dove vengono proposti i commenti segreti, messo a disposizione dalla pagina “Antro della femminista”.

Notato niente di peculiare? Immagino avrete capito dove voglio andare a parare: senza fare statistiche particolari, balza subito agli occhi che la stragrande maggioranza dei commenti che difendono i ragazzi del gruppo sono di maschi. Come mai? Una diversa percezione dello stupro? Un diverso senso dell’umorismo? Spirito di gruppo? Forse tutte queste cose insieme ma qui vorrei parlare dell’ultima, lo spirito di gruppo (qualche cenno l’avevo già dato qui). Per citare Jack Urwin: “Nutro pochi dubbi che le risse degli adolescenti vengano combattute a causa del condizionamento sociale: quando hai 13, 15, 18 anni, la cosa che conta di più al mondo è sembrare il più figo possibile – per quanto vorrei che non fosse così. Se sei in grado di fare colpo sui tuoi pari a quell’età, ti sarà molto più facile vivere la tua vita, e buona parte di ciò che vivi in quegli anni formerà la tua personalità di adulto: quindi fai quello che devi fare al fine di sembrare un figo. Dite pure che la chimica degli ormoni avrebbe la sua parte in questo, ma fatevi questa domanda: se due ragazzi si insultano e non c’è nessuno nei paraggi a vedere come va a finire, e magari a creare un cerchio e urlare “RIS-SA! RIS-SA! RIS-SA!”, voi credete che abbiano più o meno probabilità di darsele?” [1] Una lealtà malata che porta a prendere le difese degli amici contro ogni evidenza del contrario: “Ma si scherzava!”, “Ma chi vi ha autorizzato a prendere questo screen?!”, e magari a cercare l’insulto più elaborato e pungente per guadagnare like, novello metro di misurazione della popolarità e dell’accettazione nel Gruppo.
Eppure temo che non sia nemmeno questo il punto. Tornate per un attimo all’esempio che ho fatto prima dei musulmani che “scherzano” su un attentato: perché, mi chiedo, in quel caso siamo lestissimi a vedere una connessione fra una manciata di esaltati e un miliardo e mezzo di persone, che comprenderebbe anche bambini e anziani, nonché le donne, mentre in questo caso abbiamo come una specie di paraocchi che ci impedisce di vedere ciò che dovrebbe essere palese? Anche i musulmani del mio sciocco esempio nella mia testa sono tutti maschi tra i 15 e i 30 anni, e non è certo un caso – così come là dove ho scritto fra parentesi “e quasi nessuna Fatima” era tutt’altro che un inciso inessenziale. È vero che molte donne hanno assorbito e ripropongono a ogni pie’ sospinto meccanismi mentali e ragionamenti maschilistici, ma sono i maschi che troppo spesso ripropongono quella che si è venuta a chiamare, non a caso, “mascolinità tossica”, un concentrato esplosivo degli attributi tradizionalmente attribuiti al maschio: aggressività, violenza, affermazione di sé, tendenza al rischio, all’emulazione di comportamenti rischiosi e violenti, all’aderenza allo standard di ciò che il “vero maschio” dovrebbe essere o fare, last but not least pressione dei pari. Moltissimi maschi partecipano di questi attributi, in misura o minore, e molti altri che non li ostentano apertamente ne subiscono comunque l’influenza (appunto perché non attenersi a quelli li fa sentire “meno maschi”); pochissimi sono quelli ormai liberi da questa cappa velenosa e odiosa che fa solo del male prima di tutto a noi stessi, oltre che a chiunque attorno a noi. E se in questo momento state pensando “Beh, ma non tutti i maschi sono così” rileggete l’ultimo paragrafo perché chiaramente avete capito molto poco; oppure, e sarebbe forse ancora più serio, non volete vedere il problema.
Nel caso che stiamo esaminando, un gruppo di maschi scherza su uno dei segni massimi dell’oppressione maschilista, il possesso fisico di una donna non consenziente. Lo ritiene un argomento legittimo, perché tanto nessuno di loro ha mai stuprato o lo farà. Ma è davvero così? E anche se fosse, questo giustifica il ridere e scherzarci sopra? E se qualcuno che non capisse l’“ironia” decidesse di provarci sul serio? Le battute, magari col faccione falsamente pacioso di Bill Cosby, “Perché sedurla quando puoi sedarla?” sono, ahinoi, ormai assai diffuse, ma per rendersi conto di quanto siano spiacevoli e a tutti gli effetti offensive, proviamo a capovolgere i termini. Se vivessimo in un mondo dominato nella società, nell’economia, nella politica, nella cultura, dalle donne, e gruppi segreti di donne parlassero di come sposare i maschi ricchi e belli “perché tanto gli altri sono inutili, potremmo anche farli fuori: tanto bastano quelli belli per migliorare il pool genetico, no?”, non ci sentiremmo offesi o inorriditi? In quel caso, il gruppo segreto o l’ironia sarebbero ancora delle scuse accettabili? Accidenti, che sciocco che sono: certo che lo sarebbero!… Scherzi a parte: perché si può scherzare su tutto ma appena si tocca l’ego dei maschi tutto passa in secondo piano? Perché viene ritenuta più grave una violazione della privacy che l’apologia di reato? Perché si è sollevata tutta questa polemica? Forse perché i nomi non sono stati oscurati? Spero proprio di no, perché si lascerebbe intendere che è perfettamente lecito pensare certe cose, purché non si sappia chi è che le pensa. Spoiler alert: sarebbero stati cancellati solo i cognomi, non i nomi, e da questi si sarebbe capito lo stesso che erano stati dei maschi… O ancora: urta il fatto di non poter scherzare più su certe cose perché ormai si è sviluppata una certa sensibilità, e le persone che un tempo erano vittime di queste battutacce ormai rifiutano di cedere ancora il passo? Sappiate che questa è la stessa risposta di Clint Eastwood quando un mese fa disse che quando era giovane lui certe cose non erano considerate razziste, a questo proposito vi esorterei a leggere questa considerazione in merito a quell’episodio. 
In conclusione, sapete qual è la cosa che mi fa più rabbia? Che si faccia tanto i bulli quando si è protetti dalla segretezza ma quando si viene scoperti non si abbia nemmeno il coraggio di ammettere di aver detto delle pure cazzate: invece si sente la necessità di fare ricorso alle scuse più improbabili pur di non assumersi le proprie responsabilità. Proprio un comportamento maturo, da “vero maschio”…

E.

[1] J. Urwin, Man Up, London, 2016, p. 77

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7 pensieri su “Stuprare, sì, ma con ironia

  1. credo che le risse si combatterebbero anche senza pubblico che ti incita oltretutto anche le adolescenti femmine si picchiano. Aggressività, affermazione di sè e tendenza al rischio non sono esclusivamente maschili (anche le donne possono possederle) e non sono negative di per sè, dipende da chi le esercita, come le esercita e per quali scopi. Sono d’accordo su tutto il resto.

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    1. Senz’altro: il punto è che sono qualità che vengono attribuite da quasi tutte le civiltà in quasi tutte le epoche ai maschi; da qui la designazione di “mascolinità tossica” quando portano a fare del male a se stessi o ad altri.

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  2. D’accordo su tutto tranne “Come si può trovare tutto questo materia di ridicolo?! Come si può anche solo pensare di fare battute su questo? Sarebbe come farle sugli ebrei nei forni, o sui bambini che muoiono di fame, o sui migranti che affogano: se deve diventare oggetto di risa chi è povero, debole e infelice, tanto vale non ridere più!”

    Sulle disgrazie si può, si deve ridere. Il punto è COME.
    Esistono battute molto belle sugli ebrei e i forni, sul cancro, sulle deformazioni. Sono un modo per ribaltare il male e renderlo sopportabile.
    La questione non è “soggetto dell’ironia” bensì “stile dell’ironia”.
    Quei ragazzi stavano facendo goliardia, che è un tipo di ironia anche violenta. Facciamo l’esempio della fratellanza universitaria dei Goliardi (chi ne è stato vittima lo sa), o di Arancia meccanica. Loro scherzano, certo, ma il fine non è quello di ribaltare la realtà per migliorarla, è quello di sentirsi migliori e superiori, e schiacciare gli indifesi.

    Il sarcasmo, la satira, lo humor nero, invece, hanno come soggetto le miserie umane, e servono a farcele sentire più leggere. Non schiacciano, nessuno subisce se non chi ha un senso dell’umorismo più sensibile, e non ha imparato a ridere dei propri difetti e delle proprie miserie. Si riconosce facilmente da una regola: “non sei migliore di quello che denunci”. Una battuta molto bella sullo stupro nei confronti di persone incoscienti è nel cartone Bojack Horseman. La gufetta è stata in coma 30 anni, e dice “sono 30 anni che non faccio sesso. Almeno, spero”. Si ride amaro, non ci si spancia, ma è divertente.
    Se proprio non ridi pensi “cazzo, succede, non lo può sapere”. Pensi a Kill Bill, come minimo.

    Il punto è che quei ragazzi stavano sì scherzando tra loro, ma con un fine aggressivo, prevaricatorio. Non c’era alcuno stile satirico, di humor nero.
    Scherzavano di un possibile scagionamento, di una vittima che era un oggetto, e nei confronti della quale loro erano solo dei violenti, attivi contro il passivo.
    Parlavano di uscire indenni da un reato se nessuno si accorge di nulla, e non c’era alcun paragone atto a ribaltare questo atteggiamento. (non so, sarebbe stato così se avessero parlato di subirlo, lo stupro, oltre che attuarlo. Scherzare tra di loro sullo stare attenti a cosa si dà da bere o da mangiare, che potrebbe esserci dentro un ipnotico. Lo hanno fatto ne I Griffin, lo hanno fatto in Arrested development. Si può fare, dipende COME)

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  3. Ti ringrazio per questo articolo, che dice, forse, tutto quello che avrei voluto dire io a riguardo.
    Penso che la maggior parte di noi donne, prima o poi nella vita, abbia a che fare con un fidanzato, un marito o una frequentazione che davanti ad un nostro “NO”, cercherà comunque di andare al sodo e spesso ci riuscirà. La maggior parte di noi conosce il tipo di umiliazione subdola che scatena questo comportamento del “mi è dovuto perché sei mia”. E sto parlando della versione meno pesante o invasiva dell’atto, della versione dove si è consenzienti verso quella persona nel 99,9% dei casi.
    Inutile quindi anche solo provare a pensare quanto allo stomaco possa colpire vedere qualcuno “scherzare” così se lo stupro è quello del dolore, della sofferenza, del trauma.
    È vomitevole ed abbiamo bisogno di più bocche spalancate davanti a comportamenti simili.
    Oltretutto vorrei far notare come un mese fa, forse due, al telegiornale si parlasse di un ragazzo vittima di violenza sessuale da parte di un altro uomo e quanto abbia sconvolto anche solo in casa mia che un uomo abbia violato un altro uomo.
    In quel caso mani al cielo, panico, oscenità, È PIÙ INVASIVO SE LO RICEVE UN UOMO.
    Detto questo, dopo questo flusso di coscienza piuttosto lungo e forse sconnesso, posso dire semplicemente che mi dispiace per loro e per il modo in cui questa moda del “tutte cagne” “cloroformio” e varie, li abbia resi dei mononeuronici incapaci di muoversi nella società civile senza sembrare delle cavolo di bestie.
    Ci terremo il nazifemminismo, tanto vale.

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    1. Io invece rilevo una certa schizofrenia nei confronti dello stupro sugli uomini: da un lato lo si sminuisce, o lo si considera materia di ridicolo; dall’altro si vorrebbe far credere che è perfino più diffuso che lo stupro su donne, e non posso non pensare che i pochi e confusi dati che si hanno sulla questione vengono piegati a seconda delle esigenze “politiche” di chi ha piacere sfruttare l’una o l’altra interpretazione :/
      D’accordissimo su tutto il resto, grazie del commento! ^_^

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  4. L’ha ribloggato su Felicita Ratti's Bloge ha commentato:
    Ri-bloggo questo articolo aggiungendovi alcuni miei pensieri che si discostano, in parte, dalla posizione presa nel post-fonte.
    Dell’articolo originale apprezzo molto 1) l’attenzione posta al problema della censura un po’ bizzarra attuata da Facebook 2) l’astuto paragone con una simile conversazione virtuale su temi sui quali l’uomo occidentale medio è leggermente più sensibile che non sullo stupro delle donne.
    Il mio personale pensiero è che…sì, è possibile fare dell’ironia, del sarcasmo, della satira, dello humour nero anche su temi come lo stupro. Su questo mi distinguo fortemente dall’ondata di politically correctness a tutti i costi ed aggressiva che pare aver invaso i social network ultimamente. È essenziale, però, nel farlo, tenere conto della forma, dei modi, del contesto. Se faccio un’uscita sarcastica con un amico con cui ci si conosce, evitando sia di causare equivoci, sia di traumatizzare potenzialmente una persona affetta da PTSD. Se pubblico freddure secche a tema su blog dedicati a satira o humour nero, o se le recito in un contesto quale una finzione teatrale mi dovrebbero leggere/sentire solo gli interessati al genere, e il contesto è chiaro. Se eventuali scrittori poi dovessero essere cripto-stupratori, sarebbe problema della giustizia e non della scure di solito parecchio pasticciona della giustizia.
    Se però in un gruppo di conoscenze virtuali, con potenziali sconosciuti, ci si lascia andare a lunghe conversazioni su ipotesi e metodi per stuprare una donna sedata senza farsi beccare, il sospetto che qualcuno stia realmente premeditando un reato c’è, ed è forte, e verrebbe a chiunque. Perlomeno, a chiunque sia dotato di basilari capacità di comprensione di lettura e di fiutare possibili personalità non proprio equilibrate. Nella migliore delle ipotesi, chi scrive di queste cose è qualcuno con una completa ignoranza di quello che era il programma di italiano delle medie e delle superiori dei miei tempi, nonché di come funzionano una società ed uno stato moderni. Nella peggiore, siamo davanti ad un covo di stupratori. Più verosimilmente, mi viene da pensare che vi sia grossa confusione rispetto a cosa siano il consenso, a cosa sia il diritto di tutti i partecipanti ad una scopata di discutere cosa e come fare e di godere, allo status di persona umana (che evidentemente non vale per tutti); una confusione nella quale sicuramente regnano i sopracitati ignorantoni, e probabilmente si nasconde anche qualche stupratore/stupratore in fieri.

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