“La sensazione di fastidio data dall’uguaglianza è solo il fastidio di perdere un pochino del proprio privilegio”

(traduzione di C. Boeskool, ‘When You’re Accustomed to Privilege, Equality Feels Like Oppression’, The Boeskool, 05/03/2016)

Non mi hanno mai preso a pugni – per lo meno non in un vero combattimento. Non sono un gran lottatore, immagino: mi trovo meglio nei dibattiti. Né “ho paura” di finire in un combattimento: ci sono state molte occasioni in cui mi sono ritrovato in situazioni in cui c’erano buone probabilità di arrivare ad uno scontro fisico. È solo che non mi vedo nella parte del tizio che tira il primo pugno: di solito sono quello che sdrammatizza, con la logica o l’umorismo. E una delle cose che capitano se si è quel tipo di persona, è che tendo a non andare molto a genio all’altro tipo di persona, quella che si scalda facilmente, almeno non al nostro primo incontro: magari in seguito, ma non sempre. Non si può piacere a tutti…
Quando mi trasferii a Nashville, Tennessee, non conoscevo pressoché nessuno; trovai però un lavoro come cameriere il mio secondo giorno, e dopo non molto tempo ero uno dei camerieri preferiti dei gestori, il che significava per me turni migliori, migliori posizioni e più soldi. Circa nove mesi dopo il mio arrivo lì, venne assunto un nuovo ragazzo e ci detestammo all’istante: a lui non piaceva il mio fare arguto e a me non piaceva il modo che ebbe di entrare e muoversi da subito come se fosse casa sua. Si muoveva con questo fare sicuro e arrogante, come se il mondo fosse suo e ci concedesse il privilegio di esistere se gli fossimo rimasti lontani.
Giravano pure delle voci secondo cui questo qui era stato in prigione, ed era palese che non era uno che sdrammatizzava: era quel giovanotto tutto muscoli che sapeva esattamente come ottenere quello che voleva, e lo si poteva percepire che, appena sotto la superficie, c’era sempre questa energia irrequieta che in silenzio ti sfidava a dire qualcosa. Intimidiva. Mi diede quindi un po’ fastidio quando, solo un mese dopo aver cominciato a lavorare lì, si trovava già assegnato ad alcune delle posizioni buone: un’altra bocca da sfamare voleva dire meno soldi per me – anche se va detto che era bravo in quello che faceva.
Eppure, niente di quello che faceva mi dava ai nervi quanto questo: quando Chuck (lo chiameremo Chuck. Non si chiamava Chuck ma era di certo un nome nella categoria dei nomi alla Chuck, senz’altro non un nome dolciastro come Chris), dicevo, quando Chuck camminava verso di te, si aspettava sempre che fossi tu a dovergli cedere il passo, anche se non faceva così quando camminava incontro a delle ragazze. Ma se lui e un altro ragazzo (soprattutto io) ci stavamo per incrociare, lui si muoveva diritto verso l’altro ragazzo, senza cercare nessun contatto visivo, e dava sempre per scontato che lui aveva il diritto di procedere. In caso contrario, ti saresti scontrato con questa massa compatta e solida di aggressività che sembrava giusto attendere che qualcuno mettesse in discussione la sua marcia. In effetti, questa poteva essere la descrizione perfetta di come Chuck viveva la sua vita: camminando deciso verso le altre persone aspettandosi che fossero loro a cedergli il passo. Finché un giorno…
Finché un giorno ne ebbi abbastanza. Non facevo che pensare: “Perché devo sempre scansarmi io?” Praticamente chiunque altro al mondo sembrava essere d’accordo sul fatto che se due persone camminano l’una in direzione dell’altra, entrambe cedono il passo un pochino facendosi da parte su un lato. Che cosa dava a questo qui la presunzione di aspettarsi che fossi sempre io a cedergli il passo? E a quel punto cominciai a formulare un altro pensiero: “E se non mi muovessi? E se continuassi anch’io a camminare?”
Mi ero stufato di sottomettermi, e quella sera, mentre procedeva a passo spedito verso di me nella corsia del ristorante (camminiamo entrambi piuttosto velocemente), io camminavo verso di lui – ma non mi spostai. Non sono molto grosso ma sono abbastanza robusto da opporre resistenza (soprattutto quando mi sto per scontrare) e il colpo lo fece vacillare. Proprio davanti ai clienti esclamò: “Ma che cazzo, amico!” Gli chiesi “Tutto a posto?” Era furibondo e ci teneva a sapere perché gli fossi andato addosso; gli dissi “Chuck, stavo solo camminando. Perché davi per scontato che mi sarei fatto da parte?” Mi seguì per tutto il ristorante, cercando di provocarmi e far crescere la tensione: finì per bloccarmi a un tavolo e quando ebbi detto qualcosa del tipo “Benvenuto sul pianeta Terra!”, mi colpì al petto, ma forte: non il genere il colpo dove appoggi le mani sulle spalle dell’avversario e lo urti. Fu il colpo delle sue mani rapidissime contro il mio petto, con un tonfo piuttosto forte. Con la pressione dei suoi muscoli da palestrato scaricata su di me – la persona che osava mettere in discussione il suo diritto al passo – mi ritrovai sospinto un metro più in là.
Mentre mi ritraevo da lui, potevo sentire il cuore battermi in gola: pensai a cosa potevo fare, se dovevo parlare con il direttore (non sembrava tanto una buona idea), se dovevo dire qualcos’altro a Chuck (questa mi sembrò un’idea ancora peggiore)… Mi risolsi semplicemente ad evitarlo e a farlo sbollire. Circa un quarto d’ora dopo, il direttore mi richiese: disse che un ospite aveva visto Chuck che mi dava uno spintone e aveva deciso di sporgere reclamo (anche se lo descrisse come una botta, laddove era stato a tutti gli effetti uno spintone). Gli raccontai ciò che era successo, del fatto che lui dava sempre per scontato che gli cedessi il passo e che quella volta gli ero andato incontro senza scansarmi, e conclusi parlando della discussione e dello spintone. Il ristorante apparteneva a una catena, perciò egli prese tutto molto sul serio: compilò un modulo, mi chiese se volevo denunciarlo e mi disse che se lo volevo fuori da lì lui poteva licenziarlo in tronco. Risposi che non volevo fargli perdere il lavoro; speravo solo arrivasse a riconoscere che le altre persone avevano lo stesso suo diritto di stare lì.
Mi è capitato di ripensare di recente a questa storia il momento in cui lessi questa citazione stupenda (mi sono impegnato duramente a cercare l’attribuzione ma ho sempre trovato “Autore ignoto”):

“Quando sei abituato al privilegio, l’uguaglianza ti sembra oppressione.”

Fu a quel punto che capii il senso di molte cose: la rabbia che vediamo nelle persone che urlano All Lives Matter! in risposta alle marce di protesta dei neri; la rabbia che vediamo in coloro che insistono che la loro “libertà religiosa” è violata dal desiderio di una coppia omosessuale di sposarsi; la rabbia che vediamo contro gli immigrati, contro i musulmani, contro il “politicamente corretto”, contro il fatto di essere additati come razzisti o sessisti se si dicono cose razziste o sessiste… Di fatto si riduce tutto a persone che si sono abituate col tempo a camminare contro altre persone e a dare per scontato che sarebbero state loro a scansarsi. Perciò quando “quelle persone” sul loro cammino non si spostano, quando quelle persone iniziano a domandarsi “Perché devo sempre scansarmi io?”; quando quelle persone iniziano a domandarsi “E se non mi muovessi? E se continuassi anch’io a camminare?”; quando quelle persone cominciano a credere di avere tutto il diritto a procedere serenamente attraverso la corsia come chiunque altro, può perfino apparire a quegli altri che i loro diritti siano loro tolti.
L’uguaglianza può dare la sensazione dell’oppressione, ma non è così: la sensazione che si prova è solo il fastidio di perdere un pochino del proprio privilegio, lo stesso fastidio che prova il bambino figlio unico quando va all’asilo e scopre che ci sono altri bambini che vogliono giocare con gli stessi giocattoli. È un po’ come un vecchietto abituato a una piscina comunale tutta sua quando la piscina viene aperta a tutta la cittadinanza: a quel punto il vecchietto urlerà “Ma è un MIO diritto nuotare in una piscina da solo!”
Quello a cui assistiamo ora sulla scena politica è rabbia da entrambe le parti. Da una parte vediamo persone arrabbiate perché “quelle persone” vengono ammesse nella “nostra” piscina, perché devono condividere i giocattoli con gli altri bambini della classe; sono arrabbiate perché vengono additate come “razziste” solo perché dicono cose razziste ed esprimono pensieri razzisti; sono arrabbiate perché devono mettere in conto l’esistenza di altri che possono volere camminare verso di loro ed esercitare questa assurda pretesa di esistere. Dall’altra parte vediamo persone che credono che la piscina sia aperta a tutti; che quando i figli fanno i capricci all’asilo insegnano loro che condividere è la cosa giusta da fare; che stanno attente al linguaggio da usare in modo da mostrarsi rispettose delle altre persone; che cercano di mostrarsi solidali con coloro che reclamano il loro diritto di esistere, ovvero quelli che sono giustamente arrabbiati di dover sempre scansarsi, che si domandano “E se continuassi a camminare?”
E voi, che tipo di persona siete?

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Protesta di un gruppo di suprematisti bianchi in Georgia nell’aprile 2016 (Fonte: VICE News)

Dovrei far presente in conclusione che alla fine Chuck e siamo siamo diventati amici: a dimostrazione del fatto che anche persone che vedono il mondo in modo molto diverso possono andare d’accordo se sono aperte al cambiamento e sono disposte a cercare di guardare il mondo attraverso gli occhi di un’altra persona. C’è speranza.

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Un pensiero su “L’abitudine al privilegio, l’oppressione dell’uguaglianza

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