N. van der Gaag, Feminism and Men, London, 2014, pp. 246, £14.99

Anche se la copertina di un libro sulle questioni di genere, con questi caratteri squadrati bianchi e gialli su fondo nero, potrebbe far pensare ad un libro molto violento, dai toni noir, Feminism and Men di Nikki van der Gaag è tutt’altro che cupo o pessimista. Certo, ci sono numerose, ancora troppe, zone oscure nei problemi da lei esaminati, ma anche molti raggi di luce.
Questo libro vuole essere una carrellata dei principali problemi in cui un maggiore impegno degli uomini può dare risultati nelle questioni di disuguaglianza di genere in favore di una maggiore equità e giustizia. L’autrice lo introduce con una prefazione (pp. 1-14) in parte storica, in parte bibliografica, ma in parte anche metodologica; perché questo è un libro che è stato preparato non solo con il supporto della letteratura saggistica e sociologica precedente, ma anche con ricerche in tutto il mondo, dati raccolti da istituti e organizzazioni autorevoli, e soprattutto con un ampio ed elaborato sondaggio d’opinione ad hoc, presentato ad attivisti e attiviste che si sono espressi sui punti principali del dibattito. L’autrice parte dall’esperienza personale di un figlio maschio piccolo per auspicare che la prossima generazione di uomini e di donne sappia lavorare insieme per superare le ancora tante difficoltà, pregiudizi e ostacoli che obbligano uomini e donne a restare confinati nei ristretti ruoli di genere tradizionali.
I sei capitoli trattano, nell’ordine: la considerazione che nell’ambiente dell’attivismo si ha del ruolo dei maschi (Beyond the Binaries: Feminism and Men, pp. 15-46); gli stereotipi di genere, dall’immagine del corpo a ciò che vuol dire “essere un vero uomo” (Shifting Cultural and Social Attitudes, pp. 47-83); come i diversi approcci all’istruzione e alle cure mediche personali influenzino la crescita personale e la percezione che maschi e femmine hanno di se stessi e dell’altro genere (No Zero-Sum Game: Education and Health, pp. 84-110); che cosa impedisce alle donne di accedere al mercato del lavoro, il divario nei salari e se e quanto gli uomini siano disposti a cedere le posizioni di potere e prestigio (Giving Up Power? Women, Men and Work, pp. 111-142); qual è il ruolo dei padri e se e quanto gli uomini sono interessati ad essere dei buoni genitori (The Fatherhood Revolution?, pp. 143-176); il lato oscuro della mascolinità, ovvero la violenza maschile, ovviamente sulle donne, ma anche su altri maschi (Proving their Manhood: Men and Violence, pp. 177-209).
Nel primo capitolo l’autrice sostiene che escludere gli uomini dalle rivendicazioni femministe non porta da nessuna parte, mentre d’altra parte concentrarsi, come fanno alcuni movimenti reazionari (come gli MRA), solo sui problemi degli uomini in un’ottica antifemminista è un approccio sterile. Per tutta la sua indagine l’autrice segue questo approccio: elenca dati, riporta riflessioni personali, di attivisti/e e delle persone intervistate, espone le contraddizioni trovate. Emergono quindi alcune sorprese. Per esempio, se stupisce tutto sommato poco che la questione della disparità salariale sia molto complessa, perché incide su schemi sociali spesso ancora arcaici, d’altra parte, è molto stimolante vedere come le questioni si richiamino a distanza. Se in molte parti del mondo sussiste ancora la convinzione che la moglie deve stare in casa e il marito deve fornire il sostentamento alla famiglia, questo diventa un problema quando l’uomo si trova senza lavoro, perché si trova “costretto” a stare inattivo, in una posizione che lo fa sentire “meno uomo”; a volte condivide i lavori domestici, soprattutto se la moglie lavora e il suo lavoro l’ha mantenuto, una cosa che però rischia di rendere l’uomo oggetto di scherno; altre volte ancora egli cede allo scoraggiamento, indulge in vizi pericolosi come l’alcool e il gioco e compromette non solo la serenità psicologica della famiglia ma anche la loro stessa sicurezza personale tramite la violenza, alimentando a sua volta la trasmissione della violenza di genere ai figli; e ovviamente stare al lavoro, o a casa, incide sulla percezione che il padre ha del proprio ruolo di genitore, e sorprende qui vedere come il desiderio di essere un modello positivo per i figli sia tutt’altro che eccezionale, e che padri da tutte le parti del mondo riconoscano di voler essere ammirati dai figli anche per la loro disponibilità a mettersi in discussione contro la pressione sociale e gli stereotipi tradizionali.

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Chi ha detto che se si è supermuscolosi non si può essere bravi papà? (fotogramma da The Incredibles, 2004) 

Una ricchezza di questo libro (e un’altra delle sue sorprese) è appunto il continuo riferimento a esperienze, spesso positive, da tutto il mondo: dagli Stati Uniti al Perù passando per El Salvador, in Sud Africa, Etiopia ed Egitto, e poi dalla Francia e dal Regno Unito all’India e alla Cina attraverso il Pakistan… Parlano le donne, gli uomini, le attiviste, e soprattutto gli attivisti delle numerose associazioni di volontariato che sensibilizzano contro la violenza di genere e in favore di una mascolinità diversa, che non si basi sic et simpliciter sull’affermazione violenta di sé. Molte di queste esperienze da tutto il mondo vengono raccontate in istruttive sezioni, messe in evidenza in box a parte.
È un’indagine relativamente agile per essere così complessa, e infatti rimangono fuori alcune cose su cui l’autrice si sarebbe forse potuta pronunciare. Tra di esse ho individuato almeno la questione del linguaggio sessista: permane in molti uomini l’opposizione a innovazioni nella lingua quando si sia riconosciuto che il linguaggio perpetua discriminazioni; come pure il ruolo delle donne nella società: è un argomento trattato in parte nel cap. 5, sulle donne nel mondo del lavoro, ma per esempio dal punto di vista accademico l’operato di molte donne nella storia passa ancora oggi sotto silenzio, e non posso non pensare che ci sia una specie di malcelato disinteresse o addirittura di disprezzo da parte degli studiosi maschi per i contributi femminili in ogni campo, dalla medicina all’aeronautica, dalle lettere alla musica; e ancora, il ruolo dei mezzi di comunicazione (televisione, stampa, cinema, pubblicità…) nel fornire modelli positivi, o al contrario nel tramandare quelli vecchi. Ma la questione che veramente avrebbe secondo me meritato un accenno, e non di sfuggita, è quella, pur scottante e dibattutissima, della prostituzione: un uomo che si opponga alla mascolinità tradizionale può ancora sentirsi in diritto di acquistare del sesso da donne spesso vittime di una tratta schiavistica? È un problema serissimo, a livello mondiale, su cui si parla sempre poco, soprattutto perché ci si concentra sempre (giustamente, per carità) sulle vittime, ma quasi mai su chi di esse si serve, chi in altre parole alimenta la domanda e il mercato: i clienti. Probabilmente van der Gaag avrà voluto evitare del tutto la patata bollente ma mi sarebbe piaciuto spendesse almeno qualche parola su questo.
Nel complesso, però, è un libro che ho letto molto volentieri, con molto interesse e traendone grande profitto (e da cui, egoisticamente, trarrò moltissimi spunti e informazioni che vi segnalerò volta per volta sulla pagina FB del blog) e di cui elogerei in particolare l’attenzione ai dati, l’interesse per esperienze di attivismo da tutto il mondo, e l’equilibrio nel giudizio dimostrato dall’autrice, obiettiva ma non asettica, e impegnata ma mai partigiana. Vorrei riportarvi per finire le ultime parole della conclusione e una vignetta di un artista brasiliano, che vorrei dedicare ai molti uomini che nelle varie realtà di cui si parla nel libro si dedicano nel loro piccolo a cambiare le cose.
“Le disuguaglianze di genere privano le donne dei loro diritti e gli uomini della loro umanità. Un ritorno a versioni tradizionali della mascolinità e della femminilità, per quanto possano essere auspicato dai conservatori religiosi e dai movimenti per i diritti del maschio, non è un’alternativa: le donne non torneranno al loro posto, sono gli uomini che devono cambiare, cedere un po’ del loro potere e del loro privilegio nell’interesse di liberare se stessi dal modello, storicamente rigido, di cosa significa essere un maschio.
Ho scritto nel primo capitolo di come la domanda di mio figlio sul suo posto nella storia femminista abbia stimolato le prime idee per questo libro. Non voglio che quella domanda rimanga senza risposta per la prossima generazione di maschi: è tempo che il femminismo includa attivamente gli uomini e che gli uomini abbraccino il femminismo. La lotta per l’uguaglianza di genere dipende da questo.” (p. 213)

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“Allora, vorresti cambiare il mondo da solo?” “Non solo solo: siamo solo dispersi… ma ci stiamo già raccogliendo.”
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2 pensieri su “Recensione: “Feminism and Men” di Nikki van der Gaag

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