Se a dispetto dei loro proclami gli MRA non si preoccupano degli uomini, è perché troppo spesso sono più interessati a parlare contro le donne. 

(traduzione di J. Gilmore, Why don’t men’s rights activists fight for men’s rights?, Herald Sun, 25/08/2016) 

Gli MRA [abbreviazione spesso usata, anche in italiano, di Men’s Rights Activists, N.d.T.] sono gente che riesce a farsi sentire: hanno siti internet, profili social, canali Youtube, tutti dedicati a ciò che essi chiamano, impropriamente, “attivismo per i diritti del maschio”. Eppure quando tutto questo loro attivismo parla dei diritti del maschio e della mascolinità in relazione al femminismo o alla violenza sulle donne, non sta parlando in favore dei maschi, ma contro le donne. Gli uomini hanno un bisogno disperato di aiuto, quindi perché le loro speranze vengono disattese da coloro che in teoria lottano per loro?
I siti MRA, e lo spazio dei commenti sotto pressoché ogni singolo articolo che parla della violenza sulle donne, sono pieni di uomini che contestano con rabbia i dati incontrovertibili sul numero esagerato di vittime femminili della violenza domestica. Questo non è un attivismo che mira a creare dei servizi per i problemi degli uomini: questo è il rancore che si prova quando si vedono le persone credere alle donne che parlano della violenza patita per mano di un uomo, ed è anche la rabbia per l’assistenza data alle donne che vi devono sfuggire.
Si tratta di una lotta bizzarra, considerando che la violenza domestica e sessuale sono praticamente le uniche aree ad alto rischio in cui le vittime maschili sono in minoranza, in quanto, in quasi ogni altro contesto che metta a repentaglio la vita, gli uomini sono molto più in pericolo delle donne: gli uomini commettono suicidio quattro volte più delle donne (oltre 2000 uomini si sono uccisi in Australia nel 2014, e questa è una tragedia sconvolgente); gli uomini, inoltre, hanno molte più probabilità di essere uccisi e aggrediti delle donne, un probabilità doppia di morire per cancro e overdose da stupefacenti e una probabilità tripla di morire in incidenti automobilistici. Un impressionante 92% delle oltre 36000 persone nelle carceri australiane sono uomini, e sempre gli uomini soffrono di dipendenza dal gioco d’azzardo due volte più delle donne e del consumo di sostanze stupefacenti molto più delle donne. Questi sono numeri sconcertanti, che dimostrano un problema di genere di tipo sistemico, che provoca conseguenze terribili per gli uomini; eppure essi ricevono molta poca attenzione.

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(iStock)

Se gli MRA si preoccupassero davvero di parlare in favore degli uomini, ci sarebbe una produzione massiccia di articoli d’opinione, inchieste, interviste con attivisti impegnati sul campo per parlare delle cause e delle conseguenze di questi problemi; assisteremmo a petizioni per inchieste governative e finanziamenti sostanziosi per la ricerca di soluzioni. Degli uomini che fossero veramente attivisti in favore degli altri uomini, rinuncerebbero alla propria carriera e al proprio tempo per dedicarsi a centri di assistenza gestiti da volontari per le migliaia di uomini la cui vita è a rischio per questi problemi. Eppure non sono gli MRA a fare questo. Una delle risorse esclusivamente dedicate a intervenire sul campo, Australian Men’s Shed Association, è un progetto piccolo ma lodevole, e molto efficace: offre una comunità, riduce l’isolamento, e consente agli uomini di avere uno spazio in cui parlare, trovare consolazione e sostegno quando ne hanno bisogno; e nulla sul sito o nei programmi si riferisce alle donne, in quanto si concentra solo su problemi di salute e benessere degli uomini. Forse è questo il motivo per cui è così efficace.
Un’indagine di Rural Health ha rilevato che i partecipanti a Men’s Shed sono “uomini per la maggior parte in su con l’età o in pensione, madrelingua inglesi, con scarsa istruzione secondaria”. Il modello di Men’s Shed dimostra un indiscutibile successo nel salvare vite e nel migliorare la salute degli uomini che vi prendono parte, perciò ha senso immaginare che estenderlo in modo da coprire anche ragazzi e uomini più giovani potrebbe essere altrettanto efficace; perché questo non è in cima al programma degli MRA? Se così tanti uomini muoiono senza necessità e soffrono in modo tanto sproporzionato per il carcere o dipendenze varie, gli MRA che hanno genuinamente a cuore il benessere degli uomini dovrebbero di certo avere ogni interesse a prendere almeno in considerazione una delle poche alternative che si è dimostrata foriera di un cambiamento positivo; eppure, siti come menrights.com.au non la nominano neppure.
È difficile evitare la conclusione che il motivo per cui questo interesse non c’è è che gli MRA non agiscono tanto in favore degli uomini, quanto contro le donne. Prendete, per esempio, il recente annuncio fatto dal governo dello Stato del New South Wales di un investimento di 13 milioni di dollari nell’arco dei prossimi quattro anni per un progetto del tutto innovativo che mira a fornire supporto agli uomini vittime di violenze domestiche. Si tratta di una grande iniziativa: nessuno dovrebbe mai subire la violenza domestica, e se questo accade, le vittime non dovrebbero certamente essere lasciate sole. Gli MRA intervengono spesso con fervore in sostegno delle vittime maschili di violenza domestica, e non c’è dubbio che questo provvedimento risponde al loro attivismo; tuttavia è preoccupante che questo occasionale successo nel fornire supporto agli uomini sembra, in larga misura, spinto dalla rabbia che la maggior parte del sostegno alle vittime di violenza domestica sia rivolta alle donne. È allo stesso tempo triste e incomprensibile che l’attivismo per i diritti del maschio sia così pugnace nell’unico settore in cui le donne sono più a rischio, e ignori tutte le aree di più autentico e vero pericolo per gli uomini.
L’attivismo degli MRA contro le donne non è nuovo: ha innervato l’intera storia del movimento, che era cominciato come risposta agli inizi del movimento di liberazione delle donne. Una delle prime attestazioni di uno scritto di ispirazione MRA è rintracciabile in un articolo apparso nel 1856 nel Putnam’s Magazine: in esso l’autore deprecava i cambiamenti che le donne stavano imponendo alla società americana, i quali significavano che “il marito non può alzare un dito sulla moglie per punirla, se non vuole rischiare di essere denunciato per aggressione verbale e fisica; rischiare forse il divorzio; oppure, cosa ancora peggiore, essere additato dai vicini come un violento.” Nel 1908 Ernest Belfort Bax, considerato talora il padre del Men’s Movement, scrisse The Legal Subjugation of Men, una risposta al vetriolo ai cambiamenti introdotti nel diritto civile e penale inglese a seguito del movimento suffragista. Egli auspicava “l’abolizione del moderno privilegio femminile” e si scagliava contro “la malizia di persone, sempre donne, che di fatto montano i casi di stupro o li provocano”, spingendosi a descrivere il caso di una quattordicenne che si era recata alla polizia per denunciare gli abusi che lei e la sorellina di undici anni avevano subito dal padre come “una delle più velenose civette che abbia mai incontrato”.
Questa retorica che presenta le donne come false accusatrici di stupri e violenze domestiche, e questa ira per il fatto che siano gli uomini a essere tenuti a contribuire al sostegno economico dei loro figli, è a tutt’oggi la base del moderno movimento per i diritti del maschio. È triste che per loro sia cambiato così poco in così tanto tempo, ma è ancora più triste per tutti noi che essi stiano fallendo in modo tanto eclatante nell’aiutare gli uomini che sostengono di rappresentare.

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