ManTalks vuole allontanarsi dalla cultura ultravirile e machista per incoraggiare gli uomini ad aprirsi e a parlare delle proprie emozioni.

(traduzione di R. Russell, This Event Encourages Men to Open Up and Talk About Their Emotions, Torontoist, 22/08/2016) 

Anni addietro, in un periodo in cui soffriva di dipendenze e depressione, Connor Beaton si sentì come se non avesse vie di fuga. Nonostante gli uomini abbiano numerosi spazi per interagire (bar, spogliatoi in palestra, corsi di golf…), questi non sono spazi che incoraggino impegnative discussioni sulle proprie emozioni. A quel tempo, inoltre, Beaton non aveva un gruppo di amici con cui si sentiva a proprio agio ad aprirsi; pensava che gli uomini fossero tenuti a gestire le proprie difficoltà da soli, a non chiedere aiuto. 

Afferma: “mi sentivo un enorme fallimento, perché ero in difficoltà e non potevo risolvere la cosa da solo; mi sentivo come se fossi l’unico ad essere a terra, in un certo senso, o anche che ero un uomo fallito.” Quando riuscì a confidarsi con un amico intimo, l’amico gli disse che anche lui aveva avuto difficoltà personali e che aveva tentato il suicidio il mese prima. Beaton si rese conto che altri uomini passavano momenti difficili ma non parlavano delle “cose di cui dobbiamo parlare per realizzarci al meglio nella nostra vita”. 

Questo ha indotto Beaton a creare ManTalks, una serie di eventi mensili a Vancouver dove gli uomini parlano di argomenti disparati, dal superare le difficoltà al creare rapporti, tutto con uno scopo complessivo: creare uomini migliori. 

Il secondo appuntamento con ManTalks sarà a Toronto questa sera, e si susseguiranno poi ogni tre mesi. Beaton li descrive come dei TED talks combinati con un programma di Oprah, ma a misura di maschio. “Rintracciamo nella nostra comunità uomini che fanno la differenza nel mondo e diamo loro uno spazio per raccontare le loro storie e condividere alcune delle sfide e delle lezioni più importanti della loro vita.”

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ManTalks lotta inoltre per ridurre l’isolamento sociale e il tasso di suicidi fra gli uomini. “Ci concentriamo sul costruire una comunità basata su una mascolinità positiva, invece che su quella convenzionale di riviste come Men’s Health o Esquire, che perpetuano gli stessi vecchi stereotipi del macho, un’idea di mascolinità tradizionale: si concentrano su come dovresti apparire, come dovresti vestirti, come ‘essere gnocco’. Non parlano di cosa fare se la tua compagna ti lascia o come essere un papà se si è single – continua Beaton – Non parlano veramente di cose importanti che potrebbero aiutare gli uomini a maturare ed essere migliori mariti, o a creare maggiore uguaglianza sul luogo di lavoro”.

ManTalks non è un gruppo di men’s rights activists. Su questo punto Beaton è chiaro: dice che alcune persone, al sentire il nome, hanno immaginato che potesse esserci un legame con quel movimento, prima di apprendere che cosa l’organizzazione fa veramente. Una volta che questo succede, e che vedono che le donne sono benvenute agli incontri (di media, circa metà dei partecipanti sono donne), le preoccupazioni spariscono, tanto più che anche delle donne sono coinvolte. “Non coinvolgo persone che hanno legami con gli MRA”, afferma Beaton.

C’è una linea sottile fra un’organizzazione come ManTalks, che non sminuisce le richieste delle donne e, in parte, si dedica a come gli uomini possono diventare migliori per le donne nelle loro vite, e organizzazioni “antisessiste”, che, nel proporre discussioni sui problemi dei maschi, fanno a pezzi le donne. Un esempio di questo tipo è il manifesto che la Canadian Association for Equality ha diffuso lo scorso anno a Toronto: raffigura una donna che urla ad un uomo e il commento recita “LA METÀ delle vittime di violenza domestica sono uomini, ma NESSUN riparo dalla violenza domestica è pensato per noi”. CAFE non si identifica come un gruppo di MRA (il sito sostiene che il gruppo è dedicato a “raggiungere l’uguaglianza per tutti, uomini, donne, ragazze e ragazzi”) ma molti mezzi di informazione locali lo presentano così.

Jeff Perera, che parla spesso di una mascolinità positiva, gestisce il sito Higher Unlearning, uno spazio per discussioni su ciò che significa essere un uomo. Egli afferma che eventi come ManTalks sono una cosa buona: “Il mondo è uno spazio che appartiene agli uomini; è il loro baretto, in un certo senso. L’idea non è di replicare quegli spazi”. Si tratta di fornire un tipo diverso di spazio, un posto dove i maschi possano interagire con altri maschi a un livello più profondo e parlare con sincerità e onestà delle risposte a domande come “Cosa dovrebbe significare essere un bravo ragazzo?” o “Come possiamo essere uomini migliori?”

“Quando di parla di essere un uomo – continua Perera – la cosa si fa universale: credo che ogni singola cultura del pianeta abbia come prima regola a questo proposito per essere un uomo, non se ne deve parlare: lo fai e basta. Essere in grado di empatizzare o di esprimere emozioni sono cose considerate dei tratti ‘femminili’, come si dice, e gli uomini le sminuiscono. Il problema è quindi che ci ritroviamo con un sacco di uomini che di fatto sono come delle isole”.

L’isolamento sociale è qualcosa con cui molti uomini fanno i conti: Beaton cita uno studio secondo cui la metà degli uomini al di sopra dei 19 anni non sa indicare un migliore amico o un amico intimo. Perera è consapevole che aprirsi può fare paura; rileva che gli uomini non sono allevati per chiedere aiuto, perché a loro si insegna che fare così significa mostrare debolezza. “Siamo condizionati a pensare che centro imprescindibile del nostro valore come esseri umani su questo pianeta, come uomini, è l’essere una soluzione, un conquistatore, un vincente, uno di successo, uno che ha sempre tutte le risposte” afferma, a proposito dei messaggi che gli uomini ricevono. “È vitale che gli uomini imparino a coltivare se stessi e a coltivarsi l’un l’altro.”

Nel caso di gruppi come ManTalks, conclude Perera, è importante che siano trasparenti in merito a quello che fanno. “Non è una questione di ‘diritti del maschio’: si tratta di approfondire la nostra umanità e noi stessi in quanto uomini che contribuiscono a un dibattito più ampio. Non c’è un ‘noi contro loro’: le donne nelle nostre vite sono nostre compagne di squadra, non sono cose o trofei che siamo tenuti a conquistare”.

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