Le esternazioni di Daniel Radcliffe sul fatto di avere amici razzisti sono sintomo di un problema più ampio. 

(traduzione di Z. Blay, To Every White ‘Ally’ Who Has Racist Friends, The Huffington Post, 22/08/2016) 

 

“Conosco alcune persone davvero razziste, amici di cui non condivido per niente le idee”, ha recentemente dichiarato l’attore Daniel Radcliffe in un’intervista all’Hollywood Reporter. “Non sono suprematisti bianchi, non arriverebbero mai a tanto, ma sono contro l’immigrazione e nel referendum hanno convintamente votato per uscire dall’Unione Europea. E sono ancora amico con loro perché non credo che l’amicizia dovrebbe essere decisa in base a quello”.

Davvero? Ma se le cose stanno così, è davvero importante allora che tu “non ne condivida per niente le idee”? Radcliffe al momento sta lavorando in Imperium, un film in cui interpreta un agente dell’FBI sotto copertura in un gruppo di suprematisti bianchi e si ritrova a dover lottare per separare ciò che è vero da ciò che è artefatto nella sua lotta per smantellare il gruppo. Il film cerca di esplorare i motivi che inducono le persone a seguire ideologie estremiste, e in un certo senso di umanizzare i neonazisti e i suprematisti bianchi. Il regista Daniel Ragussis aveva affermato in un’intervista sempre lo scorso 19 agosto: “Ci sono persone con cui si può stare in compagnia per un paio d’ore e stare benissimo, e poi, tutt’a un tratto, si scoprono le loro idee politiche e si rimane sconvolti perché se ne vedono ancora le qualità umane”.

Questo è senz’altro vero: gli esseri umani sono complessi, le nostre qualità buone e cattive sono sovente sfumate insieme in modo tanto sottile che è difficile tratteggiare un qualunque individuo come una cosa sola. Per Radcliffe, e per moltissime persone come lui, è questo che sembra essere in gioco quando si ha a che fare con il razzismo palese o sotterraneo di amici e familiari. Recidere i legami con gli amici in base alle loro idee razziste, ha spiegato Radcliffe, sarebbe “un modo molto triste di vedere il mondo”.  

Naturalmente, è anche facile fare un’affermazione di quel tipo se il tuo punto di vista non è mai stato messo alla prova o a repentaglio dalla realtà del razzismo. Solo qualcuno che non sia mai stato discriminato a causa della propria razza potrebbe vedere il razzismo in modo tanto astratto. Sostenere che il razzismo è “un modo di vedere il mondo” lo fa sembrare soltanto un sistema di credenze che non ha veramente conseguenze nel mondo reale per le persone di colore [e, aggiungerei, genericamente non bianche, N.d.T.] Moltissime persone ignorano i commenti del nonno che a cena si lamenta degli “stranieri”, o gli sproloqui su Facebook del migliore amico del liceo a proposito di Black Lives Matter, perché in fondo possono addormentarsi la sera nel conforto di poter pensare “Almeno io non lo credo; almeno io non sono come loro”. I bianchi possono essere in disaccordo con i commenti razzisti di alcuni amici, e sentirsi in pace con se stessi per avere quelle che chiamiamo opinioni “progressiste”, tolleranti. Ma poi? Che cosa cambia davvero? Com’è che la loro politica aiuta qualcuno? Forse la cosa più insidiosa del razzismo occasionale è che non c’è davvero niente di occasionale in esso: se non viene scoperto, peggiora soltanto. 

Il problema del continuare a rimanere amici con persone che sostengono opinioni razziste, per quanto queste possano sembrare innocue, non è l’amicizia in sé: è umano, infatti, volere rimanere a contatto con qualcuno a cui si vuole bene, qualcuno che magari si trova nella nostra vita da molto tempo; il problema è il silenzio, perché il silenzio è complicità. E questo è qualcosa che ogni persona bianca che sente di essere contro il razzismo dovrebbe prendere in considerazione ogniqualvolta un amico o un familiare dice qualcosa di razzista e non si controbatte. Se si è davvero contro il razzismo, se si tiene davvero a fermare la diffusione del razzismo, come si può lasciar correre? 

E c’è un’altra cosa da considerare: scegliere di essere amici con persone che fanno o dicono cose occasionalmente o sistematicamente razziste è, di per sé, un privilegio. Moltissime persone di colore devono reprimere una parte di loro stesse come tecnica di sopravvivenza se vogliono avere a che fare con amici bianchi che usano espressioni razziste davanti a loro, o che si mostrano condiscendenti. Devono soppesare l’alternativa tra ribattere ed essere considerati “la minoranza arrabbiata” o starsene zitti per sentirsi assimilati. Talvolta, persone di colore devono compiere l’estrema decisione di tagliare i rapporti, una decisione che ha spesso conseguenze sociali e professionali. 

Questo non significa che Daniel Radcliffe sia razzista; anzi, la sua capacità di ammettere e riconoscere che nella sua vita ci sono persone razziste a lui vicine è un primo importante passo. Tuttavia, la sua ammissione che queste convinzioni per lui non sono abbastanza per prendere anche solo in considerazione l’ipotesi di rompere i legami con loro è parte di un dibattito più ampio, spesso inesplorato, su ciò che significa davvero essere un alleato. Non basta non essere d’accordo: occorre anche fare qualcosa. 

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