Il femminismo è appena cominciato – e non si fermerà certo ora. 

(traduzione di R. Solnit, Pandora’s Box and the Volunteer Police Force. Feminism Has Just Started (and It’s Not Stopping Now), ora in ead., Men Explain Things to Me And Other Essays, London, 2014, pp. 107-124) 

Woman-on-Road

La storia dei diritti delle donne e del femminismo viene spesso narrata nei termini di una conquista incompiuta: come se si trattasse di una persona che dovrebbe già essere arrivata al traguardo o che anzi non è riuscita ad avvicinarvisi abbastanza. Al volgere del millennio, moltissime persone sembravano sostenere che il femminismo avesse fallito o che fosse finito. D’altro canto, c’era stata negli anni ’70 una meravigliosa mostra femminista dal titolo “I vostri 5000 anni sono finiti”: una parodia di tutti quegli slogan radicali rivolti all’indirizzo di dittatori e regimi autoritari secondo cui “i tuoi [inserire cifra] anni sono finiti”. Sollevava altresì un punto importante. Il femminismo è uno sforzo teso a cambiare qualcosa di molto antico, diffuso e profondamente radicato in molte, forse nella maggior parte, delle culture in tutto il mondo, innumerevoli istituzioni e la grande maggioranza dei nuclei familiari sulla Terra – e nelle nostre menti, dove tutto inizia e termina. Che così tanto sia cambiato in quattro o cinque decenni, è straordinario; che non tutto sia permanentemente, definitivamente, irrevocabilmente cambiato, non è un segno di fallimento. Una donna cammina su una strada lunga mille miglia. Venti minuti dopo che ha mosso il primo passo, annunciano che le mancano ancora 999 miglia e non arriverà mai da nessuna parte.
Occorre del tempo: ci sono traguardi temporanei ma moltissime persone stanno camminando su quella strada, ognuna con il proprio passo: alcune si uniscono in un secondo momento, altre cercano di fermare tutti quelli che procedono in avanti, qualcuno (pochi) procede a ritroso o è indeciso sulla direzione da prendere. Nelle nostre stesse vite ci muoviamo all’indietro, sbagliamo, proseguiamo, riproviamo, ci perdiamo e qualche volta facciamo un grande salto, troviamo ciò che non sapevamo di cercare, eppure continuiamo per generazioni a rappresentare delle contraddizioni.
La strada è un’immagine precisa, facile da concepire, ma diventa ingannevole se la utilizziamo per visualizzare la storia di cambiamenti e trasformazioni come un percorso lineare: come se si potesse descrivere Sud Africa, Svezia, Pakistan e Brasile in marcia tutti insieme all’unisono. Un’altra metafora che a me piace esprime non il progresso ma il cambiamento irrevocabile: il vaso di Pandora. O, se preferite, i geni (o djin) nella lampada nelle Mille e una notte. Nel mito di Pandora l’accento viene solitamente posto sulla pericolosa curiosità della donna che aprì il vaso e fece uscire tutti i mali nel mondo.
A volte l’accento viene posto su ciò che rimase nel vaso, la speranza. Ad ogni modo, quello che interessa a me ora è che come i geni, o spiritelli potenti, nelle storie arabe, le forze che Pandora fa uscire non tornano nella lampada. Adamo ed Eva mangiano dell’Albero della Conoscenza e non sono più ignoranti (alcune culture antiche ringraziarono Eva per averci reso pienamente umani e consapevoli). Indietro non si torna. Si possono abolire i diritti riproduttivi che le donne conquistarono nel 1973 nel caso Roe contro Wade, quando la Corte Suprema legalizzò l’aborto (o, meglio, stabilì che le donne avessero un diritto alla riservatezza nei confronti del proprio corpo che precludeva il divieto di aborto); non si può però cancellare altrettanto facilmente l’idea che le donne hanno certi diritti inalienabili.
La cosa interessante è che, per giustificare quel diritto, i giudici citarono il XIV Emendamento: l’emendamento adottato nel 1868 come parte della legislazione posteriore alla Guerra Civile destinata a stabilire diritti e libertà di chi in precedenza era stato schiavo. Si può quindi guardare al movimento abolizionista (un movimento con notevole partecipazione femminile e notevoli ripercussioni sul femminismo), il quale portò in ultima analisi al XIV Emendamento, e osservare come, oltre un secolo più tardi, proprio quell’emendamento arrivò a beneficiare le donne. “Tutti i nodi vengono al pettine”: lo si dice di solito per riferirsi a cose negative ma qualche volta i nodi che vengono scovati sono dei doni.

Pensare fuori dagli schemi (e dai vasi)
Quello che non torna nella lampada sono idee: e le rivoluzioni sono, per lo più, fatte di idee. Si possono erodere i diritti in materia di procreazione, come i conservatori hanno fatto in molti stati degli USA, ma non si potrà più convincere la maggioranza delle donne che non hanno nessun diritto di controllare i propri corpi. I cambiamenti pratici sono conseguenti a cambiamenti del cuore e della mente. A volte cambiamenti legislativi, politici, economici, ambientali seguono quei cambiamenti, ma non sempre, perché dove viene esercitato il potere, in definitiva, conta: per esempio, moltissimi americani, se intervistati, vorrebbero vedere un’economia molto diversa da quella che abbiamo, e moltissimi sono più favorevoli a un cambiamento radicale nella gestione del cambiamento climatico rispetto alle aziende che controllano quelle decisioni e alle persone che le prendono.
Ma nella sfera dei rapporti sociali l’immaginazione si dimostra più potente. Il terreno su cui questo si è rivelato nel modo più determinante e contrastato è quello dei diritti per le persone omosessuali e transessuali. Meno di un secolo fa l’essere meno che perfettamente eterosessuale significava essere considerati dei criminali o dei malati, o entrambe le cose, ed essere puniti con durezza. Non solo non c’era alcuna protezione contro ciò: vi erano anzi delle leggi che imponevano la persecuzione e l’esclusione.
Queste notevoli trasformazioni vengono spesso riferite come narrazioni di un’azione legislativa e di precise campagne per cambiare le leggi; in realtà, dietro queste c’è la trasformazione dell’immaginario collettivo, che ha portato a un declino dell’ignoranza, della paura e dell’odio che chiamiamo omofobia. L’omofobia degli americani appare essere in declino costante, forse perché caratteristica dei vecchi più che dei giovani. Questo declino è stato incentivato dalla cultura e promosso da innumerevoli persone queer che con il loro coming out sono metaforicamente venute fuori dal vaso per essere sé stesse in pubblico. Mentre sto scrivendo questo post, due giovani fidanzatine sono da poco state elette reginette in una scuola superiore in California, e due fidanzatini sono stati eletti coppia più carina nella loro scuola di New York; tutto questo potrà anche sembrare cronaca rosa da liceo ma sarebbe stato tutt’altro che pensabile non troppo tempo fa.

È importante rilevare che l’idea stessa che il matrimonio potesse venire esteso a persone dello stesso genere potrebbe essere possibile solo perché le femministe hanno distrutto la concezione del matrimonio gerarchico che era sempre esistita e hanno reinventato l’istituzione come un rapporto fra eguali. Molte cose suggeriscono che coloro che si sentono minacciati dall’eguaglianza nei matrimoni sono minacciati dall’eguaglianza fra coppie dello stesso sesso tanto quanto da quella fra coppie eterosessuali. La liberazione è contagiosa.
L’omofobia, come la misoginia, è ancora terribile, ma non tanto terribile quanto lo era, poniamo, nel 1970. Trovare dei modi per essere contenti dei progressi senza cedere all’insoddisfazione è un compito non facile: richiede di essere pieni di speranza e motivazione, e di tenere lo sguardo fisso sull’obiettivo finale. Affermare che va tutto bene o che le cose non saranno mai migliori di così è un modo di non andare da nessuna parte o di rendere impossibile andare da qualche parte; entrambi gli approcci sottintendono che non c’è una via d’uscita o che, se c’è, non c’è bisogno di percorrerla, o non è possibile. Eppure si può: l’abbiamo fatto.
C’è ancora moltissima strada da percorrere ma guardandoci indietro possiamo trovare conforto in quello che abbiamo raggiunto sinora: la violenza domestica era quasi del tutto invisibile e impunita fino allo sforzo eroico delle femministe di denunciarla e combatterla. Anche se un’elevata percentuale di chiamate di soccorso la denunciano, l’esecuzione della legge è stata lenta in molte parti – ma l’idea che il marito abbia il diritto di picchiare la moglie e che questa sia una faccenda privata non sembra si riaffaccerà tanto presto! I geni non tornano nella lampada. E questo è proprio come una rivoluzione funziona: le rivoluzioni sono fatte di idee.
Il grande pensatore anarchico David Graeber ha scritto recentemente:
“Che cos’è una rivoluzione? Pensavamo di saperlo: le rivoluzioni erano conquiste del potere da parte delle forze popolari che miravano a trasformare la natura stessa del sistema politico, sociale ed economico nel Paese in cui la rivoluzione aveva luogo, solitamente in accordo con il sogno utopico di una società uguale. Al giorno d’oggi viviamo in un’epoca in cui se eserciti ribelli invadono una città, o sollevazioni di massa rovesciano un dittatore, è improbabile che l’intenzione sia quella. Quando una profonda trasformazione sociale occorre per davvero, come nel caso, mettiamo, del femminismo, è probabile che assuma una forma molto diversa. Questo non significa che là fuori sogni rivoluzionari non ci siano, ma che i rivoluzionari contemporanei pensano raramente di poterle avviare con un qualche gesto analogo alla Presa della Bastiglia. In momenti come questi, è solitamente proficuo riguardare la storia che si conosce e chiedersi se le rivoluzioni sono sempre state quello che pensavamo fossero.”
Graeber sostiene che non lo fossero: che non si trattava alla base di conquiste del potere in un determinato regime, quanto di momenti di rottura in cui nuove idee e nuove istituzioni nascevano e il cui impatto si diffondeva. Come dice lui, “la Rivoluzione russa del 1917 è stata una rivoluzione mondiale che in ultima analisi ha portato al New Deal e ai sistemi europei di assistenza sociale tanto quanto al comunismo sovietico”. Il che significa che l’asserzione comune che la Rivoluzione russa condusse solamente al disastro può essere rovesciata. Graeber continua: “L’ultima in ordine di tempo è stata la rivoluzione mondiale del 1968, che, in modo molto simile a quella del 1848, scoppiò quasi ovunque, dalla Cina al Messico, non prese il potere da nessuna parte ma ciononostante cambiò tutto. Questa fu una rivoluzione contro le burocrazie statali e in nome dell’inseparabilità di liberazione personale e politica, la cui eredità più duratura è probabilmente la nascita del moderno femminismo”.

La forza di polizia volontaria
Insomma, il gatto è fuori dalla scatola, i genietti fuori dalle loro lampade, il vaso di Pandora è aperto: indietro non si torna. Eppure, ci sono tantissime forze che provano a farci tornare indietro, o per lo meno a fermarci. Nei momenti in cui sono più pessimista mi capita di pensare che le donne hanno una scelta: essere punite per non volersi sottomettere e essere punite tutto il tempo tramite la sottomissione. Se le idee non rientrano nel vaso, c’è comunque un enorme sforzo per rimettere le donne al loro posto, o per lo meno il posto a cui i misogini credono siamo destinate: un posto di silenzio e impotenza.
Oltre vent’anni fa Susan Faludi pubblicò un libro che fece storia, intitolato Backlash: The Undeclared War Against American Women [Reazione: la guerra non dichiarata alle donne americane – a quanto mi risulta non è disponibile in traduzione italiana, N.d.T.]. Questo libro descriveva il doppio vincolo a cui erano sottoposte: da un lato ricevevano encomi per essere completamente emancipate e padrone di loro stesse, ma dall’altro venivano punite da un esercito di articoli, inchieste e libri che dicevano loro che, con l’emancipazione, erano diventate infelici; che erano incomplete, manchevoli, perdenti, sole, disperate. Scriveva Faludi: “Questo bollettino disperato è affisso ovunque: nelle edicole, alla televisione, nei film, nella pubblicità, negli uffici dei dottori, nelle riviste accademiche. Come fanno le donne americane ad essere in tale difficoltà nel momento medesimo in cui in teoria dovrebbero essere così felici?”
La risposta di Faludi era, in parte, che per quanto le donne americane non avessero raggiunto nemmeno lontanamente l’uguaglianza che così tanti speravano, d’altro canto non stavano nemmeno così male come veniva sostenuto: questi contributi erano una reazione, un tentativo di far tornare indietro coloro che invece stavano avanzando.
Tali disposizioni su quanto le donne sarebbero infelici e condannate non sono scomparse. La rivista n+1 verso la fine del 2012, in un editoriale su una recente ondata di articoli reazionari sulle donne nell’Atlantic, scriveva così:
“Ascoltate, signore, dicono questi articoli. Siamo qui per parlarvi in un modo limitato e offensivo. Ogni autrice offre un contributo su un particolare problema che la ‘donna moderna’ deve affrontare, e offre la propria vita come caso di studio… I problemi che queste donne descrivono sono diversi, ma l’impianto alla base è lo stesso: i rapporti di genere tradizionali per la gran parte persisteranno e un cambiamento sociale sinceramente progressivo è una causa persa. Con gentilezza, al pari di un buon amico, l’Atlantic dice alle donne che ora possono smetterla di fingersi femministe.”
Una forza di polizia volontaria cerca di tenere le donne al loro posto, oppure di rimettercele. Il mondo di internet è pieno di minacce di stupro e di morte, per lo più anonime, per le donne che si distinguono: per esempio, quelle che giocano ai videogiochi, o quelle che si pronunciano su questioni dibattute, o persino la donna che ha recentemente guidato una campagna per mettere immagini di donne sulle banconote inglesi (caso insolito, dal momento che alcuni di coloro che l’hanno minacciata sono stati individuati e consegnati alla giustizia). La scrittrice Caitlin Moran ha scritto in un tweet: “A chi dice ‘perché lamentarsi? Bloccali’, in una buona giornata si può arrivare a 50 messaggi all’ora che augurano violenza o stupro”.
Forse c’è una guerra dichiarata ora, non dei sessi (la divisione non è così netta, trovandosi donne conservatrici e uomini progressisti su fronti diversi), ma dei ruoli di genere. È palese che il femminismo e le donne continuano a raggiungere traguardi che minacciano e fanno infuriare alcune persone. Le minacce di stupro e di morte sono la risposta di pancia; la loro versione edulcorata sono tutti quegli articoli di cui parlano Faludi e n+1 che dicono alle donne chi siamo e ciò a cui possiamo aspirare, e ciò che invece non ci spetta.
Anche il sessismo quotidiano è sempre lì a tenerci a bada: un editoriale del Wall Street Journal che dava la colpa dei bambini senza padre alle madri ha azzardato l’espressione “carrierismo femminile”. La collaboratrice di Salon Amanda Marcotte ha rilevato: “Per inciso, se si cerca su Google ‘carrierismo femminile’ vengono suggeriti moltissimi link, ma se si cerca ‘carrierismo maschile’ Google ti chiede se non cercavi invece qualcos’altro. A quanto pare il carrierismo, il bisogno patologico di avere un impiego pagato, è un disturbo che colpisce solo le donne”.
Poi ci sono le riviste patinate che sorvegliano i corpi e le vite private delle celebrità e le accusano costantemente di essere troppo grasse, troppo magre, troppo sexy, non abbastanza sexy, troppo single, non ancora madri, di aspettare troppo a lungo per diventare madri, di essere madri ma di non aver allevato abbastanza bene… e dando sempre per scontato che l’ambizione di ciascuna non sia di essere una grande attrice, o una cantante, o una voce per la libertà, o un’avventuriera, ma una moglie e una madre. Tornate nel vaso, signore famose! (le riviste di moda e femminili dedicano spazio in abbondanza a dirvi come perseguire tali scopi personalmente o come valorizzare le vostre magre realizzazioni in rapporto ad essi).
Nel suo bel libro del 1991, Faludi conclude: “E tuttavia, nonostante tutte le forze che la reazione ha dispiegato… le donne non si sono mai arrese per davvero”. I conservatori combattono ora in gran parte battaglie di retroguardia: cercano di ricostruire un mondo che non è mai veramente esistito come loro se lo immaginano – e se pure è stato così, era solo a scapito di tutte quelle persone (la grande maggioranza di noi) costrette a scomparire: nello stanzino, in cucina, segregate nello spazio a loro deputato, nell’invisibilità, nel silenzio.
Grazie all’evoluzione della società, la pressione conservatrice non funzionerà, perché i geni non tornano nella lampada, le persone queer non faranno “coming in”, e le donne non si arrenderanno. È una guerra, ma non credo che la stiamo perdendo, anche se non la vinceremo tanto presto; piuttosto, alcune battaglie vengono vinte, altre sono in corso, e alcune donne se la passano molto bene mentre altre soffrono. Le cose continuano a cambiare in modi interessanti e a volta persino propizi.

Che cosa vogliono gli uomini?
Le donne sono un soggetto permanente – che suona molto come “essere soggette in modo permanente”, “essere sottomesse”, financo “essere una nazione soggetta”. In proporzione ci sono pochi articoli sulla felicità maschile, o sul perché anche i loro matrimoni falliscono, o su quanto siano gradevoli oppure no i loro corpi (anche i corpi dei divi del cinema). Gli uomini sono il genere che commette la grande maggioranza dei crimini, in particolare i crimini violenti, ma anche quello che più commette suicidio. Gli uomini americani cominciano a frequentare l’università meno delle donne, e stanno soffrendo più di loro l’attuale crisi economica: tutto questo dovrebbe renderli un interessante oggetto di indagine.
Io credo che il futuro di quello che potremmo anche non chiamare più femminismo debba comprendere una più profonda indagine sugli uomini. Il femminismo ha cercato e cerca di cambiare tutta l’umanità: molti uomini condividono il progetto, ma come esso beneficerebbe gli uomini, e allo stesso modo come lo status quo li danneggi, potrebbe stimolare una riflessione molto più sistematica; esattamente come dovrebbe succedere con un’indagine sugli uomini che perpetrano la maggior parte della violenza, delle minacce, dell’odio – il reparto d’assalto della forza di polizia volontaria – e sulla cultura che li incoraggia. Forse però questa indagine è già iniziata.
Alla fine del 2012, due casi di stupro attirarono l’attenzione del mondo: lo stupro di gruppo di Jhoti Singh in India e lo stupro di Steubenville; in entrambi i casi vittima e carnefice erano adolescenti. A mia memoria, era la prima volta che le quotidiane aggressioni alle donne venivano considerati più o meno come altri crimini d’odio di stampo razzista o omofobico, ovvero come esempi di un fenomeno diffusissimo quanto intollerabile, e che doveva essere affrontato dalla società tutta, non solo dai singoli avvocati dell’accusa. Gli stupri erano sempre stati rappresentati come incidenti isolati provocati da criminali anomali (o anche da istinti naturali incontrollabili, o dal comportamento della vittima), che come un comportamento con uno schema preciso e cause culturali.
Il dibattito cambiò: l’espressione “cultura dello stupro” cominciò a entrare in circolazione. Essa sostiene che crimini individuali si inseriscono all’interno del più ampio quadro culturale, e che entrambi devono (e possono) essere presi in considerazione. L’espressione era stata usata per la prima volta dalle femministe negli anni ’70 ma tutto fa pensare che ciò che ne determinò l’ingresso nel dibattito comune siano state le slutwalks che ebbero inizio nel 2011 come protesta contro la tendenza a responsabilizzare la vittima invece del carnefice (detta anche victim-blaming).

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A. Bielusov, Slutwalk (Toronto, ON). Fonte: WikiCommons

Un poliziotto di Toronto stava facendo un intervento presso un’università sul tema della sicurezza personale e disse alle studentesse di non vestirsi da zoccole [in originale: sluts]. Molto presto, le slutwalks divennero un fenomeno internazionale, composto da donne per lo più giovani, spesso abbigliate in modo sexy, che si riappropriavano di spazi pubblici. Le giovani femministe sono un fenomeno assai interessante: intelligenti, coraggiose, difendono i diritti in modo divertente, reclamano i loro spazi – e reimpostano la discussione.
Il commento del poliziotto sulle “zoccole” era parte dell’accento posto dalle università sull’esortare le studentesse a stare al loro posto: non andare lì, non fare quello… più che sul dire agli studenti maschi di non stuprare. Questo è parte della cultura dello stupro. Un movimento su scala nazionale, organizzato in larga parte da studentesse universitarie, molte delle quali sopravvissute di violenze sessuali all’università, è sorto per cambiare con forza il modo con cui le università gestiscono tali violenze; allo stesso modo, un movimento che affronta le aggressioni sessuali nell’esercito ha avuto pari successo nel costringere a effettivi cambiamenti di politica e a portare le violenze nei tribunali.
Il nuovo femminismo sta rendendo i problemi visibili in modi nuovi, in modi forse che sono possibili solo ora che così tante cose sono cambiate. Uno studio sugli stupri in Asia ha tratto conclusioni allarmanti in merito alla sua diffusione capillare ma anche introdotto l’espressione “sexual entitlement” [lett. “diritto al sesso”] per spiegare perché accade così spesso. L’autrice del resoconto, Emma Fulu, ha affermato che gli stupratori “credevano di avere diritto di fare sesso con la donna a prescindere dal consenso di questa”. In altre parole, lei non aveva diritti. Dove hanno appreso questo?
Il femminismo, come notò la scrittrice Marie Sheer nel 1986, “è l’idea radicale che le donne sono persone”, un concetto non universalmente accettato ma che si sta diffondendo comunque. Il cambiamento nel dibattito è incoraggiante, come pure lo è il crescente coinvolgimento degli uomini nel femminismo. Ci sono sempre stati sostenitori maschi: quando si tenne la prima conferenza sui diritti delle donne a Seneca Falls, New York, nel 1848, 32 delle 100 firme apposte al suo manifesto (che riecheggiava la Dichiarazione di Indipendenza) erano di uomini. Eppure, ciò era visto come un problema delle donne. Come il razzismo, tuttavia, la misoginia non può essere affrontata adeguatamente solo da coloro che ne sono vittime. Gli uomini che comprendono il problema capiscono anche che il femminismo non è un complotto per detronizzare i maschi, ma una campagna per essere tutti liberi.
C’è molto da cui abbiamo bisogno di essere liberati: forse da tutto un sistema che premia la competitività, la ferocia, il programmare sul breve periodo, l’individualismo spietato; un sistema che provvede tanto bene alla distruzione dell’ambiente e al consumo illimitato; quel sistema che possiamo chiamare capitalismo. Esso incarna il peggio del maschilismo e distrugge quanto di più bello c’è sulla Terra. Sono più gli uomini che ne traggono vantaggio ma alla lunga non beneficia alcuno di noi. Basti guardare movimenti come la rivoluzione zapatista, che ha un’ideologia non ristretta che include prospettive femministe ma anche ambientaliste, economiche e indigene. Potrebbe essere questo il futuro del femminismo che non sia solo femminismo. Oppure il suo presente: i zapatisti insorsero nel 1994 e sono ancora attivi, come lo sono innumerevoli altri progetti tesi a reimmaginare chi siamo, che cosa vogliamo e come potremmo vivere.
Quando nel 2007 partecipai nella foresta di Lacandon a un incontro di zapatisti sulle voci e i diritti delle donne, alcune donne portarono una toccante testimonianza su come le loro vite erano cambiate una volta che, come parte della loro rivoluzione, ebbero conquistato diritti in casa e nella comunità. “Non avevamo diritti” affermò una a proposito del periodo prima della ribellione; un’altra dichiarò: “la parte più triste è che non potevamo comprendere le nostre stesse difficoltà, perché subivamo abusi. Nessuno ci aveva parlato dei nostri diritti”.
Questa è la strada, che magari è lunga mille miglia, e la donna che la percorre non è arrivata a percorrerne nemmeno uno. Non so quanta strada le resta ma so che non sta procedendo in senso contrario, nonostante tutto. E so che non cammina da sola: forse è in compagnia di innumerevoli uomini e donne, e di persone con generi più interessanti.
Questo è il Vaso di Pandora, le lampade da cui sono stati liberati i geni. Oggi sembrano prigioni e bare; le persone muoiono in questa guerra, ma le idee non possono essere cancellate.

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Un pensiero su “Il vaso di Pandora e la forza di polizia volontaria

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