Idee pericolose sulla mascolinità possono condurre ad un aumento della criminalità e dei suicidi? Eva Wiseman ne parla con la regista di un nuovo documentario, e tre uomini parlano della propria esperienza.

(traduzione di E. Wiseman, Depression, violence, anxiety: the problem with the phrase ‘be a man’, The Guardian, 14/08/2016)

Una delle frasi più pericolose in una lingua è “fai l’uomo”. Essere un uomo oggi, secondo la regista Jennifer Siebel Newsom, significa combattere per ottenere successo e sesso, per rifiutare l’empatia e per non piangere mai e poi mai. Il risultato sono depressione, ansia e violenza.

Il primo documentario di Siebel Newsom, Miss Representation, esplorava il modo in cui i mezzi di comunicazione contribuiscono alla rappresentazione inadeguata delle donne in posizioni di potere, e venne presentato al Sundance Film Festival nel 2011. Mentre era in tournée per presentare il film, era incinta del suo secondo figlio, un maschio, e trovandosi a discutere della necessità di ruoli di riferimento femminili, si trovò inevitabilmente a sentirsi chiedere dal pubblico “E per quanto riguarda i maschi?” Dopo aver ottenuto circa centomila dollari di donazioni tramite Kickstarter, ha presentato The Mask you live in [La maschera che porti]: appena arrivato su Netflix, si tratta di un serrato montaggio di uomini che parlano in modo angoscioso, e di ragazzi confusi. Un tentativo di parlare a ciò che lei considera la “crisi dei ragazzi”. Un giovane che offre la sua testimonianza dice che da bambino aveva un gruppo di amici intimi ma che ora da adolescente fatica a “trovare persone a cui parlare… perché è come se non avessi il diritto di chiedere aiuto”. “Se non piangi mai – sostiene un altro – ti ritrovi ad avere tutte queste emozioni represse dentro di te e allora non puoi tirarle fuori”. In questo film, Siebel Newsom invoca una nuova mascolinità.

Il giorno che ho parlato con lei, avevo incrociato tre ragazzi seduti alla fermata dell’autobus: uno stava descrivendo quanto sarebbe stata stupenda sua moglie: “Sarà una gnocca da paura… e le metterò un sacco di corna!” All’età di 42 anni, Siebel Newsom ha da poco dato alla luce il suo quarto figlio dal marito Gavin, ex sindaco di San Francisco, attuale governatore della California e conosciuto per aver dato il via libera ai matrimoni omosessuali molto prima che la Corte Suprema desse il proprio benestare. Riesce a gestire abilmente l’intervista nonostante gli insistenti tentativi del figlio di attirarla a sé per giocare. Quando cominciò la sua ricerca, scoprì che rispetto alle ragazze era più probabile che ai ragazzi venissero diagnosticati disturbi comportamentali e prescritti stimolanti; era più probabile che sviluppassero dipendenza da alcool, che venissero espulsi da scuola e che commettessero crimini violenti. Nel Regno Unito, all’ingresso all’università le donne sono più degli uomini in due terzi dei corsi di studio. Gli uomini sono più portati al suicidio dalle tre alle quattro volte più delle donne; gli uomini fra i 20 e i 49 anni muoiono di suicidio più che di qualsiasi altra causa di morte. Dichiara: “con questa consapevolezza, ed essendo incinta di un maschio, sapevo non solo di volere che lui non diventasse parte di queste statistiche, ma anche di dover aiutare a cambiare questa cultura per tutti”.

Ammette che ci vorrà di più di un film; la sua organizzazione no profit, The Representation Project, lavora accanto al documentario in una campagna per sfidare gli stereotipi. L’elemento più persuasivo, tuttavia, è la stessa Siebel Newsom, alla quale, nella sua precedente vita da attrice, era stato detto di togliere dal curriculum il master in gestione aziendale (MBA) ottenuto a Stanford perché ritenuto “minaccioso”, ma che ha ancora le capacità attoriali di comunicare in modo da farsi ascoltare.

In una scena del documentario, un insegnante dà a ciascun ragazzo in un gruppo un foglio di carta: su un lato scrivono come sono visti da altre persone e sull’altro quello che provano; poi lo appallottolano e lo gettano in mezzo al cerchio. All’esterno di tutti i biglietti c’erano parole come “duro” o “temerario”; all’interno, “solo”. È con un impacciato dolore che uno dei ragazzi posa la mano sulla spalla di un amico scoppiato in lacrime: si rendono conto con sgomento di sentirsi tutti allo stesso modo. Gli esperti sono svelti a connettere la repressione richiesta dal fatto di crescere maschi con le sparatorie e gli omicidi, il che rende il film particolarmente toccante per il pubblico di oggi. Ma mentre in Miss Representation comparivano volti parlanti come Gloria Steinem, Jane Fonda e Condoleezza Rice, non ci sono volti riconoscibili in questo secondo film. Esita quando le chiedo perché: “per lo più perché non ce n’erano; gli uomini non parlano in pubblico di questi problemi”. L’implicazione è che il loro silenzio sia parte del problema.

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Davvero, dunque, la mascolinità è una maschera? Il film porta forti argomentazioni (gli esperti da lei consultati in materia di neuroscienze, psicologia, sociologia, sport, scuola e mezzi di comunicazione ovviamente sanno il fatto loro e sono molto coinvolti), ma non viene messa in discussione l’idea che la virilità di cui parlano sia puramente culturale. Nella rivista Time Christina Hoff Sommers, autrice di due libri sui maschi, esprime la preoccupazione che Siebel Newsom, più che con l’aiutare i ragazzi, sia interessata a “riprogrammare la loro mascolinità in relazione a certe caratteristiche prese da datati libri di studi di genere”. Avanza l’ipotesi che parlare delle emozioni possa avere meno “valore” per i ragazzi, e che lo stoicismo maschile li protegga. Aggiunge che il film è fuorviante, in quanto darebbe l’impressione che i ragazzi sono seriamente depressi, mentre lei fornisce cifre che dimostrerebbero invece che la depressione clinica è molto meno frequente che nelle ragazze. La proposta più convincente di Hoff Sommers è che invece di limitarsi a criticare la mascolinità, il primo obiettivo di Siebel Newsom dovrebbe essere quello di aiutare i servizi che si occupano di malattie psichiche ad adattarsi a venire incontro meglio alle necessità degli uomini, condizionati o meno, al fine di sfruttare la competitività, l’aggressività, respingere l’energia e usarla per il bene: per sconfiggere un nemico, come Capitan America con il suo scudo.

Ma forse questo è ciò che seguirà: Siebel Newsom riconosce che il proprio lavoro è solo l’inizio. Sin dalla presentazione del film, vede gli esiti della crisi dei ragazzi dovunque, dalle reazioni misogine alla campagna presidenziale di Hillary Clinton al recente caso dello stupro di Stanford, dove il padre di un atleta condannato per violenza sessuale ha affermato che il figlio non dovrebbe andare in prigione per “venti minuti d’azione”. “Il modo in cui il padre e il giudice hanno protetto quel giovanotto ha mostrato ancora una volta come privilegiamo i maschi bianchi e gli sportivi – dichiara Siebel Newsom – Come società, abbiamo il dovere di affrontare la cosa e riconoscere il danno che viene fatto quando continuiamo a privilegiare quelle categorie, quelle comunità, e ad accusare la vittima.”

Dopo varie proiezioni, la regista dichiara che vari uomini l’hanno avvicinata in lacrime. “C’erano uomini sulla settantina che mi dicevano ‘Questa è stata la mia vita’. Uomini di venti, trent’anni ci hanno detto che ora non si sentono più soli; e uomini di quarant’anni e oltre che affermano ‘D’accordo, devo crescere i miei figli in un altro modo’”. Era commossa. “È lì che dobbiamo ispirare gli uomini buoni, coraggiosi, determinati, ad opporsi a coloro che cercano di sminuirli; non sposteremo l’ago della bilancia della parità o della violenza di genere finché non ci saranno più uomini che si inseriranno nel dibattito e useranno il loro punto di vista per sostenere quelli di noi che stanno cercando di fare la cosa giusta.”

Dice di essere rimasta sbalordita durante la lavorazione del film: “quello che mi ha davvero sorpreso è stata la purezza, la gentilezza, la confusione dei ragazzi, la pressione che subiscono per diventare qualcosa che sentono di non essere. ‘Non voglio uscire con le ragazza, vorrei solo esserci amico’; ‘Non so perché posso giocare solo a football’… È negli anni scolastici che cominciano a percepire questa necessità di distaccarsi, e si può vedere il dolore, l’angoscia, l’alienazione che risulta dal negare loro la loro vera identità. È straziante!”

Suo figlio la chiama un’ultima volta. Lei conclude: “Perché, in definitiva, nessuno vince”.

 

 

Matthew Rider: “L’idea di mio padre sull’essere uomo era flessibile”

Quando ero giovane, la spiegazione che mio padre dava dell’“essere un uomo” poteva sconcertare: “Non c’entra il tuo sesso” diceva, salvo poi aggiungere, in modo ancora più confusionario “tua madre può insegnarti di più sull’essere un uomo di chiunque altro io conosca”.

Alla fine compresi. A differenza di molti padri negli anni ’70, la sua idea di essere un uomo non era l’opposto di essere femminile o emotivo, ma l’opposto di essere infantile e immaturo; significava avere il coraggio di affrontare le proprie paure e le proprie responsabilità, ma anche non avere paura delle proprie emozioni o debolezze. Era una questione di essere un amico fidato e un compagno alla pari.

Avrebbe potuto dire semplicemente “sii una brava persona” piuttosto che “sii uomo”, ma non avrebbe avuto lo stesso effetto; sapeva che in quanto ragazzo mi sarebbe toccato interagire con il resto del mondo come un maschio adulto, un uomo. Avrei dovuto comprendere ciò che quello significava nei miei rapporti con le donne, con altri uomini, e con la società nel suo complesso. Se da un lato non mi ha trasmesso un’identità positiva di ciò che significa essere uomo, sapeva che una delle molte negative avrebbe presto riempito il vuoto; mi stava dando un’identità che mi avrebbe preparato per la vita.

Nel corso degli anni, quell’identità mi ha formato tramite i miei successi e i miei fallimenti. Ha anche significato che nonostante il mio giovanile amore per l’hip-hop, il reggae e lo sport, non fossi mai sedotto veramente dalle versioni esagerate, misoginistiche, della virilità (virilità nera, in particolare) che essi offrivano. Mi ha immunizzato contro i peggiori eccessi delle idiozie gonfiate di testosterone.

L’idea di mio padre sull’essere un uomo era anche flessibile: nella mia crescita da un bambino degli anni ’70 a un adulto degli anni ’90, essa è cresciuta con me. Ho imparato che a volte un uomo deve recedere da una lotta; che i veri uomini sono anche femministi; e che non voler essere considerato una “femminuccia” non ha senso, mentre non essere omofobo è importante.

Ci si potrebbe chiedere se l’idea di essere un uomo abbia ancora un’importanza nel mondo moderno, in cui le barriere fra i genere sono così fluide; in fondo, non siamo tutti persone? Sì e no. Il filosofo Jerry Cohen ha scritto: “Non c’è alcun modo di essere umani, tranne che un modo di essere umani”. Essere un uomo è uno di quei modi.

 

Erwin James: “I cowboy erano veri uomini: loro non piangevano mai”

Se mio padre mi avesse chiesto quando avevo sei anni “Che cosa significa essere uomo, ragazzo?”, avrei fatto un sorrisone e avrei risposto “Cowboy!”. Il massimo della felicità lo ottenevo quando sedevo sulle sue ginocchia a guardare western come Carovana e Gli uomini della prateria sul nostro piccolo televisore in bianco e nero.

Mio padre andava matto per i cowboy, e anch’io. Dopo che avevo detto le preghiere per tutte le persone che amavo, mia madre doveva attendere che fossi addormentato profondamente per togliermi con dolcezza il mio costume da cowboy. I cowboy erano veri uomini: erano dei duri, e non piangevano mai.

Eppure quando mia madre rimase uccisa in un incidente meno di un anno più tardi, io piansi. Mio padre dovette essere estratto dai rottami e quando ritornò a casa piansi ancora. Al posto del mio papà gioviale, affettuoso, giocoso, c’era ora un ubriacone intristito, egoista, violento. Picchiava le donne con cui viveva e picchiava anche me. Lo amavo ancora ma imparai a odiarlo altrettanto. La casa di accoglienza a cui fui inviato a undici anni era piena di ragazzi come me. Non c’erano aspiranti astronauti o macchinisti ferroviari tra di noi: ci dicevamo l’un l’altro che quando fossimo cresciuti saremmo diventati boss e scagnozzi. Piangere non era permesso.

Gli anni della mia adolescenza furono costellati da soggiorni in prigioni che esaltavano la durezza e schernivano i piagnoni. Sollevare pesi ed essere “duro” era ciò che contava, ciò che guadagnava rispetto. A vent’anni sarei dovuto essere un uomo; invece, come mio padre, ero diventato un ubriacone egoista e violento.

L’odio per me stesso mi portò su un sentiero oscuro, lasciando alla mia coscienza incalcolabile pena e dolore. Alla fine, un giudice mi definì “brutale, malvagio e spietato” e mi condannò al carcere a vita. Dopo due anni che ero dentro, una psicologa della prigione mi disse “Siamo nati tutti per essere amati”; gli risposi: “Anch’io?!” Lei ribatté: “Anche lei”. Il pentimento per poco non mi distrusse. Per la prima volta dopo tanto tempo piansi ancora: morivo dalla voglia di essere un uomo; solo, non ero sicuro di cosa questo significasse. Alla fine, decisi di provare ad essere semplicemente una persona decente. Cercare di essere un uomo era stata una tragedia.

 

Horatio Clare: “Essere un uomo significa essere gentili quando si è spaventati”

Quando siamo piccoli, crediamo di dover studiare papà ed essere come lui. Io ho avuto la grande fortuna di avere un padre affettuoso che potevo osservare di rado, perché lui e mamma avevano divorziato. Esaminare lui sarebbe stato inutile in ogni caso: aveva “problemi”, stando a quanto diceva mia madre, e ha sposato quattro donne prima di sistemarsi. Tuttavia è una persona gentile, pacifica, lenta all’ira, spassosa e piena di talenti.

Io ero piuttosto spiritoso ma per il resto disperatamente diverso da lui: mi piacevano la velocità, i soldi, le ragazze e le pistole. Nel corso dei decenni della mia maturazione a uomo, ho accumulato condanne per incendio doloso, furto (d’auto), un altro furto (di barca), ancora furto (di un furgoncino) e svariate decorazioni per consumo di stupefacenti. Se fossi nato da qualche altra parte sarei stato un terrorista kamikaze, senza alcun dubbio.

Si potrebbe traslare la medesima lista di reati ai miei rapporti con le donne; non nel modo di amarle, perché anch’io credo di essere gentile, ma nel modo di lasciarle. Pornografia, pirateria, sequestri, seduzioni: nella mia ricerca di amore ho commesso e subito tutto questo. E la cosa spaventosa è che, per quanto speciale pensassi di essere nei miei eccessi giovanili, che ancora proseguono nella parte maschile del mio cervello animale, non lo sono. La cecità causata dal testosterone rende ragione di molto, lo sappiamo, ed essere un uomo vuol dire essere cieco, e spaventato. Quello è il nostro lavoro, credo: essere gentile quando si è ciechi e spaventati.

La sola insegnante che ebbi per davvero che viveva con la consapevolezza che ci avrebbe visto diventare selvaggi in un mondo selvaggio, era mia mamma. I suoi uccelli preferiti sono i colombi, che gestiscono i rapporti con una purezza religiosa; ne consegue pertanto che un brav’uomo, per lei, è un bravo piccione: all’erta per briciole e germogli, devoto, guardingo ma non nel panico, e teso a cantare la stessa canzone della sua compagna – se ne ha una.

E ce l’ha; tutti ce l’abbiamo. Come bravi marinai, noi uomini-ragazzi abbiamo i nostri compagni e tutto il mondo ad aiutarci, in questo “mondo degli uomini”, questa nave vagabonda nel tempo e nello spazio. Le regole per viaggiare per mare credo siano: sorridi, lavora sodo, confida nel Signore / nella Signora e ricorda: il mare è lo stesso per tutti gli uomini, ma nessun uomo affronta il mare allo stesso modo.

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Un pensiero su “Depressione, violenza, ansia: il problema della frase “fai l’uomo”

  1. i maschi oggi 2016 piangono eccome se vogliono, ma non facciamo fonta di credere che piangere molto voglia dire maggiore sensibilità, c’è gente che non ha la lacrima facile ed è altrettanto sensibile

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