Anche se è ancora biologicamente possibile per lui, Declan Fitzsimons si chiede se gli uomini provano dolore per il fatto di non avere figli nello stesso modo in cui lo provano le donne. 

(traduzione di D. Fitzsimons, Childless at 52: How sweet it would be to be called DadThe Guardian, 13/08/2016) 

Alcuni anni fa ero in visita da un amico che ha due figlie, una di due anni e una appena nata. Pensando alla sua esperienza di essere un padre, mi disse di amarle così tanto che pensava di “poter prendersi una pallottola al posto loro”. Mentre tornavo a casa, piansi per tutto il tempo: se solo potessi provare un’emozione così intensa… E invece eccomi qui, un uomo che vorrebbe tantissimo avere un figlio e si chiede come sia potuto succedere.
Alcune persone danno per scontato che “è diverso per gli uomini, voi non avete un orologio biologico”, e questo dovrebbe mettere fine alla discussione. Dopo tutto, all’età di 52 anni, posso avere un’idea dell’angoscia delle donne che bramano avere un figlio? L’orologio biologico è una realtà per le donne, mentre io in teoria potrei avere figli anche a 70 anni. Il problema è che “è diverso per gli uomini” si traduce facilmente in “è più facile per gli uomini”, ed è solo un piccolo passo ulteriore per “non puoi capire com’è per noi!”. Da questo, la discussione sull’avere oppure no un figlio è solidamente in mano alle donne: le donne rimpiangono i figli che hanno desiderato e gli uomini no. Forse è vero: non posso affermare di essere circondato da uomini che parlano di questo. Immagino che per la stragrande maggioranza non ne parliamo.
Non sono sicuro di ciò che mi è consentito provare e come questo si differenzi da ciò che provo davvero. Gli uomini provano dolore per il fatto di non avere figli in modo diverso dalle donne? E se sì, come? Ed è importante?
Ogni giorno incontro persone che mi riportano alla mente ciò che non ho: proprio questa mattina, di ritorno dal supermercato, ho visto la mia vicina in piedi fuori dalla porta del nostro complesso; il condominio dove viviamo si trova di fronte alla strada e ha un giardino comune circondato da una siepe; e lei era lì con i suoi due piccoli, un bambino e una bambina che ammiravano stupefatti i traslucidi intrecci di una ragnatela tessuta sui rami più bassi della siepe. Saluto la madre e poi loro; mi accuccio per unirmi alla loro meraviglia e assento con la madre che probabilmente mamma ragno si stava facendo un riposino dopo la faticaccia, e non dovremmo disturbarla. Guardo i loro visi, le loro guance lucide come petali di rosa, pieni di meraviglia di fronte a questo spettacolo. Adorabili!
Nemmeno fare la spesa è semplice: nel momento in cui mi faccio educatamente da parte per la tormentata famiglia di quattro che mi passa accanto cercando di gestire i passeggini, la spesa e l’energia incontenibile dei bambini, mi sento socialmente inferiore. Per quanto ami il mio lavoro e abbia profonde amicizie, mi sembra di non essere un membro a tutti gli effetti della società: un uomo celibe senza figli. Non posso prendere parte alle chiacchiere sulla scuola, sull’andare a prendere i bambini, su nasi che colano e momenti di gioco comune. Io sto al di fuori e osservo.

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Come sbroglio queste emozioni? È facile limitarsi a trovare distrazioni. Credo che il livello di emozioni più immediatamente decodificabile sia un senso di rimpianto: me la prendo con me stesso per le occasioni che ho perso e sono triste per le persone che ho ferito. Non posso fare a meno di rivivere dentro di me momenti che avrei voluto si concludessero diversamente, e questi sono molto dolorosi. Ripenso a quella sera di sei anni fa quando riuscii nel breve spazio di un’ora a dire tutte le cose sbagliate alla donna giusta, proprio perché era la donna giusta: non potevo sopportare l’idea di avere ciò che più desideravo, così ho distrutto qualcosa che desideravo ardentemente.
Solo pochi giorni dopo lei incontrò qualcun altro e due anni dopo si sposarono. Ora hanno una figlia, e vorrei davvero non saperlo, ma lo so. Una bambina. E non posso fare a meno di chiedermi come sarebbe se quella bambina fosse la mia bambina. Avrebbe i miei occhi? Il mio sorriso? Com’è vedere in un bambino piccoli gesti, un modo di fare le cose, di muoversi, parlare, ridere, giocare, che ci ricordano di noi stessi? O, certo, potrebbe avere gli occhi della mia amata. Che gioia che sarebbe, vedere il nostro amore nel volto di nostra figlia; fare entrare nel mondo una bella bambina tutta nostra: una bambina che diventerebbe, sì, una persona a tutti gli effetti, ma sempre provenendo da ciò che noi siamo.
Un’altra parte della mia tristezza nasce dunque dall’assenza, dal timore che non potrò mai gustare queste gioie così dolci, che non sentirò mai mio figlio o mia figlia chiamarmi papà. Sarebbe dolcissimo sentire quella parola dalla bocca della mia bambina o del mio bambino: vederli muovere i primi passi, confortarli quando piangono, rimboccare loro le coperte prima della nanna e leggere loro le storie; dare loro il bacio della buonanotte ed essere presente per loro quando il mondo sembra insopportabile. Potrebbe ancora accadere, ma sembra sempre meno probabile a ogni anno che se ne va. E solo perché in teoria potrebbe ancora accadere non significa che non percepisca la mancanza di tutti questi “sarebbe potuto essere”. Per di più, con il passare degli anni, avrei ancora l’energia di farcela se dovesse accadere?
Mi immagino genitori che mi risponderebbero dicendo “Questo qua non sa di cosa parla! Ha una minima idea di quanto sia difficile essere un genitore?” No, non ce l’ho; non so com’è avere sonno per dieci anni, essere esausto e non avere tempo per me stesso, sentirsi obnubilato dopo aver letto la stessa storia per la ventesima volta. No, non so come sono queste cose, ma so com’è sentirsi incompleto: essere adatto per uno scopo che non posso adempiere. Probabilmente non saprò mai se riuscirò a sopportare la spossatezza e il sacrificio che essere padre richiederebbe ma voglio provarci, proprio perché è l’unico modo in cui posso esprimere qualcosa di essenziale su ciò che sono. Non è tanto che vorrei essere un padre: è che sento di essere fatto per essere un padre, e dato che non ho un figlio, e mi spezza il cuore ammetterlo, in qualche modo non mi sento pienamente uomo.
A volte, tuttavia, vengo invitato nel club. Il piccolo Archie, di quattro anni, è arrivato con sua madre Maggie per una rimpatriata fra amici. Be’, quello che intendo non è che “è arrivato”, quanto che è esploso per la porta: “Sono qui!!” ha urlato mentre correva nel corridoio. Mentre noi adulti ci scambiavamo sorrisi, Archie ha tirato fuori una dozzina di peluches, fra i quali un pinguino, un leone, una giraffa e un ippopotamo, e li ha lasciati dispersi sul pavimento del salotto dove si era accampato: una base di gioco dalla quale lanciare attacchi di infantile energia nella cucina.
Sotto il braccio, troppo grande e forse troppo feroce per qualunque borsa, c’era un tirannosauro rosa. Alla prima occasione utile, ho servito il cibo e mi sono messo a giocare con lui: dopo aver concordato sul fatto che Capitan America è davvero il miglior supereroe, siamo diventati amici per tutto il giorno, e i giochi con i lego e le guerre con peluches potevano cominciare. Più tardi, mentre entravamo nel bar locale per la merenda, mi ha preso la mano. Per moltissimi parenti deve essere un gesto abitudinario, sentire una manina stretta alle dita di un adulto, ma per me era speciale. La madre e io l’abbiamo fatto volare, uno, due, tre, e su!, finché non ci siamo stancati. Un pomeriggio pieno delle piccole gioie di passare del tempo con un bambino mentre cerca di trovare la propria strada nel mondo. Finché non sono andati a casa.

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