I social network come Facebook e Twitter si presentano spesso all’utente come un pulpito virtuale da cui diffondere informazioni, battute ad effetto e, spesso, pretese visioni del mondo. È molto facile, e anche molto umano, rimanere vittime di questo schema e illudersi di poterci creare un nostro seguito di fan adoranti in attesa della nostra esternazione arguta e in apparenza profonda, magari ammantata di critica sociale; un’esternazione che sarà tanto più apprezzata e condivisa quante più persone si riconosceranno in essa.

Tutto questo preambolo per parlare di un argomento su cui ho visto poco materiale in giro e su cui credo quindi di poter spendere qualche parola. Mi riferisco a quelli che potremmo chiamare “miti autoreferenziali”: una persona denuncia una propria esperienza spiacevole e ha la fortuna di trovare molte persone che, avendo vissuto un’esperienza analoga, concordano sul fatto se ne dovrebbe parlare di più, in modo da impedire che altre persone ne soffrano. Si tratta di una dinamica molto comune che si applica a un alto numero di situazioni, ma quello che mi interessa qui è quello che succede quando la situazione di partenza è fraintesa, o gonfiata ad arte, o addirittura falsa.

Un esempio che dà l’idea di quello di cui vorrei parlare sono le bufale create ad arte per ingannare i gonzi, per esempio le notizie false sugli immigrati: “Marocchino clandestino violenta e uccide bambina di sei anni e lo Stato gli aumenta i soldi! Condividi se sei indignato!!!” Molte bufale di questo tipo sono create ad hoc con “ingredienti” simili: il titolo ad effetto, l’accusa allo straniero, l’appello al patetismo (chi potrebbe restare indifferente di fronte a una bambina violentata e uccisa?!), lo scandalo per la mancata punizione del reo… Ecco, quando qualcuno condivide una notizia del genere e qualcun altro si premura di far notare che si tratta di una bufala, capita sempre più spesso che arrivi dalla prima persona una risposta fatidica e detestabile: “Beh, non mi interessa se questa è una bufala o no: queste cose succedono davvero!” Ma è davvero così? 

Spostiamoci ora sul terreno delle questioni di genere, andando in ordine di gravità. Capita spesso di leggere commenti di sedicenti maestri di vita che discettano delle ragioni per cui o per come un uomo o una donna si scelgono: conta di più la bellezza o il portafogli? E quando uno dei due manca? E quando mancano tutti e due? Le teorie si sprecano, ma sono tutte inevitabilmente condizionate dall’esperienza individuale. Questo finché ogni persona fa a sé; ma mi ha colpito come esistano su Facebook diverse pagine, dal pubblico prevalentemente maschile, dove vengono proposte e si autoalimentano tesi che in modo analogo non possono che nascere dall’esperienza individuale, più o meno felice che sia, e che pure assurgono a paradigmi di interpretazione della realtà tutta. Lei è bella ma non te la dà? È una strega che mette in pratica la famigerata “friendzone”. Lei è bella e ha il ragazzo brutto? Sarà senz’altro perché lui ha i soldi oppure è prestante… in quel senso. Lui è brutto e non riesce a trovare la ragazza pur essendo tanto gentile? Beh, peggio per le donne che scelgono sempre “lo stronzo che le farà soffrire”. Come tutti gli stereotipi, ci sarà un fondo di verità anche in questi comportamenti, ma la verità, io credo, è che nella maggior parte dei casi queste conclusioni sono tratte dall’esterno da persone invidiose che non hanno l’empatia o la voglia di interessarsi delle storie individuali: in fondo, siamo tutti e tutte così diversi, e le possibilità di interazione reciproca sono tali e tante che è sempre difficile estrapolare modelli generali validi sempre per ogni situazione.

Il guaio è che molto spesso troviamo pericolosamente utili modelli chiari e semplici per inquadrare e spiegare situazioni complesse: impariamo a farlo nella scuola e, anche se le nostre abilità raziocinanti si affinano col tempo, continuiamo senza volerlo a farlo anche nella vita. Come dice il Dottore, “gli umani vedono sempre schemi che non esistono”, e questo è uno di quei casi. Variabili come la simpatia, o l’intelligenza, o la gentilezza sono troppo labili e sfuggenti perché possano contare come elemento di valutazione oggettiva nello spiegarsi il successo o l’insuccesso sentimentale di una coppia o di una relazione, quindi si cerca di ripiegare su elementi ritenuti più oggettivi, come la bellezza dei lineamenti o la ricchezza, ma anche qui si rischia di prendere dei granchi: per dire, personalmente conosco ragazze fisicamente nella media la cui grande autostima permette loro di ritenersi molto carine, e d’altro canto conosco ragazze che trovo stupende e che pure sono onestamente convinte di essere tutt’altro che belle. Lo stesso, ovviamente, vale per i maschi. Eppure molti maschi sono incrollabilmente convinti che se si è brutti non si può avere una vita sessuale felice, arrivando a elaborare ramificate casistiche e complicati schemi per dire che è così, e moltissimi sentono di riconoscersi in queste esperienze. Ma fino a che punto questo è vero? Fino a che punto è un convincimento dell’io, maturato certamente da esperienze negative, ma che a conti fatti non ha un vero fondamento nella realtà? E soprattutto, c’è il rischio che questa tristezza e disillusione si alimenti non da ulteriori ed effettive esperienze negative ma semplicemente da racconti di altri utenti di Facebook? 

La nostra esperienza e il bisogno di solidarietà in momenti di crisi e abbattimento ci porta inevitabilmente a cercare sostegno presso simili che dichiarano di avere vissuto esperienze analoghe ma, e qui scatta la domanda: queste presunte costanti del comportamento umano hanno un fondamento nella realtà? Troppo spesso mi sembra di no: troppo spesso mi sembra che le lamentele (soprattutto dei maschi) siano condizionate più da quello che si vorrebbe che fosse, o da un’idea che ci si è fatti, che da una realtà oggettiva. Per esempio, abbiamo citato prima la “friendzone”: di per sé, la “friendzone” è il rifiuto che un innamorato si vede opporre dalla ragazza, la quale “preferirebbe restare amica”. Ora, a parte il fatto che secondo logica (per dirla alla Spock) è preferibile un’amicizia sicura ad un amore che rischierebbe di essere troppo spesso in balia delle incomprensioni e degli screzi reciproci (meglio quindi restare amici che non parlarsi più del tutto); dicevo, a parte questo: siamo 7 miliardi di persone, ognuna con la propria istruzione, propri gusti, un proprio carattere, proprie preferenze, proprie aspirazioni… che cosa c’è di impossibile o di traumatico nell’accettare il fatto che non sempre può andare bene? Eppure, non solo la “friendzone” sembra un crimine di lesa maestà: si arriva pure a pubblicare screenshot implausibili (e sulla cui autenticità tendo a nutrire molti, molti dubbi) pur di mantenere in vita questa leggenda nera della friendzonatrice gelida e brutale. Screenshot, scelti solo fra quelli più recenti di una pagina famosa, come questo:

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Oppure questo:

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O ancora questo:

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L’ultimo poi sembra creato apposta per mantenere viva la retorica delle ragazze che si innamorerebbero solo degli stronzi, del “bello e maledetto” che le tratta male, le disprezza, ma un lato positivo ce l’ha, le fa godere a letto. E scusate tanto ma

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Dato che ho creato questo blog per portare allo scoperto la voce di un maschio, vorrei dire la mia, e chiedermi che fondamento ha questa leggenda. Sì, anch’io ho vissuto la friendzone, ma non sono MAI stato lasciato con messaggi così devastanti e francamente ingiusti: sono riuscito a rimanere amico con le ragazze che mi hanno rifiutato e non rimpiango il loro rifiuto, perché avevano le loro ragioni e non era mio diritto insistere o serbare loro rancore. Invece, stando a queste pagine, il mondo sembra popolato di streghe assatanate che si divertono a irretire poveri ragazzi con promesse di beatitudini infinite salvo poi strappare loro il cuore a morsi con messaggi tanto stringati quanto violentissimi. A me non è mai capitato, e la mia esperienza del mondo nonché il mio vissuto personale mi insegnano che non c’è ragione al mondo per cui questo dovrebbe succedere, a meno che la ragazza non sia una sociopatica o il ragazzo non sia arrivato al milionesimo messaggio allusivo e irritante, e lei a quel punto si sia semplicemente stancata di subire.

Tornando però al tema del post, c’è almeno un altro argomento di cui vorrei parlare. Se la retorica della “friendzone” crea una leggenda nera di femmine crudeli e sadiche, in nome della quale i maschi possono ritrovarsi accomunati nel dolore, darsi pacche sulle spalle, esaltare la sofferenza e le male tears di chi viene rifiutato in modi tanto laceranti, assegnarsi metaforiche medaglie al merito quando per una volta è il maschio a rispondere male… la violenza di genere crea, ahinoi, vittime fin troppo reali, e la retorica in questi casi risulta solo offensiva. Con la morte di Vania Vannucchi, salgono a circa 60 le vittime di femminicidio in Italia nel solo 2016. Si sta pian piano acquisendo consapevolezza delle dimensioni del problema e sempre più uomini si rendono conto di dover alzare la voce per condannare la cultura possessiva che porta le donne a rimanere mutilate, sfigurate o bruciate per mano degli ex. Questo non toglie purtroppo che molti ancora siano scettici, e credano di poter controbattere sostenendo che esisterebbe anche la violenza di segno opposto, delle donne sugli uomini, fatta di abusi psicologici, umiliazioni, e rivendicazioni in sede di divorzio. Ora, io non nego che le umiliazioni siano dure da sopportare, e lascino cicatrici anche profonde. Questo posso dirlo, perché ci sono passato: una mia ex mi ha umiliato per anni e solo dopo molto tempo sto superando le ferite morali che mi ha lasciato; ma non ho la pretesa di pensare che la mia esperienza mi porti ad essere un caso esemplare, perché non posso non notare che ogni singolo giorno viene riportata la notizia di una donna picchiata o uccisa da marito, fidanzato, ex qualcosa… mentre non ho contezza di notizie in numero dolorosamente analogo in cui si parli di uomini picchiati o uccisi da donne: tutto quello che vedo sono commenti online, in cui si dice “Ah ma succede anche il contrario!”, oppure il classico “Ah ma poi le donne quando divorziano prendono tutto!” ma mai UNO che abbia detto “IO sono stato picchiato e umiliato”, oppure “IO ho sofferto”, accludendo magari tanto di descrizioni e dettagli – perché è facile dire “A me è successo!!” quando magari è successo una sola volta per caso con una persona disturbata… Io lo riconosco che a me è successo e in modo sistematico; io per primo so che le donne possono essere violente sugli uomini, ma avessi mai sentito qualche uomo avviare un discorso serio sulla violenza di genere che non partisse da un malcelato intento di negare o sminuire quella sulle donne!… Anche perché mi riservo il dubbio che se qualcuno avesse davvero sofferto per la violenza della partner, alla notizia di una persona MORTA, che ha perso LA VITA per mano dell’ex, il primo pensiero dovrebbe essere di solidarietà, non di senso di rivalsa perché “Oh, guardate che è capitato anche a me!”

Concludendo: chiedo che ci si limiti ai fatti, alla cronaca, o anche solo all’esperienza individuale; e sempre meno al “sentito dire” di internet, alle leggende nere, ai miti autoreferenziali, autoconsolatori ed esclusivisti, che possono solo generare ulteriori incomprensioni e attriti ed essere solo di impedimento ad un’analisi obiettiva della realtà.

E. 

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2 pensieri su “I miti che si autoperpetuano

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